
Putin non sta portando la guerra ibrida in Europa perché è diventato più forte. Lo sta facendo perché dopo oltre quattro anni non è riuscito a chiudere quella che ha già iniziato contro l’Ucraina. Questo è il punto dal quale bisogna partire, senza girarci intorno. Mosca non ha piegato Kiev, non ha spezzato il suo rapporto con l’Occidente, non ha fermato la NATO e non ha ottenuto quella vittoria politica e militare che nel 2022 sembrava immaginare a portata di mano. Nel frattempo Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza Atlantica e l’Europa, dopo trent’anni trascorsi a ridurre eserciti e arsenali, ha ricominciato a riarmarsi. Putin si trova quindi davanti a una realtà molto meno trionfale della propaganda del Cremlino: non riesce a far cedere l’Ucraina e non può attaccare direttamente i Paesi europei che la tengono in piedi senza rischiare una guerra contro la NATO. La guerra ibrida nasce esattamente da questa impotenza.
Se dopo quattro anni non riesci a sconfiggere l’Ucraina, pensare di poter fare una guerra convenzionale contro Polonia, Germania, Francia, Italia, Finlandia o gli Stati baltici è semplicemente fuori dalla realtà. Dietro quei Paesi non ci sarebbe più soltanto Kiev, ma un’Alleanza di trentadue Stati, tre potenze nucleari, aviazioni, flotte, satelliti, industrie militari, capacità logistiche ed economie di dimensioni enormemente superiori. Putin può minacciare questo confronto e usarne la paura come strumento politico, ma trasformarlo volontariamente in realtà sarebbe un suicidio.
E allora prova a colpire l’Europa senza dichiararle guerra. Cyberattacchi, sabotaggi, droni, interferenze GPS, operazioni clandestine, campagne di disinformazione e pressioni sulle infrastrutture hanno un obiettivo molto concreto: aumentare il prezzo del sostegno europeo a Kiev. Putin non deve conquistare Berlino, Parigi o Roma. Deve convincere tedeschi, francesi e italiani che continuare ad aiutare l’Ucraina significa mettere a rischio la propria sicurezza, spendere sempre più denaro e avvicinare una guerra che nessuno vuole. Se non può distruggere militarmente il rapporto tra Kiev e l’Europa, deve provare a distruggerlo politicamente.
È qui che la guerra ibrida diventa soprattutto una guerra contro la tenuta delle democrazie europee. Mosca non ha bisogno di inventare divisioni che esistono già. Le basta amplificare qualunque forza politica sostenga che bisogna smettere di armare l’Ucraina, ridurre le sanzioni, fermare il riarmo europeo o attribuire alla NATO la responsabilità dell’escalation. In Italia il Movimento 5 Stelle ha formalizzato la propria contrarietà alla prosecuzione dell’invio di armi a Kiev e al rafforzamento della difesa europea, mentre nel campo progressista e nello stesso Partito Democratico il rapporto con queste posizioni continua a produrre tensioni. Non occorre immaginare complotti: alla propaganda russa basta trovare una crepa e allargarla. Ogni pezzo di opinione pubblica convinto che Kiev sia diventata soltanto un costo rappresenta per Mosca un risultato politico.
Ed è proprio questo crescente bisogno di agire indirettamente che mostra quanto si sia ristretto lo spazio di Putin. La guerra doveva riportare l’Ucraina sotto l’influenza russa e ridimensionare la presenza occidentale nell’Europa orientale. Ha prodotto anche l’effetto contrario: una NATO più grande, un confine diretto con l’Alleanza molto più lungo e un’Europa che sta tornando a parlare seriamente di difesa. Nel frattempo la Russia continua a consumare uomini, mezzi, denaro e produzione industriale in una guerra che non riesce a chiudere.
Una parte enorme della spesa pubblica viene assorbita da difesa e sicurezza, il deficit cresce, le entrate energetiche sono sotto pressione e il Cremlino deve cercare continuamente nuove risorse per alimentare la macchina militare. Questo significa semplicemente che la direzione è sempre più pericolosa per Mosca. Le grandi potenze raramente collassano con una data segnata sul calendario. Prima si consumano lentamente: aumenta il peso della guerra sul bilancio, diminuiscono gli spazi dell’economia civile, cresce la necessità di nuove tasse e nuovo debito e il potere deve spendere sempre più risorse per ottenere risultati sempre meno decisivi.
Il possibile tracollo russo va cercato qui, non nella caricatura di un Cremlino che improvvisamente spegne le luci. È un processo di erosione e, se continuerà, potrebbe accelerare proprio quando il sistema avrà meno margini per assorbirlo. Da questo punto di vista la crescente aggressività di Putin verso l’Europa non dimostra necessariamente che la Russia stia vincendo. Può indicare esattamente il contrario. Più diventa difficile ottenere una vittoria decisiva in Ucraina, più diventa necessario cercare di far saltare dall’esterno il meccanismo che permette a Kiev di resistere.
Questa è la vera partita. Non i carri armati russi diretti verso Berlino e nemmeno qualche fantasiosa guerra di conquista dell’Europa. Putin deve spezzare il legame tra Kiev e le capitali europee perché sa che, finché quel legame rimane intatto, la Russia continuerà a combattere contro un Paese molto più piccolo sostenuto da un blocco economico, industriale e tecnologico enormemente più grande.
La guerra ibrida è quindi il sintomo della difficoltà russa, non la prova della sua onnipotenza. Putin minaccia l’Europa perché non può permettersi di combatterla direttamente, la destabilizza perché non riesce a costringerla militarmente a cambiare politica e cerca di dividerla perché soltanto un’Europa divisa può lasciargli campo libero in Ucraina.
Quindi, al netto di questa analisi, la domanda non è più quanto può resistere l’Ucraina; la domanda semmai è: quanto manca al collasso della Russia e del suo leader afflitto da sindrome di accerchiamento?
Piero Terracina

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