È sempre difficile trasferire sulla carta le emozioni che si vivono durante uno spettacolo e più ancora rendere quelle di un pubblico che all’unisono vive la magia di una storia mille volte vista e ascoltata ma che sembra disvelare nuovi segreti.
Così è stato per Il Trovatore messo in scena al teatro Verdi di Pisa, un’opera strafamosa e presente nei teatri di tutto il mondo da quel lontano 19 gennaio 1853 quando fu presentata per la prima volta al pubblico romano del teatro Apollo.
Certamente le parole di Julian Budden, «Con nessun’altra delle sue opere, neppure con il Nabuco, Verdi toccò così rapidamente il cuore del suo pubblico» ci possono aiutare a dare un metro di lettura di questa serata, ma credo non basti considerando come molte altre rappresentazioni non abbiano trovato quel feeling che abbiamo riscontrato tra pubblico e allestimento.
Volutamente parlo di allestimento prima di entrare nel dettaglio perché tutto ha funzionato in una felice armonia che ha rapito, conquistato ed esaltato i presenti che hanno tributato a tutti, direttore d’orchestra incluso, generosi applausi a scena aperta.
Nonostante il tenore che ha mostrato alcune debolezze, l’equilibrio dell’insieme ha esaltato i dettagli che via via sono stati apprezzati e premiati, senza che tuttavia nessuno di essi sopravanzasse rompendo l’alchimia di una eccellente produzione.
Scene di forte impatto simbolico, potenti e discrete al contempo, realizzate da Alessandro Ciammarughi, fanno da perfetta cornice a quella lettura “lunare” che Stefano Vizioli fa di quest’opera ricca di spunti e conseguentemente di chiavi di lettura. Di Ciammarughi anche i costumi, pertinenti e curati, perfettamente coerenti con la contestualizzazione dell’opera. Ottime le luci, fondamentali in questo allestimento che vede nelle atmosfere notturne e nei suoi significati più profondi il suo motivo principale, affidate a Franco Marri lighting designer che ha lavorato con registi del calibro di Luca Ronconi, Lina Wertmuller, Dario Fo o Filippo Crivelli.
Quel “…mondo nero creato dalla superstizione, dalla magia e dalla cattiveria degli uomini nei confronti della donna, della strega, della diversa...” come suggerisce Vizioli nelle sue note di regia, viene esplorato con perizia ma anche con rispetto dell’opera e del suo compositore che aveva trovato nel dramma El Trovador di Antonio Garcia Gutiérrez forti motivi di interesse per la potenza e l’originalità della trama e per la personalità dei personaggi. La lettura di Vizioli, fedele al testo e alla sensibilità verdiana, trova la sua originalità nell’approccio per nulla scontato verso quelle figure “nefaste” che di fatto possono essere lette diversamente: caso esemplare Azucena, vittima di un contesto che l’ha prima criminalizzata, poi emarginata ed infine condannata per un suo istintivo desiderio di difesa e di vendetta.
Vizioli in questa regia è stato esemplare nel far muovere i personaggi con grande credibilità esaltandone la dimensione umana, anche nelle debolezze, e sfrondandole da quel valore simbolico che li estranea dalla vicenda che vivono. Ottimo il suo lavoro sia con i singoli protagonisti che con le figure complementari e le masse che si muovono sulla scena con la fluidità di un film tanto che la narrazione non conosce momenti di staticità come spesso accade per privilegiare l’effetto teatrale.
Accanto a lui troneggia, per la parte musicale, Andrea Battistoni, giovane direttore di indiscusso talento e di spiccata personalità: la cura che ha avuto per dare alla musica il giusto valore, l’attenzione verso le singole voci ed il coro, il Claudio Merulo di Reggio Emilia, la capacità di trarre dall’Orchestra dell’Opera italiana quelle sonorità decise e al contempo omogenee e raffinate in una lettura mai banale della partitura, hanno regalato un ascolto più che piacevole e spesso, specie nelle scene più concitate, decisamente coinvolgente e di grande pathos.
Non facile trovare quattro voci all’altezza dell’impegno dell’opera, ma anche in questo caso dobbiamo dare atto che ciò che ci è stato proposto è stato decisamente di livello.
Più che positiva la prova della coreana Vittoria Yeo, Leonora, voce di soprano lirico dal colore personale e piacevole che ha ben cesellato il suo personaggio sapendone trasferire le molteplici emozioni che si susseguono nel corso della narrazione.
Bella la lettura anche musicale che Silvia Beltrami ha dato di Azucena: voce possente, forte temperamento, ha scolpito in modo anche rude i momenti topici della vicenda senza tuttavia mai trascendere da un rispetto della partitura e da una ricerca dell’interiorità di quella donna troppo spesso letta e interpretata in modo superficiale e convenzionale.
Cosa dire di Sergio Bologna se non che la lunga esperienza e le indiscusse doti vocali gli permettono di affrontare il non facile ruolo del Conte di Luna con sicurezza anche quando è evidente una certa stanchezza. Il palcoscenico è la sua casa e si esalta di fronte ai momenti più difficili affrontandoli, da professionista, anche con una certa dose di guasconeria certo di conquistare il suo pubblico e di guadagnarsene l’applauso.
Tanto potente, piena e generosa è la voce di Leonardo Gramegna, tanto ha mostrato momenti di incertezza e di defaillance in un altalenarsi di bella interpretazione ad altri nei quali si è temuto il peggio. Il suo Manrico, pur ricevendo comunque molti applausi, non ha saputo però brillare come ci si aspettava.
Complessivamente positiva la performance di Francesco Milanese, Ferrando, anche se ruolo meno gli si addice per la sua voce più chiara di quel basso profondo che Verdi vede per il capitano delle guardie.
Ricordiamo anche Simona Di Capua, Ines, Simone Di Giulio, Ruiz, Enrico Gaudino, un vecchio zingaro, e Gian Marco Avellino, il messo.
In un teatro prossimo al sold out gli applausi sono stati davvero caldi e sinceri: durante l’opera a dimostrare una partecipazione emotiva e al termine con una serie di chiamate che hanno equanimemente premiati tutti i protagonisti dello spettacolo.
Prossimo interessante appuntamento domenica 3 dicembre alle ore 15.30 con Il Girello dramma burlesco per musica di JACOPO MELANI su libretto di Filippo Acciaiuoli.
Stefano Mecenate
PHOTOCREDIT: IMAGINAIRUM CREATIVE STUDIO
PHOTOCREDIT: ALFREDO ANCESCHI












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