
25.970 vittime di violenza ma l’educazione affettiva può attendere.
Nel 2025 sono state 25.970 le donne che, rivolgendosi al numero 1522, hanno dichiarato di essere vittime di violenza.
Il 36,5% la subiva da anni, il 19,6% da mesi. Soltanto l’8,4% aveva denunciato. In 5.711 casi i figli assistevano alla violenza e in 1.802 la subivano anche direttamente.
Sono dati dell’Istat che raccontano una violenza che non esplode improvvisamente, ma cresce nel tempo dentro le relazioni e soprattutto dentro le case.
Poi arriva un altro femminicidio e ci domandiamo come sia potuto accadere.
Sette donne uccise in poche settimane da mariti, compagni o ex compagni. Donne diverse per età, provenienza e condizione sociale, unite dallo stesso destino: la violenza di uomini che consideravano intollerabile la loro libertà e non accettavano di perderne il controllo.
Il padre di Lorena, Franco Isceri, ha trovato nel dolore la forza di rivolgersi al presidente della Repubblica, alla presidente del Consiglio e a tutte le forze politiche:
“Chiedo a tutta la politica di essere unita. Prendete provvedimenti all’unanimità, senza destra né sinistra, affinché tragedie come quella di Lorena non accadano più. Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi”.
Il Parlamento ha già approvato all’unanimità il nuovo reato di femminicidio. È stato un passo importante, ma la pena arriva quando una donna è già stata uccisa; invece la prima responsabilità dello Stato è impedire che ciò accada.
Gino Cecchettin, padre di Giulia, anche lei ucciso dal ragazzo che aveva lasciato, ha dato una risposta chiara ed efficace : la giustizia interviene dopo, mentre l’educazione può arrivare prima.
Ha chiesto di introdurre in tutte le scuole, fin dall’infanzia e con contenuti adeguati all’età, l’educazione all’affettività, al rispetto e al consenso. Insegnare a riconoscere le emozioni, ad accettare un rifiuto gestendo senza violenza la fine di una relazione e comprendendo che l’amore non è possesso e che nessuno dispone della vita e del corpo di un’altra persona.
Due padri delle vittime hanno fatto la stessa richiesta: lavorate nelle scuole perché ciò che è accaduto a nostra figlia non accada più.
Che cosa ha fatto il Parlamento?
Ha approvato la legge Valditara, entrata in vigore il 7 luglio. Con essa, per le attività scolastiche riguardanti la sessualità è necessario il consenso scritto dei genitori; ma nella scuola d’infanzia e nella primaria queste attività sono escluse, salvo quanto previsto dai programmi nazionali.
In realtà, la legge che dovrebbe promuovere l’educazione affettiva è ancora ferma nella Commissione Cultura del Senato.
Come testo base è stata scelta la proposta della Lega che positivamente prevede la formazione degli insegnanti e progetti sull’empatia, il rispetto e la gestione non violenta dei conflitti. Però ha il grande limite di lasciare tutto all’autonomia delle singole scuole. Non istituisce un insegnamento obbligatorio né stabilisce un numero di ore affinché tutti gli studenti possano partecipare a un percorso continuativo.
Il testo non è mai arrivato nell’Aula del Senato e la divisione politica è chiara.
Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sostengono l’educazione generica al rispetto, ma rifiutano un percorso nazionale obbligatorio preferendo, almeno finora, affidarsi alle decisioni delle singole scuole e al potere di autorizzazione delle famiglie.
PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra propongono invece percorsi strutturati per tutti gli ordini scolastici. Hanno presentato testi ed emendamenti per affrontare esplicitamente i temi della parità tra i sessi, del consenso, della salute riproduttiva, degli stereotipi di genere e della prevenzione della violenza. Anche Italia Viva, Azione e Più Europa si sono opposti alla legge Valditara.
La destra sostiene che occorra proteggere i bambini dalla cosiddetta “propaganda gender”. Si tratta di un pericolo inventato e in questo modo si lascia che i ragazzi cerchino liberamente sul web e nella pornografia le risposte che gli adulti e la scuola non danno.
Certo non basterà una nuova materia scolastica a cancellare la violenza contro le donne frutto di una cultura patriarcale che il processo di liberazione femminile ha messo in crisi.
Servono anche centri antiviolenza, protezione tempestiva, autonomia economica e formazione specialistica per il personale sanitario e sociale, per i poliziotti e per chi è addetto a riceve le denunce.
Ma insegnare a ogni ragazzo che un “no” significa “no”, che la libertà dell’altra persona viene prima del proprio desiderio e che la fine di una relazione deve essere accettata non è propaganda.
È educazione ed è prevenzione.
La sindaca di Firenze, Sara Funaro ha promosso la mobilitazione per Lorena e un’iniziativa nazionale dei sindaci sulla prevenzione.
In Emilia-Romagna, il programma regionale “W l’amore” coinvolge scuole, consultori, insegnanti e genitori. A Modena è previsto anche per il 2026/2027, con insegnamenti che comprendono sentimenti, consenso, stereotipi e riconoscimento delle relazioni violente.
Anche la Regione Toscana ha finanziato percorsi nelle scuole per prevenire la violenza contro le donne attraverso l’educazione al rispetto, alla parità e alle relazioni. È un lavoro avviato da anni, anche durante la mia presidenza e rafforzato successivamente.
Ora si tratta di fare ancora di più e di raggiungere con programmi e risorse adeguate tutte le scuole e tutti gli studenti.
Le regioni, se ben ricordo, hanno la possibilità di legiferare promuovendo e finanziando nelle scuole percorsi educativi su temi specifici.
L’articolo 117 della Costituzione attribuisce allo Stato le norme generali sull’istruzione e riconosce alle Regioni una competenza legislativa concorrente in materia di istruzione, salvaguardando l’autonomia delle scuole.
Se il Parlamento, per colpa della destra, non riesce assumersi responsabilità per garantire come materia scolastica l’educazione affettiva, che si muovano allora i comuni e le Regioni.
Non c’è tempo da perdere.
Enrico Rossi

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