
La direttrice della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, presa forse dall’assillo dell’aggiornamento, è stata preda di un abbaglio, ha fatto confusione tra beni culturali e politica culturale, tra strumenti dell’intelligenza nella loro storicità, e intelligenza critica e vivente che di quegli strumenti si serve. A prima vista la performance di una serata di tango nella sala distribuzione della Biblioteca appare una simpatica, innocua e disincantata iniziativa per togliere muffa e rendere più umano il tempio umbertino ricovero di milioni di testi, dai più antichi incunaboli all’attuale romanzeria. In BNCF si sono spese migliaia di vite nelle sudate carte, ormai dalla sua inaugurazione quasi una decina di generazioni di studiosi, usi i più a recalcitrare contro la propria sensualità o nel migliore dei casi a soddisfarla nel talamo nuziale, altrimenti a pagamento o di nascosto con un’allieva, ma sempre seguita da mortificazione. Stiamo parlando infatti di generazioni di studiosi fra fine ottocento e fine novecento, quando la filologia non produceva scopiazzature ma qualcosa di serio perché non era stata ancora liberata dalle profonde verità dei genitali. Invece per colpa dell’indulgenza dei tempi la direttrice della biblioteca ha fatto confusione tra bene culturale e cultura, convinta, come lo sono un po’ tutti, che l’amministrazione del bene culturale produca di per sé cultura. Si dovrebbe considerare il fatto che amministrare un bene culturale può comportare per servizio il suo uso a pezzi e bocconi, ma non si è nominati a dirigerela BNCFper distogliere gli spazi ad un uso diverso dalla conservazione e dalla fruizione del bene. Ma anche a sorvolare su simili piccinerie burocratiche, autorizzando la ridicola performance della serata di tango le direzione della biblioteca è caduta in questo primo errore, aver usato lo spazio di un bene affidatole invece per soli fini di conservazione e studio. Un errore su cui si potrebbe ancora chiudere un occhio, una festicciola in famiglia anche se fuori casa.
L’episodio, di per sé veniale, mostra però abbagli ancora più censurabili, rivelatori d’un andazzo leggero e molto italiano di cui né governi politici né tecnici possono avere minima cura, né mai l’avranno. E perché la critica non sia moralistica premetto che l’attuale sbracamento di sensualità, dall’ammiccamento invasivo alla pornografia diretta, è detestabile perché fatto quasi sempre di sensualità allusiva, onanistica e dal buco della serratura, come appunto nella serata di tango alla BNCF, e mai invece vi si riconosce una sensualità tale da innescare la rottura definitiva degli schemi prima conoscitivi e poi sociali. Per fingere questa rottura occorre ancora la volgarità. Infine l’episodio disturba perché è comodamente al riparo nel bla bla bla scontato sullo svecchiamento del polveroso e noioso tempio della cultura, strizzando l’occhio alla goliardia televisiva come se a dirigerela BNCFfosse accorso d’improvviso Paolo Bonolis. È molto facile oggi assumere l’atteggiamento simpatico e intrigante della dissacrazione salutare perché in un tempo senza riferimenti il disprezzo si spaccia rapidamente per scherzo, la beffa per pacca sulle spalle, la volontà di distruggere per ansia del nuovo. Penso invece che la direzione della biblioteca sia mal consigliata da chi nel fondo di sé detesta ciò che il luogo rappresenta, persone che la confusione novecentesca ha piroettato a rivestire ruoli impropri, dove perciò riversano le proprie frustrazioni e la propria impotenza, ma sempre con le spalle protette dalla scusa del gioco scanzonato e liberatorio, in realtà con l’intento di distruggere.
Emerge infine la confusione sulla motivazione ufficiale, ossia che la serata ballerina fosse giustificata dalla dichiarazione dell’Unesco sul tango quale bene culturale dell’umanità, anche se sappiamo quanto siano larghe e interessate le maniche dell’Unesco in queste decisioni altisonanti quanto insignificanti. La direzione della BNCF ha pensato che ammucchiare due beni culturali agli antipodi fosse in fondo un’operazione molto originale, dove la silenziosa sensualità del tango poteva far venire la pelle d’oca ai libri silenziosi da secoli, insomma la solita vecchia cura alla Marinetti, meno accademia e più vita. Marinetti e compagni però pisciavano in faccia al pubblico del teatro Verdi, sbattevano fuori dal tram per Fiesole il macchinista e guidavano fino a destinazione, oppure aspettavano i futuristi fiorentini alla stazione di Milano per prenderli a ceffoni, insomma Marinetti e compagni provocavano la vita secchiona con la vita spavalda, la sensualità garibaldina contro la sensualità avvizzita. Però oggi Marinetti non avrebbe organizzato la serata di tango alla BNCF, prima di tutto perché avrebbe intuito con maggiore sensibilità estetica che la sensualità ora di moda col tango è casareccia e molto romagnola, una sensualità che ha codificato in una decina di pose canoniche e marionettistiche la sensualità vera istigatrice al coito tra gaucho metropolitani e prostitute nelle gargotte lupanari di Buenos Aires dove il ballo nacque ai primi del novecento.
Ma anche se la direzione della BNCF non si fosse accorta che la sensualità odierna delle confraternite di tango è sfiatata e falsa, da commesse, professionisti, docenti e magazzinieri di balera, i cui figli poi si ritrovano in BNCF per diventare dottori, una sensualità quindi incapace di provocazione, è da censurare l’abbaglio più grave in cui è caduta la direzione. Si tratta della pretesa di accostare due sensualità inaccostabili, le pulsioni gestuali del coito evocate dal tango, e la passione studiata e spesso catarrosa delle intelligenze che si spesero a scrivere i milioni di libri oggi custoditi nella BNCF. Due sensualità che a contatto non accendono alcuna esplosione, come forse era nelle intenzioni della direzione, e che invece si bagnano reciprocamente le polveri. Non per forzatura, ma l’immagine tapina di coppie bolse che limonavano attangate dia allora la stura allo strappo definitivo. Perché non proporre all’Ufficio del Ministero della Difesa incaricato d’amministrare i cimiteri di guerra l’organizzazione di serate di tango al sacrario degli alpini del Pocol, a Re di Puglia, al Mausoleo dei Caduti d’Oltremare a Bari, o al cimitero tedesco della Futa, Repubblica Federale permettendo? E perché no? Anche a Quota33 aEl Alamein una serata di tango non sfigurerebbe. Non hanno scritto gli uni per repressa sensualità e non sono morti gli altri per falsa sensualità? E in fondo non sono tutti beni culturali, morti libri e morti in guerra? Allora poveracci rallegriamoli e che la sensualità del tango sia la livella di Totò. E chi mugugna sappia una buona volta che gli addetti ai beni culturali, per lo più cattolici disinibiti e atei, non smetteranno mai il pallino di ridare vita ai morti. Sia pure col tango.
Questo accade a chi passando la vita davanti ai libri dietro i libri non vede nulla.

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