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Quali politiche pubbliche adottare in materia di fusione nucleare?

Ispirandosi alla  grande tradizione scientifica del nostro paese nel campo della ricerca atomica l’Italia deve riprendere un ruolo da protagonista in un campo decisivo per le future generazioni.

di Marco Mayer | 1 Febbraio 2023
ENERGY.GOV, Public domain, via Wikimedia Commons

La rivista Foreign Affairs ospita oggi un articolo di Mariana Mazzucato che affronta un tema di grande attualità: quali politiche pubbliche adottare in materia di  fusione nucleare? 

Il testo Long Way From Nuclear Fusion  prende le distanze dall’approccio troppo ottimistico alimentato (come avviene abitualmente anche per promuovere altri segmenti di business) dalla società di consulenza McKinsey.   https://www.mckinsey.com/industries/electric-power-and-natural-gas/our-insights/will-fusion-energy-help-decarbonize-the-power-system .

La tesi fondamentale di Mazzucato é che l’applicazione pratica della fusione nucleare é molto più indietro di quanto si vorrebbe far credere perché  i principali progetti di ricerca in corso non sarebbero basati su fondamenta tecnico scientifiche sufficientemente solide. 

Il primo caso preso in esame é quello condotto dal Laboratorio militare Lawrence Livermore  in California, struttura che abitualmente si occupa di ordigni  atomici. La critica espressa dalla Mazzucato é che gli scienziati del Livermore avrebbero aver sovrastimato il successo di un loro recente esperimento. In particolare non é stato giusto dichiarare  che la reazione ha creato più energia di quella utilizzata perché nel loro calcolo i ricercatori non hanno considerato l’alto consumo di energia dei laser utilizzati che hanno reso possibile l’esperimento. Quindi il totale dell’energia utilizzata é superiore a quella prodotta.   

Per chi vuole approfondire le implicazioni tecniche legate a questi aspetti  suggerisco di leggere un recente articolo di carattere divulgativo  del Prof. Giorgio Einaudi , già addetto scientifico della Ambasciata italiana a Washington.  https://www.colombaria.it/rivistaonline/archives/1922

Il  secondo programma di ricerca  che Mariana Mazzucato prende di mira é il progetto europeo/internazionale  ITER  https://sciencebusiness.net/news/european-court-auditors-warns-iter-delays-due-russian-invasion-ukraine.  L’acronimo sta per  International Thermonuclear Experimental Reactor ed  in effetti prevede la realizzazione di un reattore  sperimentale nel sud della Francia.  http://www.itercad.org/projet.php . 

L’idea risale ad un incontro tra i presidenti Reagan e Gorbaciov nel lontano 1985, ma i lavori di costruzione ancora in corso sono iniziati nel 2013 e ulteriori ritardi sono in vista. Alcuni scienziati    hanno contestato la fattibilità stessa di ITER segnalando la grande difficoltà di approvvigionamento di Tritium come – ad esempio –  segnalato dalla rivista Science     https://www.science.org/content/article/fusion-power-may-run-fuel-even-gets-started. 

Un’ altra critica molto diffusa tra i ricercatori riguarda gli altissimi costi del progetto stimato in 65 miliardi di dollari https://whyy.org/segments/why-the-nuclear-fusion-net-energy-gain-is-more-hype-than-breakthrough/. 

Per quanto riguarda ITER l’articolo di Mariana Mazzucato é particolarmente severo e vale la pena riportare testualmente alcune delle sue espressioni: 

“ITER is an oversized and inefficient government-funded entity. It is complemented, on the other extreme, by a misdirected and chaotic array of private-sector projects, which are funded by venture capital without direction. Venture capitalists have been swarming around a new wave of startups that claim they can develop nuclear fusion within the next decade—a timeline that many experts have repeatedly called unrealistic. Yet notwithstanding fusion’s inability to solve the climate crisis anytime soon, billions of dollars of venture capital have been raised….The result is that disintegrated private funding will not succeed in advancing nuclear fusion. In their pursuit of quick success, venture capital firms are not willing to accept that this invention will take many decades, not one. Much of the money will, therefore, be squandered”. L’articolo si conclude proponendo un diverso approccio dei governi agli investimenti di ricerca applicata in materia di fusione: concentrare tutte le ingenti risorse su Iter o Livermore ha un rischio  rischio di fallimento troppo alto. 
Anche se la fusione nucleare avrà tempi molto più lunghi del previsto secondo la Mazzucato  é fondamentale riorentare la spesa pubblica verso programmi  di lungo periodo (a cui i privati ancora non sono interessati) che si sviluppino su basi trasparenti e decentrate.  Se é vero che in tempi brevi la fusione non é una risposta al dramma del cambiamento climatico essa tuttavia – seppur lontana – si profila come la soluzione ideale.
In Italia  il MIUR,  l’ENI, l’ENEA e il CNR  sono parte attiva di ITER, progetto peraltro finanziato in modo significativo dalla UE.  In Italia a che punto siamo? Penso che i ricercatori italiani, le università, le aziende a partecipazione pubblica ed il Governo  (i Ministri Anna Maria Bernini e Adolfo Urso in primis)  debba trarre spunto dalla provocazione di Mariana Mazzucato per compiere una ricognizione approfondita delle stato dell’arte e portare le eventuali necessarie correzioni politiche. 
Ispirandosi alla  grande tradizione scientifica del nostro paese nel campo della ricerca atomica l’Italia deve riprendere un ruolo da protagonista in un campo decisivo per le future generazioni.

Concludo citando un nuovo filone di ricerca in materia di fusione che si è sviluppato in ambito NASA e a cui l’ Italia forse potrebbe utilmente collegarsi: https://www1.grc.nasa.gov/space/science/lattice-confinement-fusion/

Marco Mayer

Pubblicato in : EditorialeTag: costi, fallimento, francia, italia, provocazione, soluzione, spesa pubblica

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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