
In Italia basta un clic per guadagnare e non accorgersi nemmeno delle tasse. Compri un titolo, lo rivendi il giorno dopo, e il 26% è già trattenuto alla fonte. Nessuna dichiarazione, nessuna fatica: solo il conto che cresce. Da 10 a 20 euro, si fa per dire, senza passaggi intermedi. Se poi si tratta di titoli di Stato, meglio ancora: aliquota al 12,5%. E se il prezzo scende? Si aspetta. Prima o poi risale. Nessuna urgenza, nessuna responsabilità diretta, nessun impatto sull’economia reale. Poi c’è l’altra Italia. Quella di chi apre un’azienda, investe, rischia davvero e crea lavoro. Qui le tasse non si trattengono in automatico: si inseguono, si calcolano, si anticipano. E soprattutto pesano. Sempre di più. Non è una questione ideologica, è una distorsione evidente. Oggi conviene più far lavorare il denaro che creare lavoro. Più speculare che produrre. È questo il segnale che vogliamo dare? Aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie non spaventerebbe davvero gli investitori: i guadagni resterebbero. Ma usare quel gettito per abbassare le tasse alle imprese cambierebbe tutto: più investimenti, più assunzioni, più crescita vera. Il punto è semplice: vogliamo premiare chi rischia per sé o chi costruisce anche per gli altri? Spostare il peso fiscale dalle imprese alle rendite non è una punizione, è una scelta di campo. Significa dire chiaramente che il valore non nasce dalla speculazione, ma dal lavoro, dall’impresa, dalla produzione.
E finché non avremo il coraggio di farlo, continueremo a lamentarci di un’economia che cresce poco – senza ammettere che, così com’è, l’abbiamo costruita proprio noi.
Angelo Santoro

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