
Giorgia Meloni con quel suo certo qual piglio da capitano d’industria, sta avvezzando un po’ tutti, osservatori, commentatori e specialmente i membri della sua maggioranza, a sostenere ritmi serrati, inusuali e a volte convulsi, per la politica italiana. Non solo per quanto prepara e cucina settimanalmente con grande lena, ma anche per tutti gli incidenti di varia natura che capitano nel suo governo, o a lei stessa, più o meno agli stessi ritmi forsennati.
E così, mano a mano che srotola le pagine del suo speciale “diario di Governo” non manca mai di sorprendere per la capacità di sostituire l’ultima magagna, con una nuova fresca fresca di bucato. E siccome sta scoprendo pure la sua vena di burlona, non nascondendo di prenderci anche gusto, si limita di solito a svelarci solo i titoli dei capitoli, lasciando molte pagine in bianco. In quello dedicato al risanamento e rilancio economico ha usato ad esempio uno stile tipo “La mascella di Caino”. Chi ci capisce qualcosa è bravo.
Maestra nella disciplina dell’annuncismo, le manca giusto un’eco finale alla Massimo Lopez quando faceva Wojytila, per renderli semplicemente perfetti.
E che dire dei suoi slogan preferiti, ottimi anche per i gargarismi? Dovrà aggiungere anche “single” adesso accanto a madre, donna e cristiana?
Il Paese non fa in tempo a digerire la parentesi da rotocalco rosa, da fare invidia alla Barbara d’Urso, ed ecco subito a ruota il via agli scherzi telefonici. Attività che andrà sicuramente implementata, visto il successo anche internazionale riscosso con i “Pampers” di Mosca che imitavano Totò.
E chissà quante ne hanno ancora in freezer da tirar fuori tra Palazzo Chigi e Antonio Ricci!
Insomma un abisso tra lei e i politici del passato, specialmente quelli della I Repubblica, preparati sì ma un po’ soporiferi. È lei l’antidemocristiana per eccellenza della II. Tutta il contrario ad esempio di uno degli ultimi scudocrociati di razza, quel Ciriaco De Mita che una volta ebbe l’audacia di dire: “Nel momento della massima confusione, il massimo della velocità, è stare fermi”. E no, lei smania e oscilla a velocità ipersoniche per portarci dritti dritti e finalmente, nella III, di Repubbliche. Il nuovo Valhalla di stabilità, sicurezza e crescita nazionale, dove scorreranno fiumi di latte e miele, che presto tutto il globo terracqueo ci invidierà. Per arrivaci serve un nuovo mantra, da lei già testé confezionato, parafrasando addirittura Saddam Hussein: “la madre di tutte le riforme”. Quella sull’elezione diretta del capo del governo, che messe da parte le ataviche ruggini per la “perfida Albione” la nostra pdC chiama e ridefinisce precipuamente “Premier”.
Ancora una volta 5 scarni e sintetici punti col quinto che richiama semplicemente i primi 4 (Urso e Lollobrigida si sa non amano i poemi) dove in pochi colpi di mazza ferrata si demoliscono gli articoli 93, 93 e 94 della Costituzione. Facendo venir meno il principio di rappresentatività in favore preminente di quello di governabilità, squilibrando così lo stesso meccanismo dei contrappesi democratici. La funzione del Parlamento (quindi doppia disfunzione restando il bicameralismo attuale) che già con la faccenda di autoesclusione dalla possibilità di presentare emendamenti da parte di deputati e senatori della maggioranza, sulla votazione del ddl Bilancio, esautora ulteriormente i poteri delle assemblee legislative. Secondo i desiderata del capo del Governo, si introdurrebbe la sfiducia costruttiva o norma “anti-ribaltone” che alla destra il termine piace di più (dove però attenzione, il sostituto del premier impallinato avrebbe più potere di quello eletto direttamente, ovvero quello di portare a termine la legislatura, pena lo scioglimento delle Camere); un premio di maggioranza del 55%, anche se prendi per assurdo soltanto il 20% dei voti; lo stop alla nomina dei senatori a vita (una caramella al populismo ci vuole) solo gli ex-presidenti della Repubblica avrebbero questo alto onore. E’ in definitiva la stessa logica del “sindaco d’Italia” tanta cara a Renzi, dove il premier scavalcherebbe il PdR anche nella nomina dei ministri, che diventerebbero di proprio esclusivo appannaggio, trasformando anche l’istituzione presidenziale in mero notariato, come spesso è stato detto e mai è stato in passato, nella realtà fattuale. Vedremo se nel disegno meloniano, il premier assumerà anche la funzione di capo delle Forze Armate. Sarebbe la ciliegina sulla torta. Avvelenata.
Anche perché in un Parlamento di nominati com’è quello di oggi, e con i partiti più che decotti non più in grado di svolgere le loro funzioni vitali, ovvero la loro vera e propria ragione sociale, quella cioè di formazione e selezione della classe dirigente e di elaborazione di idee e programmi per migliorare la vita dei cittadini, produrrebbe soltanto nuovi “listoni” di clientes, trote e famigli, privi dei requisiti minimi per impedire quantomeno, un “superamento” della democrazia verso altri lidi, già ampiamente sperimentati. E sarebbe opportunamente meglio di no.
L’unica speranza la riporrei, vista anche l’attuale inconsistenza delle minoranze, tutta nelle mani di Matteo Renzi che di riforme costituzionali se ne intende e che ha già annunciato impettito che darà una mano alla Meloni. Ma vorrà comandare un po’ anche lui.
Anche se qualcuno che la sa lunga nei dietro le quinte, manda a dire che la madre di tutte le riforme è soltanto l’ennesima supercazzola di Palazzo Chigi per tirare a campare e arrivare tonici alle europee e anche oltre (visti i tempi necessari) ancora sulla cresta dell’onda. E’ sempre possibile che Giorgia ci ripensi e baratti questa specie di minaccia, più che mossa politica di un qualche effetto, con altro di cui ancora non conosciamo forma e sostanza. Più che altro perché subito dopo aver varato il premierato, non avendo comunque il governo la maggioranza qualificata, sarebbe impossibile evitare il referendum conseguente e sappiamo che gli italiani almeno su questo versante, non amano farsi inchiavardare. Due sono gli scogli più aguzzi, scivolosi e taglienti che il governo dovrà affrontare prossimamente: la riforma della Giustizia voluta da Forza Italia e l’autonomia differenziata, bandiera della Lega. Esattamente due punti dirimenti che i Brothers of Italy temono più di ogni altro. Considerato anche che tra pochi mesi si vota col proporzionale, le preferenze e il motto “ognun per sé”. Non ci annoieremo, questo è certo.
Alessandro Silvestri

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