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Primo Maggio: la festa del lavoro che non c’è e la verità che nessuno vuole vedere

Il Primo Maggio nasce come un avvertimento, non come una ricorrenza. Oggi, però, il Primo Maggio rischia di essere il contrario di ciò che era. Non è più la giornata della forza del lavoro, ma la giornata in cui si misura la sua debolezza.  Non è più il simbolo della conquista, ma il simbolo della distanza tra ciò che il lavoro dovrebbe essere e ciò che è diventato. In Italia, più che altrove, il lavoro è un territorio frantumato: precariato strutturale, salari fermi da vent’anni, giovani che fuggono, imprese che non trovano competenze, professioni senza tutele, lavoratori dipendenti senza prospettive.

di Angioletta Massimino | 1 Maggio 2026

Il Primo Maggio nasce da una ferita, non da una festa. 

Nel 1886, a Chicago, gli operai che chiedevano otto ore di lavoro furono trattati come nemici dello Stato. 

La bomba di Haymarket, i morti, i processi farsa, le condanne senza prove: tutto questo non appartiene al folclore, ma alla storia.  

Tre anni dopo, nel 1889, la Seconda Internazionale – l’organizzazione che riuniva partiti socialisti, movimenti operai e sindacati di tutta Europa – scelse proprio quella data come giornata mondiale dei lavoratori. Non per celebrare, ma per ricordare che il lavoro è sempre stato il punto più fragile e più conteso della democrazia. 

Il Primo Maggio nasce come un avvertimento, non come una ricorrenza.

Oggi, però, il Primo Maggio rischia di essere il contrario di ciò che era. Non è più la giornata della forza del lavoro, ma la giornata in cui si misura la sua debolezza. 

Non è più il simbolo della conquista, ma il simbolo della distanza tra ciò che il lavoro dovrebbe essere e ciò che è diventato.  

In Italia, più che altrove, il lavoro è un territorio frantumato: precariato strutturale, salari fermi da vent’anni, giovani che fuggono, imprese che non trovano competenze, professioni senza tutele, lavoratori dipendenti senza prospettive. 

È un Paese, il nostro, che parla di lavoro senza sapere più cosa sia il lavoro.

Il Primo Maggio, allora, non può limitarsi a ripetere la liturgia delle piazze. Perché le piazze raccontano un’Italia che non esiste più: quella delle grandi fabbriche, dei blocchi sociali compatti, delle identità collettive. 

Oggi il lavoro è un arcipelago di solitudini: il dipendente che teme di perdere il posto, il professionista che vive senza tutele, l’imprenditore che combatte contro burocrazia e instabilità, il giovane che non vede un futuro. 

Tutti isolati, tutti divisi, tutti più deboli.

Eppure la storia del Primo Maggio ci dice che il lavoro cambia solo quando ritrova un senso comune.

Non un’ideologia, non una bandiera, ma un’idea condivisa di dignità. 

È questo che manca oggi: una visione del lavoro come fondamento della cittadinanza, non come problema da gestire. 

Il lavoro non è un costo, non è un ostacolo, non è una variabile da comprimere: è la condizione stessa della libertà delle persone e della vitalità di un Paese.

Per questo il Primo Maggio dovrebbe tornare a essere ciò che era all’inizio: un giorno scomodo. Un giorno che non consola, ma interroga. 

Un giorno che non celebra, ma denuncia. 

Un giorno che non divide, ma costringe a guardare in faccia la realtà: senza un lavoro dignitoso, stabile, riconosciuto, nessuna società può dirsi democratica.  

Il Primo Maggio non è la festa dei lavoratori. È la festa del lavoro che manca, del lavoro che cambia, del lavoro che non basta più. 

E finché non avremo il coraggio di dirlo, continueremo a celebrare una ricorrenza che non ci appartiene più.

E il vero paradosso è che continuiamo a festeggiare il lavoro proprio mentre il lavoro ci sta scivolando dalle mani. 

Se non lo diciamo oggi, non avremo più nemmeno un Primo Maggio per dirlo domani.

Angioletta Massimino

Pubblicato in : Editoriale

Info Angioletta Massimino

Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, musicali, giuridici, sociologici e giornalistici.
Dal 1987 ha guidato la ‘Massimino Editrice’ e la Tipolitografia ‘Sicilmediterranea’, collaborando con Giuffrè, Giappichelli e Istituzioni accademiche.
La Sicilia è il centro del suo impegno: una terra ricca e capace, spesso relegata in un ghetto culturale e politico. Il suo lavoro nasce dall’esigenza di restituirle spazio e dignità.
Socialista per convinzione, ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI, contribuendo alla redazione di un’interrogazione parlamentare sul MUOS e alla stesura di un disegno di legge sullo stalking giudiziario.
Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE e La Giustizia.
Vive e lavora in Sicilia.

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