
La prima guerra mondiale fu una catastrofe umana senza precedenti che oggi una risorgente retorica nazionalista e militarista tende a far dimenticare.
Per questo è doveroso ricordare cosa furono effettivamente quei cinque anni di fuoco che incendiarono l’Europa e dettero inizio alla sua rovina e decadenza.
Oggi che soffiano nuovi venti di guerra e che ci stiamo lanciando, proprio come agli inizi del secolo scorso, in una folle corsa al riarmo, ricordare la realtà di quella catastrofe è un dovere morale prima che politico.
Le perdite della prima guerra mondiale furono immani, mai viste fino ad allora nella storia dell’umanità: le vittime dirette e indirette, inclusi i feriti e i mutilati e i morti per fame ed epidemie, furono in Europa più di 30 milioni.
La guerra costò all’Italia circa un milione di vite
Tra il 1915 e il 1918, oltre seicentomila soldati italiani morirono nelle trincee, sui monti e nelle pianure del fronte. Centinaia di migliaia tornarono mutilati nel corpo e nello spirito, incapaci poi di reinserirsi nella società. La violenza estrema, subita e imposta, durante il conflitto era diventata per quella generazione un’abitudine, normalità di vita
L’Italia entrò in guerra con la promessa di un “compimento della Patria”, ma ben presto i sogni patriottici trasformarono in un incubo di fango, fame e sangue.
I comandi militari, legati a una disciplina ottocentesca e autoritaria, animati da un profondo disprezzo verso gli umili, risposero alla paura e al disordine con la repressione più dura e spietata.#
Le fucilazioni sommarie e le decimazioni divennero strumenti di terrore per mantenere la disciplina. Soldati stanchi e affamati, colpevoli di aver disobbedito o semplicemente di essere fuggiti dal fuoco delle mitragliatrici, venivano decimati e messi al muro senza processo.
I generali della Grande Guerra, chiusi nei loro comandi lontani dal fronte, furono spesso dei feroci sanguinari per l’indifferenza con cui mandarono al massacro milioni di uomini.
Chi ha avuto modo di visitare i luoghi della castrofe della gioventù italiana e austriaca, i fronti dell’Isonzo e del Carso, ha potuto vedere l’insensatezza di combattimenti per pochi centinaia di metri di terreno, con assalti suicidi per dare la “spallata” alle linee nemiche, mettendo nel conto la perdita di decine e decine di migliaia di uomini.
La retorica patriottica copriva l’assurdità di un conflitto in cui le classi popolari pagavano il prezzo più alto mentre le voci critiche venivano messe a tacere o giudicate per tradimento.
In una lettera inviata nel 1917 ai capi delle nazioni belligeranti, il Pontefice, Benedetto XV definì così il conflitto che stava devastando l’Europa:
“In questa orrenda carneficina, che ormai da tre anni insanguina l’Europa, vediamo soltanto un’inutile strage.”
La sua voce rimase isolata: i governi ignorarono l’appello, considerandolo un’ingerenza, mentre le trincee continuavano a inghiottire vite.
Antonio Gramsci interpretò la Prima guerra mondiale come il punto di crisi del vecchio ordine capitalistico e liberale. In un articolo del 1917 sul Grido del Popolo scrisse:
“La guerra non è che la manifestazione più violenta della crisi del capitalismo; non la sua negazione, ma la sua più brutale affermazione.”
Per Gramsci, quindi, la guerra non fu che il prodotto diretto delle contraddizioni del sistema capitalistico, che scaricava sui lavoratori e sui contadini — mandati al fronte a morire — i costi di una competizione economica e imperialista tra potenze.
Quando la guerra finì, il Paese era stremato, impoverito, attraversato da rancori e disillusioni.
La promessa tradita di terre ai contadini, la miseria delle masse popolari e lo sfruttamento nelle fabbriche, insieme alle mancate riforme sociali, portarono alla crisi del dopoguerra, agli scioperi e alle occupazioni.
Fu la paura delle mobilitazioni del Biennio rosso a creare lo spazio per una controrivoluzione fascista pagata e sostenuta da élite economiche, dagli agrari e dai capitalisti, e da apparati dello Stato per ristabilire ordine e disciplina, e infine avallata da una monarchia sempre pronta a tradire il popolo italiano.
Il fascismo si impose con la violenza brutale. Una parte degli ex combattenti, sbandati e aggressivi, agitati dalla retorica della vittoria mutilata, costituirono il primo bacino del movimento di Mussolini. Il mito della guerra come prova virile e fondamento della nazione divenne il nucleo ideologico del nuovo regime.
Per lo storico marxista Eric Hobsbawm ne ‘Il secolo breve’:
“Il fascismo fu la risposta della borghesia alla minaccia della rivoluzione sociale, nata dalle macerie della guerra e dal tradimento delle promesse fatte ai soldati e ai contadini.”
Così la “Grande Guerra”, il cimitero della gioventù, l’inutile strage, si trasformò nella madre di tutte le tragedie italiane del Novecento, aprendo la strada alla violenza politica, alla dittatura e infine a un’altra, ancora più devastante, guerra mondiale.
Enrico Rossi

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