Il partito non ha mai formulato un’agenda di politica economica e sociale alternativa a quella del centrodestra.

Ecco perché ogni giudizio sul suo conto deve misurarsi su questo dato. Cercando di capire la natura di questa visione; così come i suoi punti di forza e di debolezza.
Il materiale a nostra disposizione è però curiosamente scarso, almeno per quanto riguarda l’esperienza presidenziale. Nulla nel libro di Pasquale Chessa (tra l’altro viziato da una totale mancanza di empatia per la persona e per il mondo in cui ha operato); poco nel testo intelligente e partecipe di Paolo Franchi (oggetto, tra l’altro, di un’interessante discussione in un incontro della fondazione Querci). C’è però, quanto basta per formulare un’ipotesi di lavoro. A partire dal fatto che in Napolitano c’è, e rimane nel corso del tempo, una perfetta coerenza tra cultura e pratica politica. Così da rappresentare una linea che avrebbe fatto di lui il naturale erede sia di Togliatti che di Berlinguer così da garantire il necessario aggiornamento della tradizione comunista in una prospettiva di tipo socialdemocratico e riformista. Mentre, successivamente, nel grande disordine della ‘Seconda repubblica’, l’azione del presidente, pur ispirata ai medesimi precetti, non riesce a raggiungere gli obbiettivi che si prefigge.
Di quale “linea” stiamo parlando? Ci riferiamo ad una linea che, sin dall’inizio, ha come punti di riferimento Machiavelli e Togliatti. Il Machiavelli che ha teorizzato la politica come esercizio di razionalità e quindi come arte del possibile. Il che, nel contesto di un sistema democratico, significa gradualismo. E il Togliatti che ha attribuito ad un partito che “viene da lontano e andrà lontano”, un ruolo di “responsabilità nazionale”. Il che, ancora nel contesto dell’Italia del secondo dopoguerra, significa sostituirsi a classi dirigenti irresponsabili, nella consapevolezza di rappresentare gli interessi superiori della nazione, prescindendo, con le rinunce e i sacrifici che ciò può comportare.
Ora era del tutto evidente che, con la crescente accettazione da parte del Pci degli orizzonti di quella democrazia che aveva tra l’altro potentemente contribuito a costruire, l’area di Amendola e poi di Napolitano fosse la naturale candidata alla guida del partito di Togliatti e di Berlinguer, quello del compromesso storico. Rimaneva, però, una piccola ma insuperabile difficoltà, la riserva ostile del popolo comunista.
Per anni questo si era nutrito della propria diversità, con il mito intrecciato dell’Urss e della rivoluzione mondiale; un mito complessivamente cancellato proprio negli ultimi anni di Berlinguer e allora questo popolo aveva assoluto bisogno di una droga di ricambio. Napolitano e i suoi amici non erano in grado di offrirgliela; i cantori della questione morale, invece sì.
L’ora della “responsabilità nazionale” sarebbe invece venuta decenni dopo, nel corso degli anni duemila, ma in un contesto diverso e, oggettivamente, molto più sfavorevole e, quindi, con risultati deludenti.
Probabilmente, il fallimento era scritto fin dall’inizio. Per la natura del progetto; e per le caratteristiche dei suoi destinatari. Intendiamoci: l’appello alla responsabilità di Napolitano si rivolgerà, nel corso del tempo, sia al Pdl che al Pd. Il fatto è, però, che si tratta di appelli di natura diversa: il primo appartiene alla “moral suasion” (rispettare le regole, la Costituzione, la cultura e via dicendo) e lascerà il tempo che trova, nel senso che il Cavaliere si limiterà a prendere atto dell’altolà senza mutare in nulla la sua linea e i suoi proponimenti.
Al Pd invece la “political suasion” del Quirinale chiederà molto di più, di mutare la sua linea e il suo posizionamento politico pagando, per questo, un prezzo comunque consistente.
Qui gli effetti, per non dire i disastri collaterali del governo Monti si sommano, esponenzialmente, con quelli del governo Letta. Ovvia nel primo e, ancor più nel secondo caso, la rinuncia a quell’antiberlusconismo che si era consolidato, nel corso del tempo, come elemento fondante della coalizione di centro-sinistra. Meno ovvia, ma in prospettiva più lacerante nel secondo e ancor più nel primo caso, l’accettazione come unica soluzione possibile di una linea di politica economica che, in attesa di una fuoruscita dalla crisi di là da venire, continua a scaricarne i costi sul mondo del lavoro e sui ceti più deboli.
Tutta colpa di Napolitano allora? È probabile che il Nostro sia stato portato a confondere unità e unanimismo; insomma accordo di compromesso all’interno di un contesto oggettivamente conflittuale e convergenza su posizioni (quelle dell’Europa e dei mercati, tanto per capirci) ritenute pregiudizialmente le uniche razionalmente praticabili. Ma è certo che il Pd ha aumentato esponenzialmente le sue difficoltà, a partire dal fatto di non avere mai, dico mai, formulato un’agenda di politica economica sociale alternativa a quella del centro-destra.

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