
Nel 2025 e anni a venire, conti se hai tre cose: soldi veri, forza armata credibile e cervello diffuso in tutto il Paese.
Economia, esercito e know how, civile e militare. Tutto il resto è accessorio, chiacchiere da salotto televisivo.
Non è una teoria astratta, è il filtro con cui bisogna leggere il mondo che viene. Chi riesce a mettere insieme questi tre pilastri si siede al tavolo dove si decidono le regole, imposta gli standard tecnologici, definisce le alleanze, scrive i trattati. Gli altri inseguono, commentano, al massimo protestano, ma non dettano la linea.
Il primo requisito è l’economia. Non basta sventolare il numero del PIL e dire “siamo la nona, la decima, la quinta economia del mondo”. Conta da cosa è composto quel PIL, quanto è diversificato, quanto dipende da cose che produci tu e non puoi semplicemente comprare altrove. Una cosa è basare la propria ricchezza su tecnologia, servizi avanzati, industria ad alto valore aggiunto, infrastrutture critiche, marchi globali. Un’altra è vivere di ciò che estrai dal sottosuolo e rivendi al miglior offerente. Nel primo caso hai leve reali, nel secondo sei in balia dei prezzi e degli umori altrui.
Il secondo pilastro è l’esercito. Anche qui, i numeri nudi servono a poco. Non conta solo quanti carri, quanti aerei, quante navi hai parcheggiati da qualche parte, ma la capacità di usarli nel tempo, lontano da casa, dentro una rete di alleanze che reggono alla prova dei fatti. Un esercito serio deve poggiare su un’economia che lo sostiene senza dissanguarsi e su una classe politica che non lo usa come giocattolo propagandistico. Se per tenere in piedi la macchina militare devi sacrificare istruzione, sanità, infrastrutture, stai bruciando il futuro per pagare il presente.
Il terzo elemento, quello che ormai pesa più di tutti, è il know how. La vera moneta del ventunesimo secolo sono i chip, il software, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, la robotica, lo spazio, le telecomunicazioni, le tecnologie di difesa avanzata. Se il mondo non può fare a meno delle tue competenze, dei tuoi brevetti, dei tuoi standard, allora conti. Se, tolto di mezzo il tuo contributo, il sistema globale continua a girare lo stesso, significa che il tuo potere è molto più piccolo di come lo racconti.
Dentro questa griglia, il quadro dei grandi si chiarisce.
Gli Stati Uniti sono ancora l’unico Paese che tiene in mano il pacchetto completo al massimo livello: economia gigantesca, finanza centrale, esercito globale con alleanze robuste, controllo su buona parte della catena digitale, dai semiconduttori al software. Ma questo primato ha per loro un costo altissimo: un debito pubblico mostruoso che continua a crescere e una struttura di potere che vive perennemente sul filo. A rendere il tutto ancora più instabile c’è il fatto che ora nello Studio Ovale siede un personaggio opaco, egocentrico, con pulsioni isolazioniste fortissime. Uno che flirta con l’idea di tirare i remi in barca sul piano internazionale mentre allo stesso tempo gioca a fare il protagonista assoluto. Una combinazione che, dentro un sistema tanto esposto e indebitato, è oggettivamente pericolosa per tutti.
La Cina ci sta arrivando a modo suo. Ha una base industriale colossale e sta scalando i gradini alti della tecnologia, investendo in difesa e comprandosi mezzo pianeta a colpi di infrastrutture e credito. Ma il suo modello ha un difetto strutturale: non è un’architettura economica aperta. Il mercato resta incapsulato nel controllo politico, il capitale si muove entro recinti stretti, il ceto medio esiste ma non è quella massa ampia, autonoma e davvero libera che fa da volano sistemico in un’economia matura. I consumi interni non bastano a reggere la macchina e, di fatto, Pechino è ostaggio dei consumi occidentali: se l’Occidente rallenta, compra meno, cambia fornitori o riallinea le catene del valore, il motore cinese tossisce subito. Per tenere il ritmo è costretta a spingere sull’export con una disciplina quasi militare del lavoro, che assomiglia molto a una forma di schiavismo di Stato mascherato da “sviluppo”: turni infiniti, diritti compressi, mobilità sociale legata alla fedeltà al sistema. È un modello potentissimo, ma fragile nel momento in cui chi compra decide di stringere il rubinetto.
L’Europa è il grande paradosso. Ha un’economia enorme, un patrimonio di know how gigantesco in tantissimi settori, ma per decenni ha vissuto con un’idea di difesa debole, frammentata, spesso delegata agli Stati Uniti. La guerra in Ucraina e il cambio di clima globale l’hanno costretta a guardarsi allo specchio: o costruisce una propria capacità militare credibile, oppure resta un gigante economico e tecnologico con i piedi di argilla sul piano strategico. Se riuscirà davvero a fare un salto di qualità sulle forze armate comuni e sulle politiche industriali condivise, diventerà il terzo polo del sistema. Se no, resterà un colosso a metà, dipendente dalle scelte altrui.
E dentro questo scenario entra la Russia, non come tema centrale, ma come esempio perfetto di potenza incompleta in un mondo che chiede il pacchetto intero. Dal punto di vista economico, la Russia è di fatto un nano: si muove intorno al quindicesimo-sedicesimo posto per PIL mondiale, lontanissima dai grandi blocchi che contano davvero. Non ha la massa critica né la diversificazione per competere alla pari. Una fetta consistente della sua ricchezza viene ancora da energia e materie prime. È un modello vecchio, in un’epoca in cui il valore si concentra su bit, algoritmi e servizi. Più il resto del pianeta accelera sulla transizione energetica e digitale, più questo schema diventa fragile. Consapevole di questa debolezza, Mosca gioca tutto su due carte: disinformazione sistematica, dentro e fuori i propri confini, e un atteggiamento aggressivo verso le nazioni “transfughe” dell’ex Unione Sovietica, nel tentativo di inglobarle di nuovo nella propria orbita e controllarne le economie. Non potendo costruire un vero mercato interno forte, prova ad allargare il perimetro politico per fare massa critica sul piano economico, usando pressione militare, ricatto energetico, propaganda e destabilizzazione.
Sul piano militare, il limite della Russia non è solo materiale, è soprattutto mentale. Mosca ragiona ancora con una testa da Novecento: una concezione obsoleta della guerra, rimasta all’epoca in cui la tecnologia quasi non esisteva, gli scontri erano continentali e vinceva chi aveva più carne da macello da mandare al fronte. Il problema è che il mondo non funziona più così. La guerra in Ucraina lo dimostra: non c’è un esercito capace di travolgere il nemico, ma uno scontro di attrito infinito, una linea del fronte che si sposta di pochi chilometri al prezzo di perdite colossali per risultati marginali. È un conflitto che logora, non che conquista. Oggi contano i droni, i satelliti, la guerra elettronica, la capacità di colpire preciso a distanza, la filiera industriale che sostiene il conflitto senza distruggere l’economia. Invece a Mosca si continua a ragionare come se bastasse mobilitare più uomini, riaprire vecchi magazzini, rimettere in moto carri arrugginiti e cannoni d’epoca sovietica.
Questa obsolescenza concettuale si paga. Un arsenale che pesa così tanto sul bilancio nazionale si regge sacrificando enormi risorse civili, e in cambio non ottieni vittorie decisive ma solo una guerra di logoramento che blocca il Paese in una palude strategica. La guerra in Ucraina ha tolto molta vernice: ha mostrato un apparato capace di tenere aperto il conflitto a costo di tutto, ma incapace di trasformare quel sacrificio in risultati politici e territoriali stabili. Per reggere la linea è stato necessario convertire pezzi di industria civile alla produzione bellica, chiamare riservisti, svuotare magazzini. Non è la postura di una potenza tranquilla, è la postura di uno Stato che gioca all-in con categorie del secolo scorso, in un campo di gioco che nel frattempo è cambiato sotto i suoi piedi.
Sul fronte del know how, la Russia si ferma a metà strada. Non è un deserto, ha competenze, scienziati, ingegneri, tradizione in certi settori militari e spaziali. Ma non è al centro di nessuna grande filiera tecnologica globale. Non domina i chip, non controlla piattaforme digitali mondiali, non impone standard senza i quali il resto del pianeta si blocca. E negli ultimi anni, complice la guerra, ha perso una parte di capitale umano in fuga: giovani qualificati, programmatori, ricercatori che se ne vanno e difficilmente tornano. È un danno che si misura in decenni, non in trimestri.
Se rimettiamo in fila i tre requisiti, il risultato è abbastanza semplice. Ci sono i costruttori di ordine, quelli che hanno economie robuste, eserciti sostenibili e un know how che rende il loro ruolo indispensabile: Stati Uniti, Cina e, se si sveglia fino in fondo, Europa. Poi ci sono i sabotatori di ordine, Paesi che non hanno abbastanza economia o tecnologia per proporre un modello, ma hanno abbastanza armi, materie prime o leve di pressione per complicare la vita agli altri. Qui rientra la Russia, insieme ad altre potenze regionali che campano di crisi, conflitti, ricatti energetici, migrazioni pilotate.
Infine ci sono i Paesi che rischiano di diventare solo terreno di gioco, non giocatori. Quelli che non hanno i tre requisiti e non trovano un posto chiaro dentro un’alleanza strutturata. Saranno quelli più esposti alle scosse del sistema, quelli che subiranno le decisioni prese altrove senza avere quasi voce in capitolo.
La verità è che, nel mondo che abbiamo davanti, il potere non è più la bandiera sventolata sulla Casa Bianca, sul Cremlino, su Pechino o sul palazzo presidenziale di turno. È la capacità di tenere insieme soldi, armi e cervello in un sistema che regge, innova e attira gli altri. Chi non riesce a farlo può anche urlare, minacciare, mostrare missili in parata, ma finisce lo stesso in seconda fila. Gli Stati Uniti sono ancora in cima, ma con fondamenta sempre più stressate e un inquilino imprevedibile. La Cina corre con un motore potentissimo ma chiuso, appesa ai consumi occidentali che le comprano la produzione. La Russia resta aggrappata a un’idea di potenza del secolo scorso, intrappolata in una guerra di attrito che non sa né vincere né chiudere, e a un’economia di dimensioni ridotte che prova a dilatarsi a colpi di disinformazione e aggressioni. Il resto del mondo, in mezzo, deve decidere se limitarsi a sopravvivere dentro i giochi altrui o provare davvero a costruire un proprio spazio nel nuovo ordine.
Piero Terracina

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