
Rifiutata a Palermo, dove è nata dalla volontà di restituire alla città e alla nazione il diritto alla dignità e alla legalità ad opera di due artisti che hanno scelto la via della cultura come strumento di reazione alla mafia e alle mafie, è stata accolta e ospitata a Pisa dove, pur non essendoci al momento un “allarme”, è ben presente il rischio di radicamento di quelle pericolose infiltrazioni di illegalità organizzata che da tempo scelgono le vie occulte per agire con maggiore efficacia.
La sensibilità del direttore artistico Marcello Lippi che ha visionato l’opera quando ancora era in gestazione proprio in quella Palermo dove si svolgono i fatti e il senso civico del CdA della Fondazione Teatro di Pisa, accompagnato dall’appoggio delle Istituzioni pisane, delle scuole, dell’Associazione Libera, hanno fatto sì che quest’opera non dovesse restare prigioniera delle paure di coloro che, pur vivendo sulla loro pelle il tragico peso delle influenze mafiose nella vita quotidiana, non trovano la volontà e la forza di reagire dando voce a quei cittadini che intendono ribellarsi.
“L’opera Falcone e Borsellino – ci dicono all’unisono il compositore, Antonio Fortunato e il librettista Gaspare Miraglia – nasce da forti sentimenti di fede nel domani della nostra terra e da un’avvertita e pungolante esigenza morale che, da sempre, ha caratterizzato il nostro percorso artistico (…) Questa tensione etica primigenia ha accompagnato sin dal concepimento la nostra creazione artistica, una creazione che si proponeva il raggiungimento di obbiettivi davvero ambiziosi, giacché non voleva essere una delle solite operazioni occasionali di consumata retorica, ma qualcosa di profondamente diverso, che puntasse al cuore di un male atavico di cui non ci sono ignoti i rovinosi risvolti socio-economici…”
Come si evince da questo stralcio di dichiarazione, sono evidenti le spinte non solo emozionali di questo lavoro che, oltre ad essere un omaggio ai due grandi magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, intendeva fornire gli elementi per una rinascita delle coscienze, giacché, come ancora ci hanno detto i due artisti: “ …Volevamo riappropriarci della nostra condizione di uomini liberi, riuscendo a sconfiggere la bestialità mafiosa che soffoca e uccide la cultura e l’economia di un territorio nato libero e che, appunto per questo, agogna alla riconquista della propria libertà, una libertà incondizionata e senza servitù…”
Ciò che è nato a fronte di queste premesse, assolutamente indispensabili per comprendere fino in fondo la struttura musicale e testuale dell’opera, al netto di soggettive possibilità di miglioramento, è un efficace e potente grido di dolore che si fa via via voce di popolo e forza di una comunità consapevole che solo insieme è possibile sconfiggere ciò che, giorno dopo giorno, è divenuto fenomeno culturale e quasi prassi nella vita della società.
Giustamente, nelle parole che hanno preceduto l’inizio dell’opera, è stato sottolineato come la “mentalità mafiosa” non è solo quella delle cosche ma vive dentro di noi ed è alimentata da messaggi negativi che ci vengono proposti anche da chi, al contrario, dovrebbe essere preposto alla nostra educazione civica. Rifiutare la logica mafiosa significa rifiutare le “vie brevi”, le “vie facili”, significa rinunciare a privilegi e a poteri che servono solo per condizionare gli altri e per trarne egoistici vantaggi.
Significa, nella propria vita pubblica e privata, ripudiare con decisione ogni tentazione di “comprare” o “ farsi comprare” e crescere e far crescere le nuove generazioni sotto l’ala protettrice di quei valori etici e morali che costituiscono la “naturale coscienza civica” di ogni popolo civile.
L’opera si connota per una forte tensione emotiva: musicalmente attraente anche nei passaggi più enfatici, forte di una strumentazione che sottolinea in modo pertinente ogni passaggio con grande passione e struggente partecipazione, trova talvolta nel testo una sorta di “impaludamento” che rischia di diluirne l’impatto e la forza. Nonostante questo, il risultato finale è assolutamente positivo: il confronto tra i personaggi, Madre, Padre e Mafia, emblematici simboli di quella impari dialettica tra carnefice e vittime, trova il positivo epilogo solo quando il coro, che rappresenta la coscienza collettiva della città e più in generale della società, giunge loro in soccorso mettendo all’angolo Mafia che, solo a quel punto, si dichiarerà davvero sconfitta “…in questa isola gelosa che riprende una nuova strada, ricomincia una nuova vita, tutto cambia sotto una luce nuova che ci sconfigge e seppellisce noi gente atroce che siamo ormai gente sconfitta”.
Grande la prova degli interpreti che, già dalle prove, hanno vissuto questa rappresentazione con una passione che va ben oltre la pura professionalità: intensa e drammatica l’interpretazione che la soprano Lydia Tamburrino ha dato del personaggio di Madre, che a tratti ricordava la Santuzza mascagnana nel suo essere vittima mai rassegnata, forte di una dignità e di una fede che sanno allontanare anche la paura. Bella, nella sua baldanza quasi risorgimentale, anche l’interpretazione che il tenore Italo Proferisce ha dato del personaggio di Padre mentre assolutamente impareggiabile è stata quella del basso Giuseppe Pellingra nel ruolo di Mafia, la cui “sicilianità” ha dato forza sia alla capacità interpretativa del testo, in alcune sue parti scritto in siciliano, che a quella scenica dove ha recitato con grande misura una parte decisamente non facile.
Ad affiancare i cantanti, due attori “chiamati” dai palermitani (il coro) a dar voce a Falcone e Borsellino in una recita pubblica destinata a risvegliare le coscienze: Andrea Biagiotti e Marco Maria Casazza hanno saputo rendere con grande pathos i pensieri, le paure, i dubbi e le drammatiche parole dei due magistrati rievocandone gli ultimi istanti con una sconvolgente drammaticità. E proprio il coro, quello Lirico di San Nicola come quello delle voci bianche Pueri Cantores di San Nicola e Santa Lucia, hanno avuto nell’opera un ruolo centrale, l’uno, in scena fin dal principio come avveniva nella tragedia greca, a rappresentare la società civile, l’altro a incarnare le piccole anime delle vittime innocenti, monito inquietante per chi crede che la e le mafie abbiano abbandonato la loro indole violenta.
Ottima la performance dell’Orchestra Arché, ben guidata dal M° Elio Orciuolo, che si dimostra sempre più un interessante riferimento per il teatro pisano. Regia e scene, affidate alla sensibilità di Lorenzo Maria Mucci, nella loro essenzialità hanno saputo efficacemente dipingere il contesto della vicenda già densa di parole e musica per richiedere ulteriori abbellimenti.
Crediamo che questa opera possa e in qualche modo debba innanzi tutto andare laddove è stata ingiustamente rifiutata: nella Palermo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per poi proporsi nei teatri di questo nostro Paese in special modo ai giovani ai quali spetterà il compito di ricostruire un’Italia degna della sua storia e capace di distruggere, anche con le armi della cultura e della giustizia, tutte le mafie e tutte le illegalità che la umiliano e la piegano a ricatti e soprusi, come giustamente proprio Borsellino ebbe a dire poco prima della sua morte: “ La lotta alla mafia dev’essere innanzi tutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e della complicità”.

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