A pochi giorni dal primo turno elettorale delle presidenziali francesi, per la prima volta dopo quasi due mesi i sondaggi accreditano Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy alla pari, 50% a testa nelle intenzioni di voto dell’elettorato che, dunque, rivelano una situazione di perfetto equilibrio, con un’alta percentuale – 24% – di indecisi che deciderà l’esito del ballottaggio. Non è possibile, al momento, fare previsioni sul candidato vincente, ma qualche considerazione pre-elettorale la si può esprimere. Diversamente da quanto accade nel nostro ormai geriatrico paese, dove il governo si regge sulla buona salute di cinque senatori a vita ultranovantenni, la Francia si affida ad una nuova generazione che non ha ancora, od ha appena compiuto, cinquant’anni, ed i due candidati più importanti non sono i soli a rappresentare questa tendenza, perché i componenti dei loro staff e delle loro future amministrazioni sono tutti più giovani di loro, a riprova di una volontà di cambiamento e di rinnovamento che viene sentita come necessaria e, di più, vitale, per un paese chiamato ad affrontare e gestire le grandi sfide di questa fase storica e sociale che stiamo vivendo. La candidatura della Royal, prima donna ad arrivare alla sfida per la presidenza, è un ulteriore segnale di questa volontà, perché apre la strada all’ascesa femminile alla più alta carica dello stato e lo fa nel modo giusto: che vinca o che perda, Ségolène ha infatti conquistato il diritto di correre per l’Eliseo battendo due candidati uomini nelle elezioni primarie interne al suo partito, dunque nella maniera più aperta, democratica e convincente che un moderno sistema elettorale può oggi consentire di praticare. Ancora: sia Sarkozy che la Royal rappresentano una sorta di ponte con altre culture, il primo perché originario di un altro paese e francese di adozione, la seconda perché nata e cresciuta in Algeria fino alla maggiore età, dunque entrambi portatori di una diversità che potrebbe fare rima con multiculturalità, termine oggi abusato e spesso travisato, ma in realtà pietra di paragone ineludibile per chi si proponga di governare un paese occidentale, perché non si può pensare, nel terzo millennio, di fare ancora leva sulla paura del diverso e su una battaglia di reconquista, ma bisogna invece puntare sulla consapevolezza che una varietà di razze e culture deve necessariamente trovare nella forma democratica dello stato liberale un punto d’incontro, di tutela e di civile convivenza. Ma altre considerazioni interessanti, non solo in via generale ma soprattutto se riferite alla agonizzante politica di casa nostra, sono emerse dalla campagna elettorale francese ed offrono qualche motivo di riflessione. Sia Royal che Sarkozy si sono rincorsi sugli stessi temi senza che nessuno dei due, in realtà, abbia stupito o profondamente convinto per la forza della propria concezione dello stato e del programma per gestirlo, ma quello che è interessante è il fatto che entrambi sono scesi sul terreno dell’avversario per recepire le tematiche più spinose e fare un tentativo – se convincente o meno saranno gli elettori a deciderlo – di comprenderle nelle proprie intenzioni di governo. Sarkozy, partito molto a destra, ha battuto la testa sulla prima dichiarazione omofobica che ha fatto, paventando una ritrattazione dei Pacs, diritto ormai acquisito in Francia da anni, e perdendo sonoramente nel riscontro di audience del dibattito televisivo, vinto con grande distacco dalla Royal. Immediata correzione di rotta, seguita da adeguate manifestazioni gay friendly e da un gentlemen’s agreement molto pubblicizzato con Tony Blair che ha garantito la sua simpatia al candidato di destra improvvisamente scopertosi liberal e costretto – questa la differenza con l’Italia, dove passate le elezioni tutto finisce nel dimenticatoio – a rispettare le promesse che mai, in caso venga eletto, potrebbe rimangiarsi. La Royal, dal canto suo, ha giocato la carta dell’identità nazionale e del tricolore come simbolo unitario, argomenti cari alla destra e molto meno alla sinistra, ma che le hanno permesso di recuperare terreno dopo che l’inizio della sua campagna elettorale, con i viaggi in Medio Oriente ed in Cina, l’aveva fatta sembrare troppo lontana dalle tematiche interne del paese e troppo incline alla ribalta internazional-mediatica più che alla gestione dalla cosa pubblica. Questa flessibilità dei due candidati potrebbe fra storcere il naso a molti, abituati al quotidiano muro contro muro della politica italiana, ma a noi sembra invece una nota positiva per gli elettori francesi perché di fatto né Sarkozy né Royal si sono arroccati sulle loro posizioni ed hanno mandato un segnale di apertura e di disponibilità al paese che in realtà accredita il loro diritto a potersi candidare a presidente, dunque a rappresentante di tutti, e non solo di una parte sociale, civile o politica disposta a sostenere la loro elezione. Di fatto, riteniamo che né l’uno né l’altra rappresentino due personalità eccelse, però vorremmo che a noi elettori italiani, privati persino del voto di preferenza, fossero offerte le stesse opportunità che hanno oggi i francesi: un rinnovamento generazionale della classe politica, una selezione dei candidati attraverso elezioni primarie interne ai partiti ma realmente aperte a tutti, una disponibilità concreta nel recepire le istanze di tutti, una candidatura femminile non per vie traverse, senza calendari su Internet o matrimoni con leaders politici di vecchia data, ma legittimata dall’impegno e dalla capacità di emergere nella leadership del paese. Sembrano cose scontate, nel 2007, in Europa: ma in Italia nessuna delle condizioni sopra elencate è possibile e, in questo momento, anche lontanamente realizzabile. E su questo c’è da riflettere, sempre che se ne abbia voglia.
Chiara Boriosi

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