
L’ultima uscita di Mosca contro il Regno Unito appartiene ormai a un copione consumato. Questa volta il Cremlino minaccia Londra di non meglio precisate “conseguenze” per il sostegno militare all’Ucraina e, in particolare, per l’impiego di sistemi britannici negli attacchi in profondità contro obiettivi russi. Nel frattempo Londra sta anche sviluppando Nightfall, un missile balistico tattico destinato all’Ucraina, con una gittata superiore ai 500 chilometri. Per Mosca sarebbe l’ennesima prova dell’ingresso dell’Occidente nella guerra.
Il problema è che Putin continua a raccontare questa guerra fingendo che la Russia combatta da sola contro mezzo mondo, dimenticando accuratamente chi combatte dalla sua parte. L’Ucraina riceve armi britanniche e questo, secondo Mosca, trasformerebbe Londra quasi in un belligerante. Curioso principio. Perché applicandolo alla Russia bisognerebbe allora cominciare dall’Iran, che ha fornito tecnologia e inizialmente anche i droni Shahed 136, diventati poi i Geran prodotti in Russia e lanciati a migliaia contro il territorio ucraino.
Poi c’è la Corea del Nord del bimbominkia Kim Jong Un, altro piccolo dettaglio che la narrazione russa tende a dimenticare. Pyongyang ha fornito alla Russia milioni di proiettili d’artiglieria, missili balistici, lanciarazzi e altri sistemi d’arma. Migliaia di soldati nordcoreani hanno già combattuto al fianco dei russi, mentre Mosca continua ad attingere uomini, munizioni e tecnologia da uno dei regimi più isolati del pianeta.
Quindi proviamo a seguire la logica del Cremlino fino in fondo. Se un’arma britannica utilizzata dall’Ucraina rende il Regno Unito corresponsabile della guerra, cosa sono allora Iran e Corea del Nord? Organizzazioni benefiche? Tour operator? Fornitori di materiale da campeggio?
La differenza, peraltro, è talmente evidente che soltanto la propaganda può fingere di non vederla. Il Regno Unito sta armando un Paese invaso. Iran e Corea del Nord hanno sostenuto militarmente il Paese che quell’invasione l’ha iniziata; non si può pretendere contemporaneamente di ricevere droni, missili, munizioni e uomini da regimi stranieri e poi indignarsi perché l’avversario riceve armi dai propri alleati.
È questa la parte sempre più grottesca della propaganda russa. Mosca vuole combattere una guerra internazionale quando le conviene e trasformarla improvvisamente in una faccenda privata quando sono gli ucraini a ricevere aiuto. Vuole poter bombardare Kyiv con missili nordcoreani e sciami di droni di derivazione iraniana, ma considera un’intollerabile escalation quando qualcosa prende la direzione opposta.
E così arrivano le solite minacce all’Inghilterra, alla NATO, all’Europa, accompagnate dall’immancabile sottinteso nucleare che ormai viene agitato con la frequenza del campanello di una bicicletta. Il problema per Putin è che dopo più di quattro anni questo teatro intimidatorio funziona sempre meno. L’Europa ha capito che dietro molte di queste minacce esiste soprattutto la necessità politica di mantenere l’immagine di una Russia assediata dall’Occidente, perché ammettere che Mosca ha avuto bisogno dell’Iran e persino della Corea del Nord per sostenere la propria guerra sarebbe decisamente meno glorioso.
Prima di minacciare Londra, dunque, al Cremlino converrebbe guardare la provenienza dei missili, dei droni, delle munizioni e perfino dei soldati che combattono sotto la propria bandiera. Potrebbe essere un esercizio istruttivo. E soprattutto eviterebbe l’ennesima figuraccia di chi pretende di stabilire le regole della guerra soltanto quando a sparare sono gli altri.
E qui torna utile uno di quei curiosi assiomi biunivoci che, applicati alla politica, fanno spesso più chiarezza di cento analisi: Putin ha perso questa guerra, iniziata da lui, per il semplice motivo che non è mai stato in grado di vincerla. Dopo anni di combattimenti, centinaia di migliaia di uomini sacrificati, arsenali consumati e aiuti chiesti a Iran e Corea del Nord, la presunta superpotenza militare russa non è riuscita a piegare l’Ucraina. La Russia che Putin voleva mostrare al mondo come un gigante si è rivelata, nei fatti, un peto cosmico. Lo hanno compreso tutti, meno che lui.
Piero Terracina

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