
«…In realtà la vita di Giacomo Puccini è stata talmente intensa, sotto tanti punti di vista, che non si finisce mai di raccontarla. E di leggerla. E di scoprirla.
Oltretutto la sua impressionante produzione di lettere – al momento se ne conoscono oltre diecimila ma si presume possano essere il doppio o più – è una continua fonte di accrescimento e per certi versi anche di rinnovamento della sua storia. Che è un po’ come le sue opere: cambiano gli allestimenti ma non ci si stanca mai di seguire le vicende di Mimì e di piangere per lei; potrà anche essere ambientata in altra epoca ma Tosca continua ad avvincerci, e ci commuovono la tenera Butterfly e la devota Liù e ci trascina nel gorgo della passione Manon… sempre, per sempre. Allo stesso modo non smettiamo mai di interessarci alla vita del loro autore, vita fortunatissima e tormentata, baciata da un grande talento e dalla sensibilità e angustiata dall’incertezza e dalla debolezza di carattere, piena d’amore e prigioniera di esso. Ed è proprio la vita di Puccini, scansionata attraverso la sua opera, le sue donne, le passioni, le inquietudini, le angosce e i successi, che può darci l’avvincente sempre nuova “messinscena” di una vicenda umana e artistica unica e che ogni volta ci sorprende, ci incanta, ci commuove».
Così scrive Rossella Martina nell’introduzione del suo saggio GIACOMO PUCCINI, GLORIA E TORMENTO (dreamBOOK edizioni, 2024). Viareggina, laureata in Filosofia, giornalista professionista, ha lavorato nelle redazioni culturali di quotidiani e riviste per poi dedicarsi alla narrativa e alla saggistica.
Così ci presenta l’oggetto del suo studio, il compositore lucchese Giacomo Puccini che, dopo il recente centenario della morte, è ricordato quest’anno per la prima della sua opera incompiuta, Turandot.
Un amore sincero, incondizionato che pure non le impedisce di affrontarlo con lucidità e deontologia professionale, tanto da tornare, un anno dopo, a parlare nuovamente di lui con il saggio GLI ULTIMI GIORNI DI PUCCINI – Turandot il sogno incompiuto (dreamBOOK edizioni, 2025) nel quale affronta gli ultimi anni di vita del compositore, la genesi di Turandot, fino a raccontare, in una sorta di diario giornaliero, i mesi che hanno preceduto la sua morte.
«L’ultimo lustro della sua vita è divorato dalla principessa mongola”. Così scrive il musicologo Alberto Cantù riferendosi a Giacomo Puccini e alla sua Turandot. Ed è, a nostro avviso, la più appropriata sintesi che si possa fare degli ultimi anni di vita del compositore lucchese.
Sono due le tracce da seguire per cercare di comprendere questo finale che sono insieme la vita e l’ultima opera di Puccini. Due tracce che finiranno, ovviamente, per confluire con la morte del compositore.
C’è la traccia artistica, musicale e drammaturgica, ovvero ci sono le ragioni di Turandot, l’opera “senza pace”, l’incompiuta, l’in-finita in-finibile. Puccini non riesce a terminarla. Si arresta alla morte di Liù. Oltre non può andare. Il lieto fine è impossibile. Perché? L’unica risposta documentale sta nelle sue lettere. Il resto dobbiamo cercare di leggerlo tra le righe di questa corrispondenza che ci introduce con un brivido all’altra traccia, quella che ha a che fare con l’uomo Puccini. Un Puccini che si avvia, inconsapevole quasi fino all’ultimo giorno, verso la morte, mentre il suo affollato mondo femminile si svuota nella più tragica delle nemesi, lasciandolo solo nell’ora dell’addio.»
É un invito intrigante ad entrare con lei in una dimensione per alcuni versi lontana dalla vulgata, eterodossa nella misura in cui, messi da parte luoghi comuni o pregiudizi, si apre ad una lettura interessante e stimolante di quest’ultimo periodo nel quale, per Puccini, sembrano venire al pettine molti nodi lasciati, volutamente o meno, insoluti.
Bene, abbiamo voluto parlare con Rossella Martina cercando di seguirla nei suoi pensieri e condividere con lei quelle suggestioni che stanno dentro la vicenda umana ed artistica di un uomo che ha lasciato una traccia indelebile di sé non solo nel cuore degli amanti del melodramma.
INTERVISTA
Dopo Giacomo Puccini, gloria e tormento, questo Gli ultimi giorni di Puccini – Turandot, il sogno incompiuto; quali le differenze tra i due saggi?
Giacomo Puccini Gloria e Tormento è una biografia ampia che ha richiesto uno studio di anni, ricerca archivistica, la lettura del consistente epistolario pucciniano e di tutta la bibliografia pucciniana precedente.
Quindi è stato un lavoro enorme che inevitabilmente ha lasciato dei semi da germogliare: ci sono alcune parti della vita di Puccini che sono state poco studiate, poco scandagliate forse perché non erano sufficientemente documentate al tempo delle prime grandi biografie. Oggi invece abbiamo la possibilità di leggere in pratica tutta la corrispondenza di Puccini, perlomeno quella che è stata trovata e al momento pubblicata e questo ci dà nuovo materiale su cui riflettere e su cui lavorare.
Il secondo libro Gli ultimi giorni di Puccini nasce proprio da un seme del precedente. Avevo infatti osservato quest’ultimo periodo fosse tanto poco conosciuto quanto importante e significativo. Una fase della vita di Puccini che sapevamo tormentata perché c’era la malattia e perché gli era impossibile terminare Turandot; questo approfondimento è risultato quanto mai interessante perché ha aperto veramente un capitolo nuovo e grande dell’ultima fase di Puccini, un capitolo che ci pone molte domande e dove l’intreccio tra la vita e l’opera di questo compositore è veramente straordinario, incredibile, non si può capire l’uno senza l’altro.
Il fatto che non abbia potuto concludere Turandot e che di questo abbia molto sofferto si intreccia col fatto che comincia a scoprire di essere malato ma non sa esattamente di cosa: una preoccupazione che cresce nel corso dei mesi fino all’ultimo anno quando, solo poche settimane prima della morte, viene individuato come un cancro. C’è un affrettarsi di circostanze che rendono tutto molto drammatico, straziante: un finale che corre verso la morte mentre Turandot si ferma, come se dopo la morte di Liù fosse impossibile per Giacomo Puccini immaginare un lieto fine; è proprio questa la fine dell’opera: l’in-finito, non c’è il seguito che Puccini forse aveva immaginato, che aveva forse cercato di sentire attraverso le parole dei librettisti, ma di cui probabilmente non era soddisfatto ma soprattutto c’è questo impossibilità di lieto fine, perché Puccini la sente per se stesso, sente l’arrivo, l’ombra della morte che si allunga e che travolgerà l’opera e lui stesso.
La scelta di raccontare quasi in forma di diario gli ultimi mesi di vita del compositore lucchese da cosa nasce?
L’idea di raccontare, giorno per giorno, le ultime settimane di vita di Giacomo Puccini è nata quasi per caso alla fine di settembre del 2024. Ho cominciato, inizialmente per me stessa, in base a tutto quello che avevo letto, a immaginare come si fosse sentito Puccini tormentato dal “mal di gola” e dal non riuscite a concludere Turandot. I dottori non riuscivano a individuare questo malessere, gli davano delle cure che però erano assolutamente inadeguate. Sentiva una grande debolezza fisica che derivava ovviamente dal male che si stava espandendo, ma che lui interpretava come una mancanza di entusiasmo e la malinconia che lo prendeva pensando alla vecchiaia; e poi questo finale di Turandot che non veniva in nessuna maniera, le continue lettere scambiate con i librettisti. Poiché questo lavoro mi stava coinvolgendo emotivamente, mi sono detta, ma perché non provare a scrivere queste giornate di Puccini così come io le immagino? Ovviamente non le “inventavo”, le ricostruivo in base alla documentazione, alle lettere, alle testimonianze degli amici, ai racconti fatti successivamente.
Ho cominciato a scrivere partendo dal 1ottobre del 1924 e ho iniziato a pubblicarlo sui social. Giorno dopo giorno, quella paginetta diventava un appuntamento sempre più atteso non solo da coloro che mi conoscevano ma anche da un nuovo pubblico che non sospettavo potesse interessarsi a questo mio progetto.
Le persone che mi scrivevano per esprimere il loro apprezzamento crescevano di giorno in giorno: arrivavano commenti anche dall’estero per dirmi che aspettavano la puntata del giorno dopo; ad un certo momento mi sono ritrovata a scriverla a mezzanotte in modo che, appena iniziava il giorno, dal punto di vista cronologico, potessi mettere in rete la puntata successiva, perché c’erano delle persone che aspettavano la notte per poterla leggere.
Questa esperienza, assolutamente nuova per me, mi ha indotto a farne un libro, naturalmente corredato da un’ampia premessa che racconta anche gli anni precedenti, dal 1920 quando Puccini incominciò a pensare a Turandot. Sono anni intensi e molto emozionanti. Quando si arriva all’ottobre del 1924, si parte con questo diario che, credo, alla fine sia il cuore di questo libro perché ci avvicina tanto alla figura di Puccini e ce lo rende una persona così fragile, così bisognosa di amore!
Veramente sembra incredibile che lui che di amore ne ha avuto così tanto nella vita, in questo periodo si senta solo e abbandonato: non ha nessuna delle donne che ha amato accanto a sé e questo è veramente una nemesi impressionante perché non ci si aspetterebbe che è un uomo così ricco e famoso, così amato, possa morire lontano da casa senza neanche la moglie accanto. È stata una ricerca e una scrittura che mi hanno coinvolto incredibilmente dal punto di vista emotivo e penso e credo – così mi dicono – che questo effetto lo faccia anche sul lettore.
La controversa figura umana di Puccini, trova in lei, donna, quasi una comprensione maggiore di quella che normalmente troviamo nelle biografie scritte da uomini. Perché?
I suoi biografi, piccoli e grandi, sono tutti uomini e questo secondo me ha un condizionato il racconto perché soprattutto i primi biografi che erano anche suoi amici, suoi compagni di avventure, ne hanno fatto un Don Giovanni, un bon vivant, un gaudente, un uomo che se si godeva tutti i piaceri della vita anche con un po’ di superficialità, quasi come se non tenesse conto dei sentimenti degli altri soprattutto delle donne che frequentava. Questo è un taglio che è stato dato alla figura di Puccini, lui vivente, e che poi ha condizionato anche le biografie che sono venute dopo. A mio avviso è stata una lettura decisamente superficiale perché se andiamo a leggere la corrispondenza di Puccini vi troviamo un uomo molto più complesso, un uomo estremamente malinconico, un uomo sempre insoddisfatto, un uomo eternamente in cerca d’amore, non un Don Giovanni che usa e getta le donne; una persona che non ha mai avuto la possibilità di vivere un vero grande amore con una donna adatta al suo spirito, al suo animo, alla sua complessità.
Sappiamo tutti che Elvira, la donna che quando lui è giovanissimo, rimane incinta e a cui lui si legherà per sempre, non era la compagna ideale per Puccini. Non aveva la sua sensibilità, era una donna brusca, possessiva, un po’ rude, insensibile rispetto alle esigenze anche culturali del marito e quindi lui per tutta la vita cerca il grande amore con momenti brevi di gioia e lunghi patimenti. Io credo che questo forse una donna, scrivendone la biografia, l’abbia sentito di più, abbia capito il grido di aiuto che c’era perfino dietro ai tradimenti. Una lettura che mi ha fatto cambiare la prospettiva nel raccontarlo, liberandolo da falsi e deleteri cliché nei quali è rimasto imprigionato per troppo tempo.
Il “Caso Turandot” è da lei ampiamente raccontato in questo suo ultimo saggio: cosa ci può dire di quest’opera e del rapporto che Puccini ha avuto con lei?
Turandot è la grande sfida che Puccini fa con se stesso. Dopo la fine della prima guerra mondiale si rende conto di quanto è cambiato il mondo in cui ha vissuto la sua generazione. A guerra finita i pur fragili equilibri che avevano caratterizzato la seconda metà dell’Ottocento, saltano: il mondo è come esploso, frantumandosi contro le sue stesse contraddizioni. Tutto è stato messo in discussione, anche l’arte, l’opera, la musica, e quelli che erano stati gli eroi dell’opera dell’Ottocento e dei primi del Novecento, come Verdi e Puccini, subivano da parte dei critici degli attacchi particolarmente aggressivi che mettevano in discussione il valore e l’attualità delle loro produzioni relegandoli ad un passato da distruggere o quantomento da relegare tra i ricordi.
Nasceva una musica diversa, la dodecafonica, quindi sperimentazioni, influssi che venivano dall’estero, da altri continenti, da altre estetiche. Tutto era in una rivoluzione continua, non sempre pacifica, anche a livello sociale e Puccini,
anziché gettare la spugna, sente la necessità di evolvere ancora una volta, come ha fatto sempre durante tutta la vita.
Per la prima volta, però, non sa se sarà all’altezza della sfida: sceglie Turandot, una favola, proprio perché per la prima volta vuole cimentarsi con una storia che sia lontana dai fatti quotidiani e che pure abbia una “morale” da proporre al su pubblico come era stato per ognuna delle opere fino a quel momento composte.
Pensava ad un’opera grandiosa, meravigliosa, dove ci fosse la possibilità di rendere, attraverso le scenografie e i costumi, un mondo lontano da quello nel quale si trovava a vivere e con lui milioni di persone private del beneficio dell’illusione e della speranza di un sogno.
Anche musicalmente, Puccini vuole sperimentare nuove strade: chiunque ascolti Turandot riesce a sentire quanto del futuro musicale ci sia in quell’opera. Si tratta quindi di un capolavoro sicuramente riuscito. Ma il finale, l’ultima parte, quella in cui Turandot si scioglie e cede all’amore di Calaf, non viene…
Non vengono le parole, almeno secondo Puccini, nonostante i suoi librettisti ci provino e ci riprovino in tutti i modi, e senza le parole la musica langue e con lei il suo compositore.
Probabilmente c’è una concatenazione di fatti, non è soltanto il finale in sé per sé che non viene, è il “lieto fine” che non convince Puccini per questa figura di donna. Turandot non lo affascina, specie dopo la morte di Liù, non riesce a capire come la protagonista d’improvviso possa cambiare così tanto da tornare ad essere protagonista di una storia d’amore credibile.
Direi che l’opera, con la morte di Liù, finisce veramente: non c’è la necessità di cercare di aggiungerci un finale, perché proprio questa incompiutezza dell’opera la rende più che mai novecentesca più che mai moderna; questo finale aperto che dimostra quanto sia impossibile, in fondo, descrivere la fluidità della vita e questo è uno dei temi importanti della letteratura, della narrativa, dell’arte in generale di quel periodo e che Puccini quindi interpreta a suo modo con questo finale che non c’è.
A più riprese lei sottolinea l’attualità della produzione operistica di Puccini e non solo a livello musicale: ce ne può parlare?
Musicalmente parlando, sulla grandezza dell’opera pucciniana i più grandi musicologi hanno già fatto chiarezza da decenni, quindi non sarò certo io ad aggiungere qualcosa. Da un punto di vista delle scelte dei libretti delle opere, però, c’è ancora molto da dire perché Puccini è stato considerato a lungo un “piccolo borghese” se non addirittura “un borghese piccolo piccolo” e le sue storie come espressione di questo suo carattere, di questo suo modo di essere. In realtà, se andiamo a vedere con animo sgombro da pregiudizi, si tratta di storie che per il tempo in cui venivano messe in scena erano veramente rivoluzionarie, soprattutto perché mettono al centro la figura della donna, protagonista forte e fiera, quella che dirige il destino e questo è già di per sé un un punto di vista incredibilmente evoluto per la fine dell’Ottocento i primi del Novecento, in una società maschilista e tendenzialmente misogina. Le sue protagoniste sono donne che hanno il coraggio di opporsi al modo di pensare più gretto di quegli anni, sono donne libere, coraggiose, forti, anche quando sbagliano si assumono la responsabilità dei loro errori.
Pensiamo a Manon, alla vita che conduce Mimì, a Tosca che uccide il suo persecutore, il suo ricattatore sessuale e così Madama Butterfly che non è la figurina fragile che forse tanti hanno letto, ma è invece una donna di onore, che si uccide come fanno i samurai per salvare la propria dignità. Anche questa storia, a mio avviso, va riletta in modo più moderno, in un modo che riscatta completamente la figura femminile. Pensiamo a Minnie alla “fanciulla del West” che è da sola in mezzo ad una popolazione unicamente maschile di minatori, banditi e sbirri, è che è capace di conviverci facendosi rispettare ed amare pur non scendendo a compromessi. Insomma quelle di Puccini sono donne che hanno qualcosa di straordinariamente contemporaneo e che ci raccontano ancora tanto.
La vita di Puccini sembra indissolubilmente legata a quella delle “sue donne”: ce ne può parlare?
La vita di Puccini ruota tutta intorno al “femminino”. La donna è per lui un oggetto di ammirazione ma anche di soggezione. Io penso che la sua storia lo racconti da sé: nato in una famiglia con tantissime donne, il padre è morto quando lui aveva solo cinque anni, quindi è stato allevato dalla madre e dalle cinque sorelle. In casa c’era anche la nonna e due domestiche, quindi lui è stato allevato in mezzo a un nugolo di gonne e questo è stato a lungo il suo mondo. Con loro ha conosciuto la dolcezza, l’affetto, l’amore ma anche la severità, la saggezza, il rispetto da dare oltre che da ricevere. Quindi ha proiettato sulla figura femminile tutto quello che aveva imparato in casa. La madre, donna molto severa oltre che molto devota, gli ha insegnato la disciplina. Ha voluto fortemente che lui studiasse e facesse il musicista per proseguire la vocazione musicale dei Puccini. Quindi ammirazione e soggezione e questo probabilmente condiziona Giacomo anche quando incontra Elvira Bonturi: lui ha solo 27 anni, incontra questa donna già navigata, anche se coetanea, perché lei è sposata ha già una figlia, è addirittura incinta del marito quando incontra e inizia la relazione con Puccini. E questa donna prenderà subito il comando della relazione. Si capisce benissimo dalle lettere che si scrivono anche nel primo periodo, lei da subito pretendere devozione e fedeltà assolute. Avuto il figlio del marito, la relazione continua: lei rimane incinta di Puccini e anche in questo caso lo mette subito alle strette, costringendolo ad assumersi le sue responsabilità e se ne va via di casa di soppiatto, portandosi dietro la figlia e lasciando al marito il piccolino appena nato. Puccini si ritrova, pur non avendo un sostegno economico perché ancora era un giovane in cerca di fortuna, ad avere una compagna, una figliastra e di lì a poco un figlio che nasce a Monza, Antonio. Quindi anche in questo caso subisce la volontà di Elvira: per gli insegnamenti ricevuti si assume le sue responsabilità, ma non si può dire che scelga, è qualcosa che Elvira impone con mano forte e così la convivenza e così il matrimonio che pure avverrà solo 18 anni dopo, alla morte del primo marito. Dalla corrispondenza di Puccini si capisce che sono tutte cose che lui non sceglie, che fa per dovere, che fa perché Elvira e anche le sorelle glielo impongono, perché la società glielo impone.
Quando si innamora – accadrà tre volte nella sua vita che desideri seriamente separarsi da Elvira per costruirsi con un’altra una nuova vita – saranno sempre le convenzioni e la sua irresolutezza che lo costringeranno a abbandonare i suoi sogni e a fare ciò che gli impongono le convenzioni. La sua esistenza è tutta un subire imposizioni dal punto di vista emotivo, affettivo, emozionale e di cui poi, per fortuna, in qualche modo si libera quando si mette al pianoforte e comincia a scrivere la sua musica.
Ritiene con questo volume di aver esaurito quanto aveva da dire su Puccini o pensa che ci sia un seguito ai suoi lavori?
Se me lo avesse chiesto dopo il primo volume io avrei risposto di avere detto tutto quello che avevo dentro, ma poi mi sono ritrovata a scrivere un secondo libro, quindi meglio che non mi pronunci. Mai dire mai, può darsi che emergano nuovi documenti, una nuova corrispondenza che mi spinga di nuovo ad avvicinarmi a questa figura. Del resto Puccini come ho sempre detto è per me un grande amore e… non ci si separa mai da grandi amori.
Stefano Mecenate

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