
Il Primo Maggio nasce da una ferita, non da una festa.
Nel 1886, a Chicago, gli operai che chiedevano otto ore di lavoro furono trattati come nemici dello Stato.
La bomba di Haymarket, i morti, i processi farsa, le condanne senza prove: tutto questo non appartiene al folclore, ma alla storia.
Tre anni dopo, nel 1889, la Seconda Internazionale – l’organizzazione che riuniva partiti socialisti, movimenti operai e sindacati di tutta Europa – scelse proprio quella data come giornata mondiale dei lavoratori. Non per celebrare, ma per ricordare che il lavoro è sempre stato il punto più fragile e più conteso della democrazia.
Il Primo Maggio nasce come un avvertimento, non come una ricorrenza.
Oggi, però, il Primo Maggio rischia di essere il contrario di ciò che era. Non è più la giornata della forza del lavoro, ma la giornata in cui si misura la sua debolezza.
Non è più il simbolo della conquista, ma il simbolo della distanza tra ciò che il lavoro dovrebbe essere e ciò che è diventato.
In Italia, più che altrove, il lavoro è un territorio frantumato: precariato strutturale, salari fermi da vent’anni, giovani che fuggono, imprese che non trovano competenze, professioni senza tutele, lavoratori dipendenti senza prospettive.
È un Paese, il nostro, che parla di lavoro senza sapere più cosa sia il lavoro.
Il Primo Maggio, allora, non può limitarsi a ripetere la liturgia delle piazze. Perché le piazze raccontano un’Italia che non esiste più: quella delle grandi fabbriche, dei blocchi sociali compatti, delle identità collettive.
Oggi il lavoro è un arcipelago di solitudini: il dipendente che teme di perdere il posto, il professionista che vive senza tutele, l’imprenditore che combatte contro burocrazia e instabilità, il giovane che non vede un futuro.
Tutti isolati, tutti divisi, tutti più deboli.
Eppure la storia del Primo Maggio ci dice che il lavoro cambia solo quando ritrova un senso comune.
Non un’ideologia, non una bandiera, ma un’idea condivisa di dignità.
È questo che manca oggi: una visione del lavoro come fondamento della cittadinanza, non come problema da gestire.
Il lavoro non è un costo, non è un ostacolo, non è una variabile da comprimere: è la condizione stessa della libertà delle persone e della vitalità di un Paese.
Per questo il Primo Maggio dovrebbe tornare a essere ciò che era all’inizio: un giorno scomodo. Un giorno che non consola, ma interroga.
Un giorno che non celebra, ma denuncia.
Un giorno che non divide, ma costringe a guardare in faccia la realtà: senza un lavoro dignitoso, stabile, riconosciuto, nessuna società può dirsi democratica.
Il Primo Maggio non è la festa dei lavoratori. È la festa del lavoro che manca, del lavoro che cambia, del lavoro che non basta più.
E finché non avremo il coraggio di dirlo, continueremo a celebrare una ricorrenza che non ci appartiene più.
E il vero paradosso è che continuiamo a festeggiare il lavoro proprio mentre il lavoro ci sta scivolando dalle mani.
Se non lo diciamo oggi, non avremo più nemmeno un Primo Maggio per dirlo domani.
Angioletta Massimino

Lascia un commento