
La resistenza di Pedro Sánchez all’assedio congiunto delle opposizioni interne e delle forze internazionali che hanno cercato di disarcionarlo con l’invasione di Ceuta ha finito per cedere sul terreno scivoloso di un decreto legge respinto a maggioranza alle Cortes, che aveva tuttavia il pregio di essere un provvedimento popolare che congelava per un biennio gli sfratti.
Non era il suo figlio prediletto, ma l’ultima pugnalata alle spalle è stata data dal redivivo Carles Puigdemont, il leader del centrodestra catalano (Junts) che pure sosteneva con i voti del suo partito il governo multicolore, ma ha deciso di contribuire a mettere fine all’agonia governativa di Sanchez. D’altronde al centrodestra catalano é venuto meno l’ossigeno a causa della nascita di un movimento che lo scavalca a destra (Aliança Catalana) una sorta di movimento dei forconi delusi dall’esito dell’irridentismo secessionista, ed è arrivata improvvisa una sponda da parte del Partito popolare disposto a tutto, perfino di governare con l’ultradestra spagnola di Vox, pur di tornare al potere.
I socialisti del Psoe in caso di voto ravvicinato si aggrapperanno ai loro buoni risultati ottenuti sul piano economico, ma affrontano la campagna elettorale sapendo che nel paese la propaganda assordante delle destre – confortata dalle iniziative giudiziarie contro il gruppo dirigente del Psoe – ha determinato l’appannamento della stella di Pedro Sánchez, stretto in un vero e proprio assedio di discredito popolare violento e determinato.
La Spagna si è divisa radicalmente sulla vicenda di Ceuta, i nazionalisti ne hanno fatto una questione di orgoglio patriottico, agitando temi e slogan che riecheggiavano l’epopea della “reconquista” in un crescendo di retorica anti-islamica, tacciando di “tradimento della patria” il tentativo razionale di riportare la crisi e l’invasione della exclave spagnola in Africa in un ambito umanitario, nel rispetto del diritto internazionale.
Quando la vicenda di un’anziana donna madrilena che rischiava lo sfratto è diventata di dominio pubblico e oggetto di solidarietà popolare, Sánchez ha preso la palla al balzo e ha decretato d’urgenza un congelamento degli sfratti: non si trattava di provvedimento a personam ma di un atto che evidenzia come la crisi abitativa, l’impennata dei prezzi degli affitti nelle grandi e nelle medie città spagnole siano diventati un enorme problema sociale. Il governo ha cercato di fare leva avviando dei provvedimenti che contenessero al massimo i nuovi segnali di povertà nel paese: aumentati i salari minimi, contenuti i prezzi delle bollette energetiche, rilanciati i consumi interni e difesa d’industria nazionale.
Ha prevalso sul piano parlamentare ma anche sul terreno della contestazione la rivolta dei ceti borghesi in alleanza con i ceti medi garantiti che si sono gettati nell’avventurismo politico della spallata ad un governo troppo socialista e troppo disobbediente ai grandi gruppi economici ed ai grandi paesi della Terra, Stati Uniti ed Israele in testa.
Potrebbe essere novembre la data elettorale ravvicinata, deciderà Re Felipe partito per Ceuta a verificare la compattezza del suo Regno; per disintegrare quella del governo democratico ci ha pensato un separatista catalano che, nell’imminenza del suo reingresso in patria grazie ad un provvedimento di amnistia, ha voluto dare un segnale della sua presenza in vita. I mesi che verranno diranno se riuscirà anche Pedro Sanchez ad uscire dall’angolo in cui le forze disomogenee del disordine lo hanno relegato.
Bobo Craxi

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