
Non è solo una crisi politica. È un cortocircuito più profondo che riguarda tutti noi. Le tensioni tra Stati, le scelte incoerenti dei governi, la sfiducia crescente nelle istituzioni sono solo i segnali visibili di un malessere collettivo. E no, non è solo colpa di chi comanda. Quando la politica fallisce, spesso è perché anche la società ha smesso di partecipare. Nessuno ci ha imposto le decisioni sbagliate che abbiamo accettato. Le abbiamo lasciate passare per stanchezza o per abitudine. O perché abbiamo dimenticato che il voto non è solo un diritto, ma uno strumento potente di controllo democratico. Oggi siamo talmente immersi nella routine da non renderci conto che, ad ogni elezione, decidiamo il nostro futuro. Eppure, spesso ci presentiamo alle urne senza conoscere i candidati, senza leggere i programmi, guidati solo da impressioni personali o disillusione. Il paradosso? Ci lamentiamo già all’uscita dal seggio. La verità è scomoda: votiamo poco, e male. Quasi la metà degli aventi diritto non va più a votare. Nei referendum la partecipazione è ancora più bassa. Spesso ci si muove solo perché qualcuno ci ha convinti, non per reale convinzione. E così, a trarne vantaggio, sono proprio quei politici che conoscono e sfruttano la disinformazione. In un clima di ignoranza diffusa è più facile governare senza opposizione reale. Il risultato è che ci ritroviamo delusi, ma incapaci di reagire. La distanza tra cittadini e politica si è ampliata. Oggi sembra impossibile un confronto diretto. Anche i tre poteri dello Stato, che dovrebbero garantire equilibrio e legalità, faticano a dialogare tra loro. La fiducia si è incrinata. E con essa è venuto meno il rapporto di “fiducia” tra cittadini e istituzioni. Questa frattura ci confonde. E la confusione, spesso, nasconde l’ignoranza. Una parola forte, ma necessaria. Perché l’ignoranza – non solo quella scolastica, ma quella civica, sociale, politica – è il nemico silenzioso che mina le basi della nostra democrazia. Siamo caduti in un cortocircuito, senza più punti di riferimento né figure in grado di guidare un vero cambiamento. Serve uno psicologo per uscirne? No. Serve una presa di coscienza collettiva. Serve riscoprire il valore della responsabilità civica.
Svegliarci, informarci, partecipare. Solo così potremo uscire dalla spirale di disillusione e riconquistare un ruolo attivo nella vita democratica. Non possiamo più limitarci a guardare da lontano ciò che accade. Perché la politica, nel bene o nel male, riguarda tutti.
Angelo Santoro

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