Dovrebbe essere l’enfasi della pubblicità e della propaganda nel marketing d’evento. Invece finisce per deprimere.
C’è qualcosa che non va nello storytelling politico nazionalpopolare. Dovrebbe essere l’enfasi della pubblicità e della propaganda nel marketing d’evento. Invece finisce per deprimere. Si prenda l’appuntamento di settembre dei giovani di Forza Italia. Si chiama Everest15 e lo story subito zoomma sugli 8848 metri dell’enorme montagna, la cima più alta della terra, la grande piramide naturale tra Cina, Nepal e Pakistan, scalata la prima volta nel ’53, da italiani nel ’73. Navigazione, filmati, giochi, app e riferimenti si sprecano. Però, Everest è il titolo d’apertura del festival del cinema di Venezia. E quindi, titolo bruciato. E poiché il film di Kormakur non è piaciuto, in tempi di naufragi equatoriali, il titolo è bruciato e poi affogato a bagnomaria. Everest15 proprio non calza con un evento organizzato sul mare, sulla spiaggia, nel placido villaggio per famiglie di Riva del sole, nella pugliese Giovinazzo. Il titolo stesso demolisce l’evento, suggerendo che la montagna è meglio del mare, che il Nord è meglio del Sud, che la lotta solitaria e silenziosa per raggiungere la cima è il top quando la politica è invece conquista del consenso di molti vocianti. Tanto più che nella scalata non c’è spazio per tacchi, abiti sexi, corteggiamenti e limoni, né per concionate su poltroncine. Si conosce solo un politico scalatore, l’ex sindaco Alemanno, che all’iniziativa di Italia protagonista non sarebbe stato neanche ben accolto. Praticamente, uno spot all’assente. Lo storytelling avrebbe preteso per sottolineare lo spirito militante dei giovani in politica, il free climbing, la moderna scalata dei grattacieli urbani o magari dei faraglioni marini dato che la scalata libera, finora arrivata agli 800 metri del Palazzo dell’emiro di Dubai, è nata a Capri. Sarebbe stato in linea anche con le scalate del Pirellone tenutesi fin dal 2010 sotto l’egida dell’allora forzista governatore Formigoni. Sa un pò di battuta irreale, l’auspicio del concreto ricambio generazionale. Lo è di più l’accostamento tra storytelling e romanzone classsico. Lo story, tra clikkate su app e icone, è il contrario del mattone romanzato, che non è più evergreen da tempo. Fornunatamente resta la speranza, ben riposta, che sia mancata l’effettiva lettura. Tra ciabatte e sedie a sdraio ecco un bel blocco di tedeschi: il Der Zauberberg, La montagna incantata di Mann, il Der Prozess di Kafka, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque, tutti degli anni ’20. Più che illuminare riforme istituzionali e politica europea, evidenziano il Niente di nuovo sulle idee contrapposte in casa forzista tra filo ed antieuropei. Le prospettive del centrodestra sono affidate a Ragione e sentimento della britannica Austen, ed. 1813, ed al Viaggio al termine della notte di Celine, 1932. Paradossalmente funzionano, dato il cinismo del primo che consiglia alle fanciulle buoni matrimoni ed il nichilismo del secondo, giudicato dai contemporanei un romanzo comunista scritto in argot spinto. Ben ci sta la telefonata di Berlusconi che divide Brunetta da Gasparri. Consiglio concreto tra le righe? Farsi renziani prima che sia troppo tardi. Le danze sono affidate al primo romanzo di Dostojevski, Notti Bianche,1848, infantile scambio di lettere tra esclusi che non ballavano mai. Le riunioni plenarie alle Grandi speranze di Dickens, 1861 che si conclude con l’emigrazione del protagonista. Come si vede, consigli attuali ma poco positivi. Gli enti locali finiscono sotto il prisma del Piccolo mondo antico di Fogazzaro, 1895 storia comasca di divisione incomprensibile tra marito e moglie, sullo sfondo di eredità perdute. L’allusione forse va all’incomprensibile doppione Stato-Regione. Momento clou, il dibattito molto fair tra Toti governatore di destra ed Emiliano, di sinistra, sotto il titolo tolstojano Guerra e pace. Vicenda dove, sia chiaro, non c’è dialogo: solo una parte vive, soffre, palpita e vince. Gli italiani all’epoca stavano tra i perdenti. Il vero capo dei giovani, Baldelli, che ripropone la sua verve di vignettista, mai abbastanza valorizzata, del suo libello Stai sereno… mica tanto, finisce mescolato con Lo scherzo di Kundera, ’67, atroce vicenda di repressione comunista reale, dovuta ad una battuta innocente. E’ però Nessuna croce manca del dirigente Rai Mellone, il volume più rappresentativo dell’evento, forse perchè più recente e legato alla Puglia. Per quanto il titolo richiami in realtà l’Ungaretti del mio cuore è il paese più straziato. Ancora una volta inconsapevolmente esplode il dramma vero della montagna, della guerra, della morte e della vittoria mutilata, al cui confronto sembrano ben cosa gli sturbi dei giovani missini Gorgo, Dindo, Chiodo e Claudio (almeno un nome normale), tra la Taranto anni ’80 e la Roma di oggi. Anche perchè si tratta di una minoranza di quella generazione che in generale non è divenuta nè giornalista, nè critico letterario, nè deputato come i protagonisti. E fanno gli impiegati, altro che tatuatori. Come pubblicato da Il Giornale Off, in un’intervista esclusiva a Mellone (un altro scalatore), il romanzo racconta bene la versione postfascista de La meglio gioventù. Lascia di conseguenza l’interrogativo sul percorso di giovani manager e intellettuali destri finiti nelle file del partito berlusconiano, essenzialmente moderato, liberale e filoUsa. Grande confusione per i giovani. E’ difficile accostare il grande romanzo e la narrazione digitale. Per dare un senso ci vogliono brand cult e l’Italia ne è piena. C’è però quasi paura di usarli, come si è visto per Enea, Nerone o D’annunzio. Anche azzeccare logotipi che vadano oltre la contingenza non è facile. Forza Italia fu uno di questi. Un partito ed un leader che in un paese normale provocherebbero valanghe di report, libri, romanzi, film tesi ad illustrare l’epopea di una realtà storica di successo. Non lo fanno neanche gli eventi di destra che preferiscono guardare sempre altrove. Come Atreju, kermesse della Meloni, a Roma, con un titolo incomprensibile ai tanti non appassionati di neverending story. Meglio allora Primo Carnera, Benvenuti, Mattei, il Valentino, Patty, Mina, o il Corsaro Nero.
NB Non scordate la divulgazione e diffusione sul web. Se vuoi fare storytelling, fallo (peraltro ti accorgerai degli strafalcioni di brand).

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