“Anche per questo terzo anno ho scelto di inaugurare la stagione lirica del Teatro Verdi con un titolo desueto e poco prevedibile: rispondo a una mia personale necessità di rendere il teatro promotore di iniziative che sfuggano a una programmazione rassicurante, per farsi baluardo e difesa di un ruolo etico oltre che ludico. Empio Punito fissò per sempre la posizione della toscana famiglia Melani nel firmamento del mondo musicale barocco: l’intento della direzione artistica è di offrire al pubblico non ciò che desidera, ma ciò che non sa di desiderare”.
Dopo una simile affermazione, non potevamo fare a meno, alla vigilia dell’inaugurazione della stagione lirica 2019/20 del teatro Verdi di Pisa, di incontrare il direttore artistico, Stefano Vizioli, al la sua terza stagione a Pisa.
L’Empio Punito di Alessandro Melani, che inaugurerà la stagione sabato 12 e domenica 13 ottobre, è la prima opera in assoluto sul mito di Don Giovanni: dopo il tiepido debutto, il 17 febbraio 1669, al Teatro di Palazzo Colonna, l’opera ebbe qualche replica a Bologna e Firenze, per poi non essere più rappresentata. Le prime rappresentazioni in epoca moderna si attestano ai primi anni 2000: nel 2003 a Lipsia, e nel 2004, in forma di concerto, a Montpellier. Una selezione di brani viene rappresentata in forma semi-scenica nella sala “Titta Ruffo” del Teatro Verdi di Pisa nel 2015, che ospiterà in seguito, nel 2019, un’esecuzione integrale in forma scenica nella sala principale del teatro, in occasione dei 350 anni dalla prima rappresentazione dell’opera.
Questa, brevemente, la trama dell’opera: Acrimante, donnaiolo inguaribile, ha messo gli occhi su Ipomene, compagna di e Bibi, servo di Acrimante, mira a Delfa, nutrice di Ipomene.
Atrace, sovrano e padre di Ipomene, condanna a morte Acrimante perché scoperto una notte entrare nelle sue stanze (in realtà era Bibi che andava a incontrare Delfa con gli abiti del padrone, per far bella figura. Atamira, l’ultima sedotta-abbandonata di Acrimante, è ancora innamorata pur conoscendo le dissolutezze di questi; decide così di salvarlo proponendosi al re quale carnefice dell’amante traditore, e invece del veleno gli somministra un sonnifero. Recuperate le forze, Acrimante ci riprova con Ipomene, ma il servo Tidemo li scopre e Acrimante lo uccide.
La statua funeraria di Tidemo si vendicherà facendolo sprofondare negli inferi. Acrimante, sprezzante di ogni rimorso, si è infatti burlato della statua invitandola a cena e accettando a sua volta l’invito del marmoreo Tidemo che, poco propenso a mangiare, preferirà sopprimere l’ospite.
Finale lieto: Cloridoro si pente per i sospetti che ha avuto su Ipomene, Bibi e Delfa si abbracciano e Atamira, morto Acrimante, accetta la mano di Atrace.
Andiamo adesso ad incontrare Stefano Vizioli.
1. Una nuova stagione è prossima all’inaugurazione: quali motivazioni sono alla base delle scelte fatte?
La creazione di una stagione procede per esperimenti alchemici, il pubblico di Pisa ormai sa che non mi accontento di rassicurare con scelte prevedibili ma scelgo di proporre opportunità di raro ascolto ed esecuzione; ho potuto constatare che successi di pubblico e critica come Beggar’s opera, Mosè in Egitto, Pia de’ Tolomei e il recente Edipo Re di Leoncavallo sono stati il premio migliore ad un certo coraggio e spregiudicatezza, ed anche una piccola soddisfazione contro le discriminazioni a cui inevitabilmente vado incontro da parte di sparute posizioni prevenute, miopi e stantìe. Detto ciò il procedimento come dicevo prima è alchemico, e guai a non portare titoli popolari e famosi, diciamo che bisogna creare il cocktail giusto.
2. Come sua abitudine, la stagione è caratterizzata da opere più conosciute e da altre apparentemente più di nicchia: in che modo risponde il pubblico pisano e non che sceglie in Verdi come proprio teatro di riferimento?
Il pubblico pisano è esigente e curioso, forse all’inizio un po’ sospettoso, ma capace anche di ricredersi se è soddisfatto del prodotto; per parte mia accetto comunque critiche costruttive e stimoli nuovi: sono l’unico direttore artistico al mondo che ha affrontato un feedback cittadino sul proprio operato, richiesto dalla nuova governance. A questo feedback mi sono prestato volentieri (un altro, sdegnato, avrebbe “tirato su le volpi” sbattendo la porta). Il rapporto con il pubblico per me è fondamentale, e dal pubblico e dai suoi umori imparo tantissimo e traggo linfa vitale, ma un pochino, lo ammetto, mi piace provocarlo. Sono felice dei tanti gruppi che vengono da fuori Pisa, e che quest’anno hanno implementato gli abbonamenti; ha anche funzionato l’anticipo delle domenicali alle 15.30, chi prende un pullman o un treno, e il lunedì lavora, la sera alle 21.30 vuole essere già a casa.
3. In una situazione congiunturale dove occorre limitare i budget, le coproduzioni possono essere un valido escamotage per dar vita a spettacoli di qualità. Ma come nasce una coproduzione? Quali limiti può presentare?
Le coproduzioni ormai sono imprescindibili per un teatro senza grandi mezzi economici, però al primo posto metto la qualità, non si possono fare coproduzioni tout court rischiando di portare titoli popolari realizzati in maniera indecorosa solo per guardare al risparmio, piuttosto meglio fare ‘in casa’ e correndo da soli con prodotti più piccoli o leggeri, ma che rispettino i criteri di qualità e onestà professionale. Le coproduzioni sono anche un un modo di stringere nuove alleanze extra territoriali, leggere gli altri cartelloni ed intercettare quel titolo che pensi possa essere giusto nel tuo cartellone. Quando ho saputo che c’era un Guglielmo Tell in giro, nel circuito ASLICO, e ricordandomi – dopo il concertone per i 150 anni del Verdi – di quella ampia parte di pubblico che aveva con insistenza chiesto di portare questo capolavoro a Pisa, ho colto subito la palla al balzo e ho chiesto di entrare nella cordata. Le nozze coi fichi secchi non piacciono a nessuno ma chi è ai ruoli preposti deve lavorare molto per portare nuovi introiti economici con sponsorizzazioni pubbliche e private, e per attivare un circuito virtuoso in cui si definisca una volta per tutte che un teatro non è un mendicante col cappello in mano, ma una solida realtà che può offrire tante opportunità e benefici a chi la sostiene e la incoraggia, soprattutto economicamente. Siamo un teatro di tradizione, non godiamo di quei benefici particolari che hanno le Fondazioni liriche, ma siamo comunque coraggiosi per programmazione e audacia di scelte, e spesso la critica più blasonata preferisce venire a Pisa e disertare piazze assai più ricche economicamente ma un po’ più scontate come proposte.
4. Quanto del suo sforzo fatto per portare il teatro in mezzo alla gente (oltre quello di portare la gente in teatro) ha trovato riscontro e quali difficoltà ancora trova in questa sua scelta?
Il successo di una direzione artistica si misura in un solo cinico concetto ahimè, teatro pieno o teatro vuoto: se è pieno, se aumentano gli abbonamenti, se la gente ti ferma per strada per parlarti e chiederti che cosa “uscirà dal cappello” per la prossima stagione, se Rai Radio 3 suite manda in onda una tua opera rarissima, se Rai 5 cultura e canali stranieri fanno dei servizi sul tuo operato, quello lo considero un buon punto di partenza per continuare questo tipo di politica culturale. Non basta far bene il lavoro, ma occorre anche far sapere al mondo che esistiamo. Per questo mi batto continuamente perché i nostri spettacoli vadano in giro: è il caso dei recenti Cappello di paglia di Firenze, Italiana in Algeri, Pia de’ Tolomei ed altri ancora che hanno varcato i confini nazionali rilanciando il nome del Verdi nell’agòne internazionale.
Il rapporto con la città, poi, è fondamentale: aprire le prove al pubblico, andare nelle scuole, parlare alle Università e nelle case di riposo è un lavoro che svolgo personalmente e certe albe a Marina di Pisa o a Tirrenia a parlare di Rossini o Donizetti ai ragazzi delle medie sono indimenticabili sia per la fatica e i litri di caffè che per l’enorme soddisfazione. Porgo onore al merito a quei professori sempre in trincea, ai quali va la mia totale ammirazione e il mio profondo rispetto. Le recite promozionali, i disegni dei ragazzi esposti, il loro entusiasmo e il loro desiderio di ritornare sono l’appagamento più grande, inoltre le due sessioni di prove aperte, ove si vede in diretta il lavoro che c’è dietro ad ogni produzione e quindi “le famiglie” senza le quali questo lavoro è impossibile – macchinisti elettricisti sarte truccatori attrezzisti fonici –sviluppano nel bambino quella curiosità, quella fascinazione che può schiudergli mondi insospettati di bellezza e creatività, e magari arrivare a fargli dire “da grande voglio fare questo”.
5. Un’opera è un perfetto mix tra voci, orchestra, direzione, scene e costumi (oltre ovviamente la regia): come giudica il panorama toscano delle voci giovani? Esiste la possibilità di un “vivaio” locale da far crescere e presentare nei teatri di Pisa, Lucca, Livorno e Torre del Lago magari prima di “esportarli” in giro per l’Italia?
Ci sono straordinarie opportunità territoriali, voci toscane bellissime ed eccellenti maestri di canto, il vivaio esiste e offre grandi possibilità a noi operatori culturali: bisogna sempre pensare che un giovane cantante è come un piccolo vaso di cristallo, va “maneggiato” con cura, e questo molto dipende dai ragazzi stessi che, forse lusingati un po’ troppo presto da miraggi e sirene incantatrici, perdono il senso prospettico del loro lavoro e rischiano di bruciarsi con scelte inappropriate alle loro possibilità vocali: la voce cambia anche con l’età anagrafica, quindi ogni età è preziosa per il repertorio che può affrontare, pensiamo ad una Freni che ha iniziato con Susanna ed ha finito con Aida, una carriera longeva si fa con i NO, anche se è dura e vuol dire perdere occasioni di guadagno immediato. Una cosa da imparare subito però è l’atteggiamento professionale, tanti bravi cantanti restano a casa disoccupati a fissare un telefono che non squilla. Quindi prima di tutto il giovane cantante deve imparare il rapporto etico e morale col suo lavoro: in un ambiente dove la domanda è molto più ampia dell’offerta, il posto va meritato non solo perché hai una bella voce, e non bisogna mai dare nulla per scontato. Esempio classico: arrivare alla prima prova senza sapere la parte a memoria te la dice lunga sul dilettantismo di molti che imparano la parte durante le prove, ecco questo è un atteggiamento immorale: hai avuto la tua chance? Altri stanno a casa mentre tu sei li che lavori? E allora metti un cero alla Madonna che stai lavorando e arriva preparato!
6. Stefano Vizioli direttore artistico ma anche regista: secondo lei, quando un’opera è ben realizzata e quando invece è un arbitrio rispetto al pensiero del compositore?
Un “arbitrio” non prescinde da una bella realizzazione, se mantiene fede a coerenza e rispetta l’integrità di una proposta forte. Quante volte abbiamo visto spettacoli cosiddetti ‘tradizionali’ fatti in modo sciatto, polveroso, ma con tutte le cosine a posto, rassicuranti nei loro bravi vestitini d’epoca, nulla di coraggioso o di provocatorio, calma piatta. A me uno spettacolo tradizionale può piacere, ma mi domando infine quanto la tradizione a volte si confonda con la routine. C’è una qualche “magia” forse nell’occhio spento del cantante che arriva all’ultimo momento all’ennesima recita fatta senza prove e dove mette il pilota automatico dell’abitudine? Non si fa un bel servizio all’opera e al pubblico in verità. La noia è assai più pericolosa dell’arrabbiatura, dello scandalo, dell’indignazione. Difendo al primo posto le ragioni della drammaturgia musicale del compositore, vero “regista” delle sue opere, ma a volte mi chiedo se un certo pubblico “vestale della tradizione” abbia mai intuito quanta modernità sia insita negli epistolari di Verdi o Puccini, financo di Mozart (si pensi al carteggio con il padre a proposito di Idomeneo) o nel testo per me più moderno di tutti, Incoronazione di Poppea, autentica bibbia di teatro in musica, e costante occasione di stupefazione per l’audacia, la sfrontatezza, il cinismo, la meravigliosa amoralità che la innerva: necessitano pepli e corone d’alloro per fare d’ Incoronazione un “bello spettacolo”? D’altro canto una direzione artistica deve essere coraggiosa e creativa, non subire atteggiamenti censori né meno che mai subdole minacce, la censura è il primo passo per la dittatura e quindi per la morte del teatro inteso come baluardo di civiltà etica e morale.
7. Domanda difficile: se uno spettatore potesse partecipare ad una sola delle serate in cartellone, quale gli consiglierebbe e perché?
Facciamo come il Ballo in maschera, mi si perdoni l’arbitrio librettistico: “v’han sei nomi in quell’urna, un ne tragga l’innocente tua mano.” Sono sempre stato fautore della democrazia e il pubblico è
liberissimo di scegliere quello che vuole, direi però che se alcuni titoli si fanno di meno e se c’è l’opportunità di vedere una cosa nuova, perché perdere l’occasione?
Chi è Stefano Vizioli
Nel corso di più di 30 anni di attività (il suo debutto è avvenuto nel 1979 con “L’impresario delle Canarie” di Domenico Sarro per il Festival di Opera Barga) Stefano Vizioli ha messo in scena circa cinquanta spettacoli operistici, in Italia e all’estero. Ha curato la prima esecuzione di opere mai rappresentate in Italia quali “Notte di Maggio” di Rimsky Korsakov , “the Devil and Daniel Webster” di Douglas Moore e “Casanova’s homecoming” di Dominick Argento.
Ha curato le regie per la prime riprese in tempi moderni delle opere “I due Figaro” di Michele Carafa per il Bad Wilbad Festival, “Motezuma” di Vivaldi per il Sao Carlos di Lisbona e “Veremonda” di Francesco Cavalli per lo Spoleto Charleston Festival, avvalendosi in questa occasione delle scenografie del artista pop Ugo Nespolo .
Nel 1999 ha debuttato negli Stati Uniti, dove è stato invitato dal Lyric Opera di Chicago, dall’Opera di Philadelphia, dalla Lyric Opera di Boston, dall’Opera Theatre di Baltimore, dal Festival di Saint Louis, dalla Santa Fe Opera e dallo Spoleto Charleston Festival USA.
E’ stato invitato come Visiting Professor presso la University of Music di Cincinnati, la Indiana University of Music di Bloomington e l’ University of Texas.
Nel 2013 è stato uno degli ideatori di OPERA BHUTAN, rappresentando Acis and Galatea di Handel nel cuore dell’Himalaya . Lo spettacolo ha debuttato nel 2014 in USA davanti ad una platea di seimila spettatori.
Ha successivamente creato il secondo progetto trasversale JAPAN ORFEO in occasione dei 150 anni dei rapporti di commercio e amicizia tra ialia e Giappone, l’opera andata in scena nel 2016, è stata ripresa dalla NHK television ed è stata onorata dalla presenza della imperatrice Michiko.
Entrambe le produzioni fanno parte del progetto opera ESTrema, creazione di eventi trasversali che coniugano culture diverse nel nome del confronto e amicizia fra popoli.
Nel Gennaio 2017 è stato eletto Direttore Artistico del Teatro Verdi di Pisa.Stefano Vizioli è stato Consigliere Artistico presso la Accademia Filarmonica Romana e dal 1995 gli è stato conferito il titolo di Accademico presso tale prestigiosa Istituzione musicale.
E’ autore di programmi radiofonici e televisivi su tematiche attinenti al mondo dell’opera.
Ha inoltre conseguito il diploma in pianoforte con il massimo dei voti e la lode presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli.











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