E’ troppo sensata – e non banale – la riflessione che Giampaolo Pansa compie sulla politica e sui politici della c.d. Prima Repubblica, per come l’ho ascoltata in un’intervista su Rai2 nella quale ha presentato il suo ultimo libro, un Elogio della classe politica dorotea.
Una delle differenze tra i politici di allora e quelli di oggi – afferma – è che allora, prima di arrivare a ruoli di primo piano, essi facevano una lunga gavetta. Ciò mi offre lo spunto per affermare quanto di seguito.
La politica era davvero una professione: presentava un suo cursus honorum, aveva le sue palestre, le sue regole ben precise; un periodo anche lungo di apprendistato, nel quale si acquisivano i ferri del mestiere, ingenerava nel politico il senso della costruzione graduale, anche dell’umiltà e del sacrificio di questo percorso, che era denso di onori ma anche di rinunce. Non era una cosa da poco: il tempo di questo apprendistato era buono anche per costruirsi un retroterra, una base di attenzioni e di consensi che sarebbe risultata essenziale per una carriera solida, progressiva. Non che questo quadretto significhi che allora fosse tutto buono e perfetto: il politico del resto si è sempre, in qualche modo, contaminato o compromesso. Non era la incorruttibilità, l’onestà, la cifra di quei politici; ma, certamente lo erano la professionalità, l’esperienza, la rappresentatività concreta.
Guardiamo ad essi, noi che a quel tempo eravamo in politica, non con l’occhio imperdonabile di chi ripensa ad un’età dell’oro che non è mai esistita, ma con la consapevolezza della pur siderale distanza dal modello odierno: che proviene dalla rapida spettacolarizzazione della politica, dall’assunzione di centralità del profilo mediatico. Ci ricordiamo? Si è cominciato a candidare uomini della società civile come fossero figurine, per riempire un mosaico da spendere sul mercato elettorale; si è proseguito con partiti sempre più esigui, dove si imponeva la figura del leader; si è andati avanti con la veloce scomparsa delle identità politico-culturali, che sono state sostituite da rapidi abbozzi e, soprattutto, da slogans, da parole d’ordine; si è concluso il percorso con leggi elettorali buone ad accentrare il potere in poche mani, privando di senso l’intervento dell’elettore; con la prevalenza di logiche decisionali ancorate ai sondaggi di opinione, sganciate assai spesso dalle altre importanti variabili.
Così, oggi – mi sia permessa questa affermazione un po’ paradossale – il politico non esiste più. Ci sono una manciata di leaders e poi – dietro, sotto di loro – i gregari di primo, secondo e terz’ordine. I prescelti: estratti a sorte dalla volontà imperscrutabile dei primi, ascendono vertiginosamente a ruoli di primo piano quando, fino al giorno prima, erano stati una cosa tutta diversa; e, naturalmente, pagano questa grazia con una fedeltà cieca al loro benefattore. Sempre in procinto di ritornare nella polvere, di essere licenziati allorché si accingano a contraddirlo, a censurarlo, a marcare la propria identità.
Appunto: i leader; e poi tutti gli altri, allineati e coperti.
Si veda, qui sta anche la ragione per la quale tanti di noi hanno scelto di non tornare in politica (con buona pace degli amici che hanno fatto la scelta opposta, ai quali non è diretta questa mia); per una valutazione che mi permetto di definire frutto, a suo modo, di una certa integrità e onestà intellettuale: la vecchia palestra ci aveva insegnato non solo a portare l’acqua, ma ad essere, nel nostro ambito, individui consapevoli, ancorati ad una filosofia politica e desiderosi di ragionamenti, confronti, prospettiva. Conoscevamo e rispettavamo le regole e le gerarchie ma non eravamo, non siamo mai stati servi. L’alternativa che l’oggi propone non dà scampo: se – come verosimilmente è – non possiamo giocare la partita da leader, chi ce lo fa fare di essere dei gregari?
Paolo Marini

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