
Si va a vedere un’opera per molteplici varietà di motivazioni ognuna delle quali ci predispone ad uno stato d’animo di partenza che solo i fatti (in palcoscenico e in teatro) possono farci cambiare.
Inutile negare che oggetto di interesse per questa Carmen, se non unico certamente preponderante, è la presenza come direttore di Beatrice Venezi, fatta oggetto nel corso di questi mesi di un pesante (e a mio avviso gratuito) linciaggio mediatico oltre che di aspra critica da parte degli orchestrali (ma non solo) del teatro dove ha assunto il ruolo di direttrice musicale, ovvero della Fenice di Venezia.
Una pressione psicologica davvero notevole che l’artista lucchese sembra aver retto egregiamente e che l’ha vista sul podio del teatro Verdi di Pisa, dirigere, a nostro avviso egregiamente, un’opera difficile com’è la Carmen di Bizet.
Carmen non è certamente una passeggiata per nessun direttore d’orchestra: come giustamente sottolinea Enrco Stinchelli nella sua recensione alla prima pisana: “Bizet non è un compositore semplice: richiede ritmo interno, controllo della tensione, equilibrio tra solisti e orchestra, oltre a una profonda comprensione dei caratteri…”
Evidentemente tutto questo la Venezi lo ha offerto visti i 10 minuti di applausi che dalla platea al loggione il pubblico in sala (sold out) le ha tributato, onorando una serata che merita essere ricordata per le grandi emozioni che dalle scene, ai costumi, alle voci e all’orchestra ci sono state regalate.
Assente da dodici anni da Pisa (2014), dove fu rappresentata per la prima volta 140 anni fa (1886), Carmen è tornata in un allestimento che il regista Filippo Tonon (sua la firma anche delle scene e dei costumi, questi assieme a Carla Galleri) ha scelto di ambientare nel periodo della Seconda Rivoluzione Industriale, contemporaneo alla composizione dell’opera stessa (1875).
Un’ambientazione decisamente meno folcloristica rispetto ad altre edizioni ma probabilmente più capace di evidenziare i drammi personali dei personaggi, i loro limiti ma anche le loro piccole o grandi aspirazioni.
Perché Carmen non è la sola vittima di questa storia di sangue: Don José, Escamillo, Micaela, in fondo, non lo sono da meno e bruciano le loro esistenze inseguendo un’idea, un sogno, un desiderio che non si realizzerà.
Della direzione abbiamo parlato: Beatrice Venezi è apparsa centrata e concentrata sulla partitura dimostrando di conoscerla profondamente e di saper dare, attraverso l’orchestra, ciò che il compositore intendeva dare. Un’orchestra, quella da Camera Fiorentina, che, con fiducia, si è lasciata guidare dalla bacchetta della Venezi, cogliendone i desiderata e restituendoli con grande professionalità e passione rendendo magica l’esecuzione.
Complessivo giudizio positivo anche sulle voci: eccellente quella di Valentina Mastrangelo, Micaela, che ha riscosso unanimi e generosi applausi sia in scena che alla ribalta; dopo qualche incertezza iniziale, ha dato il meglio di sé anche la protagonista, la mezzosoprano venafrana Laura Verrecchia che ha conquistato il pubblico oltre che con la voce con una interpretazione di grandissimo valore.
Apprezzata l’intepretazione, sia vocale che scenica, che il baritono Devid Cecconi ha dato del torero Escamillo mentre qualche perplessità l’abbiamo avuta nei riguardi del tenore Leonardo Caimi, di cui conosciamo le potenzialità ma che in questa recita ci è parso discontinuo pur ottenendo numerosi applausi durante e al termine dell’opera.
Buono livello anche i comprimari: Leyla Martinucci, Mercédès, Andrea Comelli, Zuniga, Laura Esposito, Frasquita, Antonino Giacobbe, il Dancaire, Luca Bruno, Moralès, Saverio Pugliese, Il Remendado. Come pure quello del Coro Arché, ben diretto dal M° Marco Bargagna, e quello delle voci bianche della scuola Bonamici, diretto da Angelica Ditranto.
Le coreografie di Maria JoséLeon Soto sono state danzate dalla Compagnia del Teatro di Pisa, giovane formazione composta dagli allievi della prima edizione di VerdièDanza.
Stefano Mecenate










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