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Politica e antipolitica ai tempi di Napolitano

di Beppe Facchetti | 11 Gennaio 2015

Un conto è essere contro “certi” politici, denunciando giustamente il malaffare e la corruzione perché sono soltanto uso privato e talora delinquenziale di potere e risorse pubbliche. Un altro conto è essere contro “la” politica. 

Nel suo messaggio di fine anno, Giorgio Napolitano non ha testualmente usato l’espressione antipolitica, ultimamente da lui definita “destabilizzante ed eversiva”, perché ha scelto di mettere in positivo, con toni anche appassionati, la sua forte convinzione sulla centralità della politica.

Di questi tempi, criticare l’antipolitica, del resto, non è popolare; forse solo Napolitano può permetterselo, non avendo nulla da perdere. Eppure ha ragione, perché alla base di tanta diffusa diffidenza, c’è sostanzialmente uno scambio di prospettiva, confondendo il generale, la politica, con il particolare, un cattivo uso della politica.

Un conto è essere contro “certi” politici, denunciando giustamente il malaffare e la corruzione perché sono soltanto uso privato e talora delinquenziale di potere e risorse pubbliche. Un altro conto è essere contro “la” politica. Sarebbe come essere contro la storia, la filosofia, la matematica, scelga ciascuno una categoria del pensiero. Se l’aria è inquinata, la si deve disinquinare, migliorando prevenzione e controlli. Il problema peggiora, se si toglie l’aria stessa… Dunque, l’antipolitica è anzitutto un errore logico, aggravato dal fatto che la politica di cui ci si definisce “anti”, nel nostro Paese è politica democratica. Vero è che, tanti, la democrazia proprio non la amano, tirando fuori il vecchio alibi secondo il quale in l’Italia va bene solo l’uomo forte. Ma un sistema libero ha la possibilità di cambiare le cose. Cercare scorciatoie, è eversivo, uno dei due aggettivi usati dal Presidente.

Di più: è destabilizzante, perché se si toglie credibilità alla politica, senza quindi distinguere tra la buona e la cattiva, scatta un effetto domino che non ha fine, demolendo la democrazia rappresentativa, frutto di conquiste antiche. La classe politica diventerà per forza peggiore, perché – screditata e osteggiata – non attirerà più passione, cultura e attitudine (quello del politico é uno dei mestieri più difficili), ma solo il gusto (e i vantaggi) del potere.

Non hanno insegnato nulla l’appello falsamente salvifico agli uomini del “lavoro e della produzione”, e il successivo ricorso fallimentare ai tecnici? Napolitano è un politico puro, come Renzi del resto, è come tutti i leader occidentali. Li sostituiamo con il click di una minoranza informatica?

L’antipolitica, sotto sotto, nasconde la convinzione che si possa fare a meno della democrazia, perché è scomoda, lenta, compromissoria, ma non ha alternative. La protesta é gratificante sul momento ma poi si rivela non solo sterile ma un modo sicuro per aggravare i mali che si vogliono denunciare.

Lo confermano la parabola grillina, ma anche la Lega che da tempo ha scelto di far politica, addirittura nazionale.

E’ ineccepibile ciò che ha scritto Giovanni Cominelli su queste colonne, osservando che l’antipolitica è anch’essa politica, figlia legittima della cattiva politica, ma questo è soltanto il punto di partenza del ragionamento.

È’ vero che i più forti sostenitori del’antipolitica sono quei politici che rubano, perchè tradiscono l’alta missione che gli è stata affidata, ma la missione in sé resta alta. Buttiamo via loro, non la missione, perché altrimenti le cose si avviteranno in una mediocrità ed estraneità con gli interessi generali che sono il terreno di cultura del malaffare.

Possibile che non si colga piuttosto la bellezza dell’opposizione nelle istituzioni? E’ persino meno eversivo non votare, che in democrazia è fisiologico, che minare dall’interno istituzioni che sono di tutti. Sarebbe insomma meglio indirizzare l’emotività che si dedica alla condanna della politica per creare invece il clima culturale per combattere la cattiva politica. La retorica del “sono tutti uguali” è consolatoria. Ma ingiusta e autolesionista, perché c’è anche molta buona politica, fatta di volontariato e impegno personale, che non va scoraggiata.

Pubblicato in : Primo piano

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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