
Il governo, con la Legge di Bilancio 2026, la presenta come una vittoria da mettere in vetrina: gli occupati aumentano. Bene, in teoria. Poi però c’è la prova del mondo reale, quella che non perdona: fai la spesa, paghi bollette e mutuo, guardi il conto e ti accorgi che il potere d’acquisto resta lì, fermo, come una porta che non si apre. E allora la domanda viene da sola: com’è possibile lavorare di più, o essere di più a lavorare, e sentirsi comunque inchiodati? Proviamo a spiegarlo in modo semplice, senza slogan e senza fumo.
Sembra una buona notizia, e in parte lo è: aumentano gli occupati. Ma se la ricchezza complessiva non cresce allo stesso ritmo, la sensazione è quella di correre senza avanzare. Il punto è che contare quante persone lavorano racconta solo metà storia. L’altra metà è che cosa producono quelle ore, quanto valore generano e come quel valore finisce nelle tasche di chi lavora.
Una prima chiave sta nella qualità dell’occupazione che cresce. Negli ultimi anni molti nuovi posti si sono concentrati in settori dove è facile assorbire manodopera, ma più difficile aumentare la produttività. Servizi a basso valore aggiunto, turismo, ristorazione, una parte della logistica, pezzi di terziario che vivono di volumi e margini stretti. In queste realtà puoi assumere, sì, ma spesso non stai creando un salto di ricchezza per ora lavorata. Stai mantenendo la macchina accesa, non la stai potenziando.
Qui entra la parola che non fa mai titolo ma spiega mezzo Paese: produttività. Se resta ferma, puoi aggiungere persone, aumentare le ore complessive, far crescere l’occupazione, eppure il PIL non si muove come dovrebbe. È come spingere un carrello con le ruote sgonfie: fatichi di più e vai quasi uguale. L’Italia paga problemi strutturali noti: imprese troppo piccole, investimenti spesso insufficienti, innovazione disomogenea, organizzazione del lavoro che in tanti casi è rimasta quella di trent’anni fa, con un computer in più sulla scrivania. Ma il computer, da solo, non cambia la sostanza.
Poi c’è un fatto meno comodo da dire, perché suona brutale, ma è vero: i salari reali che scendono rendono più “facile” assumere. Se l’inflazione corre e gli stipendi rincorrono in ritardo, il lavoro diventa relativamente meno costoso rispetto ai prezzi. In certi contesti, invece di investire per produrre di più con meno ore, conviene assumere e spremere più ore complessive. Non è progresso, è un adattamento da economia lenta. E quando funziona così, l’occupazione può salire, ma il benessere no.
A questo si aggiunge un altro meccanismo tipico delle fasi deboli: si assume per reggere, non per espandere. Per coprire turni, tappare buchi, inseguire picchi, gestire il turnover. È lavoro di presidio, non lavoro di slancio. E se lo slancio manca, la torta resta più o meno quella. Solo che la stai dividendo in fette più sottili, e qualcuno lo sente subito: chi sta inn basso.
Ed eccoci al punto che interessa davvero chi vive di stipendio: perché il salario “cala”. Quasi sempre cala in termini reali,j cioè rispetto ai prezzi. Se la spesa aumenta più del contratto, ti impoverisci anche se il numero sul cedolino non scende. Se la produttività non cresce, mancano le basi per aumenti diffusi e stabili. Se una parte importante dei nuovi lavori è in fasce retributive medio basse o in forme frammentate, la media si indebolisce ancora. E così ti ritrovi con più occupazione, ma con una fatica che non si trasforma in miglioramento.
La domanda vera, quindi, non è soltanto quante persone lavorano. È che tipo di lavoro stiamo creando, e che tipo di Paese stiamo costruendo. Perché un Paese può anche vantarsi dei numeri, ma se quei numeri non reggono la vita delle persone, diventano una statistica fredda, buona per un comunicato e pessima per la realtà.
Come se ne esce? Con due cose che sembrano noiose, ma sono l’unica strada. La prima è far ripartire la produttività sul serio: investimenti, tecnologia nei processi, formazione pratica, organizzazione meno improvvisata, imprese che crescono di dimensione e capacità. Senza produttività, i salari restano una coperta corta: tiri da una parte e scopri l’altra.
La seconda è smettere di trattare qualsiasi aumento dell’occupazione come un trofeo, anche quando è fragile, mal pagato o inchiodato a settori che non generano valore. L’occupazione è un mezzo. Il traguardo è un lavoro che non ti costringe a sopravvivere, ma ti permette di vivere.
Se no continuiamo col paradosso più italiano di tutti: più gente che lavora, economia che non accelera, e una società che corre sul tapis roulant. Sudi, stringi i denti, fai il tuo. Ma fuori dalla finestra il paesaggio resta identico.
Piero Terracina

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