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Presidenziali USA/2: Nove mesi in trincea

Gli strateghi si erano preparati a una guerra-lampo. I più hanno già lasciato cadere queste illusioni alla vigilia dello sparo del via.

di Alberto Pasolini Zanelli | 24 Gennaio 2016

Des Moines (Iowa)

Nove mesi in trincea. È ciò che attende gli eserciti di entrambi i partiti americani: una “guerra di posizione”. Faticacce e disagi e spese come quando la Prima guerra mondiale si impantanò in Europa da Verdun alle Fiandre per quattro anni. Grondando sangue, quella. Questa promette solo pazienza e nervi logori. Promettendo entrambe pazienza, fango e pidocchi. Queste sono, almeno, le previsioni degli esperti. Di coloro che stilano paragoni tra due generi di campagne elettorali: quelle che assomigliano a guerre-lampo e sfociano in gioiose parate e quelle che costano molto sudore e tanta pazienza. Le previsioni per questa maratona del 2016 sono soprattutto pazienza e frustrazione.

Nelle intenzioni dei partiti non c’erano queste. Gli strateghi si erano preparati a una guerra-lampo, secondo regole nuove elaborate nei quartieri generali, che sono poi la sede dei Poteri Forti: una fase iniziale breve e secca, quattro “primarie” in Stati poco popolati ed elettorati ben disegnati socio politicamente: Iowa in rappresentanza dell’America rurale, del Midwest, il New Hampshire come riassunto della Nuova Inghilterra, il South Carolina “concentrato” del Sud e della “Fascia della Bibbia” e il Nevada dell’Ovest d’azzardo. Poi, in marzo, il “Supermartedì” con quasi tutti gli Stati più popolosi. Gli strateghi repubblicani e democratici premevano o almeno speravano che tutto si decidesse presto e che già in aprile si conoscessero i nomi dei “finalisti”, nei due partiti alla Casa Bianca.

I più hanno già lasciato cadere queste illusioni alla vigilia dello sparo del via. Hanno già capito che anche quella del 2016 sarà una “guerra di trincea”, lunga e combattuta fino al fatidico primo martedì di novembre fra due belligeranti entrambi ulteriormente trasformati in direzione dell’intransigenza e di ripetuti assalti alle trincee “nemiche”. Ognuno forse, guidato da uno slogan differente (dalle tasse alla politica del Medio Oriente) ma, caso per caso e giorno per giorno condotta, con intransigenza ideologica, guardata con gli occhiali “liberali” o “conservatori”, ispirate dalla convinzione che il “fronte” opposto non si limita a sbagliare ma è guidato da strategie che mettono in pericolo il benessere del Paese. Il tutto a una temperatura ancora più rovente per quanto riguarda i repubblicani che, in sette anni di opposizione a oltranza alla Casa Bianca di Barack Obama, sono o si sentono obbligati a una battaglia campale dal momento che ogni moderazione di tono o di sostanza verrebbe interpretata come una resa ideologica. Non c’è più, nel partito che per l’ultima volta fu condotto al trionfo da Ronald Reagan negli anni Ottanta, un rapporto dialettico fra “conservatori” e “moderati”. Questi ultimi sono praticamente scomparsi. Non ce n’è uno nella dozzina abbondante degli aspiranti alla Casa Bianca. Rimangono solo i “conservatori” e gli “ultraconservatori”. Hanno obiettivi praticamente identici, la differenza è che i primi sono consigliati e guidati da una specie di gerarchia dei Poteri Forti, cui interessa soprattutto vincere senza bisogno di stravincere.

I secondi, invece, sono più ideologici e soprattutto più appassionati. Conducono una “guerra totale”. I motivi sono da tempo noti e si riassumono in due stati d’animo: la paura e la rabbia. Tristi previsioni in economia, urgenti timori che “se ci toccherà un altro presidente così” continui ad erodersi il primato americano sul mondo. Abbiamo parlato di una dozzina di candidati, che si collocano però in due campi più o meno trincerati. I “conservatori moderati” tengono a una vittoria, non importa se di stretta misura. Credevano di avere i candidati adatti, a cominciare dall’ultima “offerta” di una Dinastia: la famiglia Bush, che ha già dato all’America due presidenti per un totale di sedici anni. Dovrebbe toccare stavolta a Jeb, a lungo governatore della Florida, equilibrato e rispettato un po’ da tutti senza entusiasmare nessuno. Invece i test preelettorali lo hanno relegato tra il quarto e il sesto posto, rivelando che la moderazione non basta se non ha un “verbo” di idee proprie, anche se controverse.

In testa partono invece due ultrà rivelatisi così popolari da potersi concedere il lusso non di difendersi contro le accuse di estremismo, ma addirittura di un duello privato sforzandosi ciascuno di essere o apparire più estremista dell’altro. Si tratta di Ted Cruz, un senatore di origine cubana e fino a poco tempo fa di cittadinanza canadese, oggi senatore del Texas. L’altra Donald Trump, un uomo d’affari di grandi dimensioni, molto ricco ma novellino alla politica, eloquente ma scarso in autocontrollo, autore di slogan e interventi di dubbia efficacia ma di più che dubbio gusto. Egli promette, fra l’altro, una conduzione senza remore delle operazioni militari nel Medio Oriente, intransigenza nei confronti della Russia, espulsione dal suolo americano di milioni di immigrati di dubbia legalità o addirittura il divieto di ingresso su suolo americano di ogni musulmano. Gli strateghi dell’establishment repubblicano lo vedono come un grave pericolo per la salute del partito, capace anche di “regalare le elezioni” ai democratici. Lo Stato Maggiore repubblicano è convinto che i due “estremisti” vadano fermati, ma allo stato attuale, al momento del via alla maratona elettorale americana, l’unico modo di fermare Trump è votare per Cruz e quello di fermare Cruz votare per Trump. Troppo simili l’un l’altro da essere politicamente scambiabili, capaci entrambi di “regalare la vittoria ai democratici”. E hanno i loro problemi anche se meno gravi. L’eredità della presidenza Obama non è negativa ma neppure sufficiente a una trasmissione dinastica e Hillary Clinton è rispettata ma non suscita entusiasmi. Al punto da lasciare uno spazio di simpatie e di interesse a un uomo politico così insolito negli Usa da apparire un estraneo. Non per come lo definiscono gli avversari, ma per come si presenta: Bernie Sanders, un Socialista. Che propone, inoltre, una “rivoluzione politica”.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, barack obama, battaglia, bush, casa bianca, dinastia, europa, guerra mondiale, hillary clinton, mondo, obama, opposizione, prima guerra, senatore, slogan, tasse, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Fogazza

    24 Gennaio 2016 alle 16:47

    l’economia USA è di tipo militare – cominciò con la guerra d’indipendenza, poi la prima guerra mondiale, l’orso bianco fu svegliato con la seconda guerra mondiale e infine divenne il guardiano del mondo (vietnam, Corea, Iraq, Afganistan, Iraq ) ora è stanca carica di debiti ma il passaggio ad economia di pace la porterà al declino a meno che non si apre all’UE

    Rispondi

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