
C’è un tipo al circolo che conoscono tutti. Non pesca mai le carte giuste, però racconta la mano come se stesse per calare il colpo del secolo. Tiene lo sguardo fisso, parla piano, muove le fiches con sicurezza. E intanto stringe un sette e un due. Vladimir Vladimirovich Putin è quel tipo. Non vende risultati, vende la promessa del risultato. È bravo, intendiamoci. Ma il trucco regge finché qualcuno non dice fammi vedere il punto.
La scena madre è l’Ucraina. Doveva essere una marcia trionfale in quattro giorni, è diventata un acquitrino maleodorante dove ha fatto affogare un milione di soldati in tre anni. Sul piano strategico la partita è persa, su quello politico pure. Non c’è una vittoria presentabile, non c’è un obiettivo centrato, non c’è una leva concreta per sedersi a un tavolo da pari. Che cosa porta davvero alla trattativa, se non il cronometro. Allora si tira lungo. Cessate il fuoco a modo suo, linee rosse che cambiano colore, pause spacciate per soluzioni. È tattica da fine turno, guadagnare minuti sperando che qualcuno sbadigli e si addormenti sul tavolo.
Nel frattempo si cercano sponde. Un viaggio, una foto, una promessa di corridoi commerciali, un brindisi davanti alle telecamere. Di qua l’occhiolino all’alter ego americano, un leader anziano e spesso impacciato, chiuso in una bolla autoreferenziale che gli rimanda solo l’eco di se stesso. Di là l’aspirazione a sedersi da pari con Xi, che per quanto zoppicante guida pur sempre la seconda economia del pianeta per PIL. Mosca invece gioca con numeri da periferia del sistema, e il confronto si vede a occhio nudo. Le strette di mano servono a guadagnare tempo, non a cambiare la sostanza.
Il problema è che la Russia non è più l’impero che immagina e sogna ad occhi aperti. È un’economia col fiatone, compressa dalla spesa militare, appesa a esportazioni che valgono meno di quanto si racconti. I servizi arrancano, il capitale umano scivola via, la tecnologia rincorre senza mai agguantare. Lo statista globale finisce per sembrare un giocatore di provincia con il mazzo segnato.
La cartina tornasole è lo stato di coma irreversibile del rublo, divenuto carta igienica travestita da valuta. L’inflazione corre, i prezzi mordono e i frigoriferi si svuotano a vista d’occhio. La facciata resta in piedi con bulloni d’emergenza, controlli ai capitali, tassi che fanno male all’economia reale. E soprattutto, il rublo non può essere solido se per stamparlo costa più di quanto vale. Quando cambiano le luci si vedono le crepe, e a quel punto non basta un altro discorso a coprirle.
L’energia resta il polmone svenduto a prezzi di saldo. Chi porta volumi veri tratta duro. Sa che a Mosca servono cassa e mercati. I barili non spariscono, semplicemente rendono meno. È come vincere tante mani piccole senza mai portare a casa il piatto vero. La pila di fiches scende piano, ma scende.
C’è anche la perdita silenziosa, quella che non entra nelle celebrazioni. Ingegneri che fanno le valigie, competenze che cercano aria più pulita, laboratori che restano a metà. Il settore civile dimagrisce mentre quello militare si allarga. È un’emorragia lenta. Non fa titolo, ma corrode la parte del sistema che dovrebbe reggere lo sforzo e costruire il dopo.
Poi c’è il doppio registro, senza giri di parole. In pubblico racconta vittorie; nella pratica ci sono misure tampone, conti che non tornano e rinvii. I vertici annunciati come svolte, alla prova dei fatti, non spostano molto; le cooperazioni restano spesso sulla carta; le dichiarazioni durano un ciclo di notizie. La comunicazione copre i buchi, la propaganda serve a prendere tempo. È gestione del danno, non strategia.
La verità è meno elegante ma più solida. Vladimir Putin tenta di giocare con quel poco che ha. Qui sta il fascino del personaggio e il limite dell’azione. Non vince la guerra, non detta l’agenda, non impone la pace. Senza risultati sul campo e senza un’economia in grado di reggere l’ambizione, l’unica moneta è il calendario. Tirarla lunga, tappare le falle, raccogliere appoggi per non far franare tutto. Ma il tempo è tiranno ed alla fine porta sempre il conto.
Piero Terracina

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