
Madama Butterfly rappresenta certamente un momento particolarmente significativo della esperienza artistica ed umana di Puccini.. Un’opera alla quale il grande compositore lucchese è stato particolarmente affezionato e nella quale ha trasfuso, con una straordinaria dolcezza, una parte della propria identità profonda, quella che, pudicamente, ha sempre tenuto lontano dalla sua immagine pubblica e mondana.
La vicenda della piccola Cio Cio San è nota a tutti perché debba essere riportata per intero; vale la pena, però, soffermarsi sull’epilogo perché da questo parte questa storia che la Imperfect Dancers Company ha presentata in prima assoluta al Teatro Verdi di Pisa.
Tradita e delusa da Pinkerton che pretende da lei anche il bambino nato dalla loro unione, Butterfly abbandona il “sogno americano” per ritrovare nella propria “giapponesità” il coraggio di una scelta che le restituisca la dignità ed il rispetto. “Con onor muore chi non può serbar vita con onore” reca inciso il pugnale con il quale suo padre, obbedendo agli ordini del Mikado, si è dato la morte. E questo onore Butterfly intende ritrovare dopo aver vissuto, assolutamente in modo unilaterale, il sogno di un amore impossibile tra una geisha e un ufficiale della marina militare statunitense.
Suo figlio, tre anni, seguirà il padre oltre l’oceano, in quella patria lontana dove lei sognava di andare un giorno: al suo fianco non ci sarà lei, ma un’altra donna, la “vera sposa americana” che Pinkerton si è trovata dopo aver lasciato il porto di Nagasaki.
Cosa ne è stato di quel bambino sottratto alla cultura e alle tradizioni orientali per trapiantarlo in un’arrogante nazione che mostra i muscoli e declama il credo del benessere e dell’arrivismo? Come ha vissuto i suoi primi mesi in quel mondo così diverso, accanto a persone mai viste, ad usi sconosciuti, a regole di vita incomprensibili? E gli anni successivi? Kate gli è stata madre o matrigna e Pinkerton ha avuto tempo e voglia di seguirlo o la carriera lo ha condotto lontano anche da quella famiglia?
E del suo lontano passato, cosa gli è rimasto? Quali evanescenti immagini di quel volto materno che in un disperato gesto d’amore Butterfly gli ha mostrato affinché non lo dimenticasse, sono rimaste in lui? E cosa di quei luoghi e delle persone che li hanno popolati in quel troppo breve squarcio di vita?
Il balletto Madama Butterfly’s son parte da qui, da quel bambino divenuto ormai un ragazzo che torna a Nagasaki guidato dal bisogno di ricomporre un mosaico a cui mancano troppi pezzi e del quale vuole comprendere una volta per tutte il disegno.
Un lavoro fortemente “pensato” che valorizza due personaggi “chiave” dell’opera: Suzuki, fedele servente di Butterfly, ma anche rappresentazione simbolica di quel Giappone virtuoso e tradizionale che sa conservare e rispettare quei valori e quei costumi e il figlio di Butterfly a lei sottratto senza pietà “Voglion prendermi tutto! il figlio mio!”.
Un lavoro che scava nell’animo umano e traduce con grande efficacia quelle drammatiche emozioni che sottendono a quel doloroso dialogo tra il ragazzo e Suzuki.
Difficile per lei rispondere all’incalzare delle domande quando ci si accorge che tutto gli è stato celato, difficile trovare le parole per descrivere cosa era stato il mondo di sua madre, le vicende della sua famiglia, di quel bell’ufficiale che l’aveva “comprata”, come accadeva di frequente in quegli anni, per alleviare la solitudine dei mesi da trascorre lontano dall’America, facendole credere che con quel matrimonio ella sarebbe diventata davvero la sua “mogliettina”…
Come raccontargli del coraggio che aveva avuto quella fragile farfalla quindicenne quando aveva affrontato prima lo sdegno dello zio Bonzo e poi il ripudio di tutti i suoi parenti, “sola e rinnegata, rinnegata… e felice” e come aveva vissuto, dopo il troppo breve periodo di convivenza con Pinkerton, quella solitudine fatta di attesa e di fede incrollabile nel suo ritorno.
«Tutto questo avverrà, te lo prometto. Tieni la tua paura, io con sicura fede..l’aspetto» le aveva detto Butterfly in uno di quei giorni in cui sperare diventava difficile. Per quella sicura fede nel ritorno di suo marito, aveva respinto la corte del ricco Yamadori, per quella, quando anche il saggio Sharpless l’aveva invitata a ricredersi sulla possibilità di un positivo epilogo della sua storia, lo aveva messo alla porta non prima, però, di avergli mostrato quel bimbo dagli “occhi azzurrini e dai riccioli d’oro schietto”.
Ma la promessa fatta alla sua piccola signora, se un giorno avesse rivisto il ragazzo, di dirgli non solo l’incondizionato amore della mamma ma anche il suo desiderio che egli possa in qualche modo riappropriarsi di quella “giapponesità” nei suoi valori migliori, le impone di raccontargli tutto.
“…Vogliatemi bene. Noi siamo gente avvezza alle piccole cose, umili e silenziose, ad una tenerezza sfiorante e pur profonda come il ciel, come l’onda del mare…” aveva detto Butterfly al suo Pinkerton nella notte del suo matrimonio: lo avrebbe compreso quel ragazzo il significato profondo di quelle parole? Avrebbe colto l’anima di quel popolo, quella di sua madre, di colei che un attimo prima di lasciarlo per sempre gli aveva gridato piena d’amore: “Amore, amore mio, fiori di giglio e di rosa. Non saperlo mai.. per te, per i tuoi puri occhi, muor Butterfly.. Perché tu posa andar di là da mare senza che ti rimorda ai di maturi il materno abbandono…”
Dopo una lunga notte di incubi e di pensieri, nella brumosa alba del nuovo giorno c’è solo il tempo di un ultimo scambio di battute tra il giovane e la vecchia; parole misurate e amorevoli che accompagnano un gesto “sacrale”: la consegna del pugnale che ha causato la morte della madre. In ciò che vi è scritto c’è, forse, anche la strada per ricominciare: se la ricerca di ritrovare l’onore perduto ha causato la morte della madre, il difendere quell’onore nel rispetto della tradizione e della cultura di quel popolo anche nell’America di suo padre potrà essere per lui la nuova strada maestra.
Suzuki lo guarda allontanarsi tenendo stretto a sé quell’oggetto di dolore e di morte: adesso finalmente il suo cammino è terminato; portando a compimento la promessa fatta alla sua signora, potrà finalmente raggiungerla e tornare a cantare con lei: “tutta la primavera voglio che olezzi qui… seminiamo april.. Tutta la primavera, tutta tutta. Gigli? Viole? (…) gettiamo a mani piene mammole e tuberose, corolle di verbene,petali d’ogni fior! Corolle di verbene, petali d’ogni fior!”
Walter Matteini e Ina Broeckx, i coreografi, hanno saputo creare un’appassionante balletto all’interno del quale si muovono, contemporaneamente, su tre piani paralleli i protagonisti della vicenda. Così il racconto di Suzuki al ragazzo si sostanzia in immagini e le immagini sono “abbracciate” dallo spirito di Butterfly che sovrasta, inquieta, quel delicato momento nel quale suo figlio dovrà decidere per il proprio futuro. Sapiente il mix tra i brani dell’opera e le altre musiche di Max Richter, David Darling, Philip Glass, Beethoven, Haendel che creano un unicum di particolare tensione emotiva.
Davvero notevole la performance del giovani ballerini: Veronica Bracaccini, Maria Focaraccio, Marzia Licciardello, Mattia De Salve, Julio Cesar Quintanilla Garcia, Valerio Iurato, Armando Rossi che hanno saputo “raccontare” con straordinario senso della misura e con grandissima passione questa difficile storia regalando momenti di grande commozione. Con loro Ina Broeckx, lo spirito di Butterfly, che, pur dominando il palcoscenico, ha saputo lasciare grande spazio ai suoi allievi per mettere in luce le loro evidenti doti interpretative.
Efficaci e di grande impatto le luci realizzate da Bruno Ciulli, interessanti i costumi ideati da Ina Broeckx e realizzati da Cristina Biondi che, rinunciando ad un facile didascalismo, scelgono la via di una equilibrata originalità ottenendo un ottimo risultato.

Lascia un commento