Il mondo dei social – con particolare riferimento a Instagram – è nato per promuovere micro-stimoli consumabili in meno di un secondo.
Frasi-esca, immagini immediate, contenuti che non chiedono permanenza: tutto si traduce in un ritmo spasmodico senza attrito. Lo scroll diventa così una forma di anestesia del tempo che si perde e del pensiero che si spegne.
In questa prospettiva, il problema non è il mezzo in sé, ma la cancellazione della durata. Una cancellazione che diventa funzionale a una velocità banale, alla liquefazione della società, al consumismo sterile dell’informazione.

È dentro questo scenario che, con PoesiaControLoScroll sul mio profilo Instagram, da qualche settimana ho deciso di pubblicare un’intera poesia nelle storie. L’intento è semplice e insieme radicale: creare attrito, costringere a una scelta, stimolare chi passa a soffermarsi.
Un gesto che si contrappone anche a molti format di “istantpoesia” che, al contrario, adattano il linguaggio poetico alla velocità del mezzo.
La storia Instagram, dalla mia prospettiva, si trasforma così in una soglia. Qualcosa che dice: o passi, o resti.
E quella soglia restituisce valore alla poesia, che cessa di essere ornamento e torna a essere presenza che chiede tempo.
Non combatto lo scroll fuggendolo, ma abitandolo criticamente.
Questo gesto, però, non è isolato né nuovo.
Basti pensare a David la Mantia che, per Finestre lit-blog, da oltre un anno propone dirette quasi quotidiane, spesso oltre l’ora. Dentro Facebook – il regno del frammento – ha saputo creare uno spazio di ascolto continuo.
Oppure a Michela Zanarella che, sempre su Facebook, con PuntoZip – La cultura in un piccolo spazio, offre da anni un appuntamento quasi settimanale che costruisce una fedeltà nel tempo fondata sulla cultura: non consumo, ma relazione.
E, spostandoci su Instagram, a Virginia Veludo (Rossaperpendicolare), poetessa che nei suoi video affronta critica sociale, ingiustizie, relazioni, vita quotidiana, riuscendo a creare informazione e attrito sano. Anche qui: non intrattenimento rapido, ma esposizione del reale.
In questa prospettiva, produrre contenuti non “consumabili” significa proporre esperienze che non sono “likeabili” in mezzo secondo.
Richiedono corpo, occhi, respiro: diventano pratiche social contro la liquefazione della società.
È lo stesso gesto che accade quando si guarda un quadro invece di un meme, quando si legge un testo invece di uno slogan, quando ci si ferma davanti a una fotografia che non “spiega” subito.
Non usare i social per accelerare il flusso, ma per mostrare che il flusso può essere abitato diversamente.
Con consapevolezza. Con un’anima che vive, si muove, incontra.
Parola che si costruisce nel tempo e crea valore. Questo è, per me, un Dinanimismo.

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