Arrivo di notte a Borispol, l’aeroporto di Kiev, con mia moglie. aspettiamo sua figlia Ilona che ci porterà a casa di una sua amica. Sta ci accompagna in auto mentre sua moglie si prepara ad accoglierci. la città è grande. dalla strada osservo i palazzi. mi sembrano grigi. forse di venti piani: degli alveari. noi proseguiamo sulla strada bagnata con ai lati la neve spalata. abitano fuori città. La casa è appena sopra un dosso oltre un cancello. L’appartamento è situato in una delle casette che un tempo erano dell’esercito. dalla strada era solo intuibile che lungo la via sono distribuite le abitazioni composte da casette con giardino e delimitate da approssimative cancellate e muri sbertucciati. Non è molto freddo. L’edificio è piccolo in mezzo all’area della ex caserma. L’ingresso è molto modesto. Tutto in legno, con la ringhiera tinta di blu. Siamo accolti bene con sobrietà. Ma molto stanchi. Il letto ci attende. Si, la casa è piccola, il bagno minuto. Tutto però è accogliente nelle due stanze. Finalmente a dormire.
Le sorprese sono per la mattina in città. Dopo colazione abbiamo preso il pulmino. Sono mezzi privati da 15 posti a sedere. L’autista tiene una cassetta di legno accanto a se, dove i passeggeri mettono i soldi direttamente. Nessuno si sognerebbe di non pagare. Sono umili ma di grande orgoglio. Il mezzo ci ferma alla prima stazione della metro. Osservo la gente: sul pulmino pieno una signora sale e da i soldi a quella accanto che gli ha fatto spazio per poi passarli al passeggero più vicino alla cassetta. Ora mi domando: fallo in Italia….
La metro è profonda, si scende molto e velocemente. Le carrozze sono di colore azzurro listate di giallo. La nostra linea è azzurra. Percorriamo un lungo tratto. Passiamo sotto il fiume Dniper per andare a Lavra, il più antico monastero di Kiev. Mosca non esisteva e Lavra sorgeva dalle grotte di uno dei tre colli dell’antica città capitale dell’Ucraina.
Il nostro percorso termina alla stazione arsenali. Emergiamo dalle profondità. Si riconosce evidente la mano sovietica; la metro è del 1935. La città è completamente ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, ma la piazza espone ancora il cannone puntato verso l’edificio dell’arsenale, uno dei pochi rimasti in piedi con ancora le offese dei proiettili inferti dai bolscevichi nel 1921.
Prima di visitare il monastero attraversiamo una lunga piazza dove si trova un obelisco. Li c’è il milite ignoto, dove alla base una fiamma è sempre viva. Alla destra dell’obelisco, si alza verso il cielo grigio una grande candela. E’ la candela della carestia. Lì ce il museo.Li si comprende il perché della guerra di oggi.
Entriamo. La biglietteria è su di un lato. Attorno ci sono tante foto in bianco e nero di prima del 1921. Famiglie, contadini, uomini col colbacco fieri e ben vestiti. Ci sono donne dai volti dolcissimi con giovani uomini al loro fianco.
Bellissime fotografie che guardo mentre Ilona e la piccola Anastasia comprano i biglietti. E’ il museo della carestia. Dieci milioni di civili morti per mano dei bolscevichi.
Da Lenin a Stalin. Qui ci sono i documenti e le foto. Chi non morì di stenti pervenga deportazione o per i processi sommari dei funzionari comunisti.
Ben altre foto delle precedenti. Al centro della sala del museo ci sono dei libri neri dove per ogni provincia ucraina sono registrati i nomi delle persone morte per le carestie causate dai russi. Tutta a parte del centro sud venne spazzata via dalla fame e sostituita dai coloni russi.
Il motivo della guerra di oggi dipende dal 1921 quando Lenin entrò in Kiev, nell’Ucraina libera.
Senza comprendere la storia non si capisce perché questa non è una guerra civile ma una invasione di Putin, ammesso che che le guerre siano civili.

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