
Il 12 aprile 2003, dalle colonne del Corriere della Sera, Oriana Fallaci esplose quello che la stampa definì un “proiettile di carta” contro Romano Prodi, allora Presidente della Commissione Europea. Nell’editoriale diventato storico, “Il nemico che trattiamo da amico”, la scrittrice non si limitò a una critica politica, ma scatenò un attacco frontale contro l’intera visione globale del Professore.
La Fallaci demolì Prodi definendolo un politico mediocre e, con un termine pesantissimo, un “collaborazionista”. Agli occhi della scrittrice, Prodi rappresentava il simbolo di un’Europa “senza spina dorsale”, rea di aver rinnegato le proprie radici cristiane e culturali in nome di un multiculturalismo ipocrita. La Fallaci derise Prodi chiamandolo l’”ottimista di professione”, accusandolo di cecità volontaria di fronte all’estremismo islamico.
Per Oriana, la politica di integrazione europea era una resa incondizionata che stava trasformando il continente in quella che lei definiva “Eurabia”. L’editoriale era un grido disperato contro una classe dirigente incapace di riconoscere quella che lei considerava una minaccia esistenziale per la civiltà occidentale. Più che di censura, l’intervento della Fallaci fu un detonatore di polarizzazione estrema. Se una parte d’Italia vide in lei una Cassandra inascoltata, l’altra la contestò duramente, alimentando un dibattito mediatico senza precedenti. Prodi divenne, per la scrittrice, il volto di quell’Europa colpevole di non voler più difendere i propri valori fondanti.
La reazione di Romano Prodi e del suo entourage agli attacchi di Oriana Fallaci fu caratterizzata da una strategia di distacco istituzionale e, in alcuni casi, da una ferma difesa dei valori europei di inclusione. Fedele al suo stile pacato, Prodi evitò spesso lo scontro frontale diretto. La sua risposta implicita risiedeva nella difesa dell’Europa come progetto di pace e dialogo, definendo le posizioni radicali della Fallaci come una “scelta di aggressività” che scambiava l’affetto per l’identità con l’odio verso l’altro. Molti sostenitori di Prodi e intellettuali del centrosinistra contestarono alla Fallaci non solo il merito, ma il linguaggio violento. L’uso del termine “Mortadella” e le accuse di “collaborazionismo” furono liquidati come insulti personali privi di spessore politico, volti solo a fomentare la rabbia sociale. Mentre la Fallaci profetizzava l’invasione di “Eurabia”, Prodi continuò a sostenere la necessità di distinguere tra estremismo e fede, promuovendo un modello europeo basato sul diritto e sulla cittadinanza piuttosto che sullo scontro di civiltà. Uno dei punti di scontro più feroci riguardò il passato. La Fallaci rinfacciò a Prodi la famosa seduta spiritica del 1978 sul caso Moro. A queste accuse, Prodi rispose confermando la sua versione storica e catalogando le critiche della scrittrice come ossessioni personali alimentate da un “carattere difficile”. In sintesi, mentre la Fallaci usava la penna come una sciabola, Prodi scelse di ignorare le provocazioni più volgari per presentarsi come il garante di un’Europa tollerante e razionale. Per Oriana Fallaci, Eurabia non era solo un termine, ma la descrizione di una catastrofe geopolitica e culturale in atto. Il concetto, ripreso dalle tesi della storica Bat Ye’or (pseudonimo di Gisèle Littman), divenne il pilastro della sua “Trilogia” post-11 settembre, in particolare nel libro La Forza della Ragione (2004). Fallaci definiva l’Europa non più come un continente sovrano, ma come una “colonia dell’Islam”. Secondo la sua analisi: L’invasione non era solo fisica (migratoria), ma mentale e culturale. Prevedeva un futuro in cui i minareti avrebbero sostituito i campanili e il burqa avrebbe rimpiazzato la minigonna. Per la scrittrice, l’immigrazione di massa era l’arma scelta per annientare l’identità occidentale. Accusava i leader europei (tra cui Prodi) di aver stretto patti scellerati con il mondo arabo — il cosiddetto Dialogo Euro-Arabo — che avrebbero portato a una graduale “islamizzazione” del continente. Fallaci scagliava i suoi attacchi più duri contro gli europei stessi, da lei chiamati “collaborazionisti”. Sosteneva che: La democrazia fosse stata “avvelenata dal servilismo” verso gli invasori. La Chiesa cattolica fosse troppo debole e “arrendevole” di fronte al mondo musulmano. Il multiculturalismo fosse una “farsa” e un inganno per nascondere la resa dell’Occidente. Mentre Bat Ye’or forniva la base documentale e storica della teoria (sostenendo l’esistenza di un piano politico deliberato dagli anni ’70), la Fallaci la rese “incandescente”. Se per la storica era un’analisi accademica, per Oriana era un grido di battaglia e una profezia apocalittica.
Giuseppe Basilico

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