Piccoli Comuni in rete ed uniti contro la crisi, ma per farlo ci vuole subito una nuova legge
“Per difendere il ruolo storico degli ottomila Comuni italiani dobbiamo capire che la demografia conta. Dobbiamo perciò chiedere al governo di rivedere la normativa sull’associazionismo”
Piccoli, carichi di identità millenarie e tenaci ma se uniti addirittura meglio. Ma per tutti ci ci vuole una nuova legge di riordino normativo e funzionale che consideri le differenze demografiche per metterli in grado di far fronte alla pesante crisi che attanaglia da anni il Belpaese e renderli competitivi, attrattivi di investimento e di turismo con i ” cugini” dell’Europa comunitaria. Parte dal basso la proposta di riforma degli enti locali ad oltre 15 anni dall’ultimo testo normativo (Tuc) che con la legge 267/2000 regolamenta e disciplina gli enti locali italiani. Da allora acqua sotto i ponti (e se consderiamo le alluvioni che hanno colpito Genova e altri comuni italiani, passando per il sisma dell’Aquila e dell’Emilia Romagna) ne è passata davvero tanta. Il mondo è cambiato, ma i nostri comuni viaggiano invece con una lentezza preoccupante che li fa tornare alla fase di declino di tardo Rinascimento con la fine dell’età municipale. Ma gli 8500 sindaci in fascia tricolore non ci stanno e forti del fatto che sullo scranno più alto di Palazzo Chigi siede niente popò di meno che l’ex sindaco della città di Firenze, hanno deciso di dar vita ad un centro studi che possa essere prodromico ad una proposta di legge di nuovo ordinamento da affidare al Governo e ai due rami del parlamento. “Dimensionare l’entità comunale alle dimensioni di scala dei problemi che ci troviamo ad affrontare ogni giorno. Questo non vuol dire mettere in discussione i Comuni e la loro identità ma metterli nelle condizioni di rispondere alle esigenze e alle aspettative dei cittadini e delle comunità”. Così il presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Piero Fassino, intervenuto ai lavori della XV Conferenza nazionale dei piccoli Comuni svoltosi la settimana scorsa al Teatro Massimo di Cagliari.
“Per difendere il ruolo storico degli ottomila Comuni italiani – ha detto Fassino – dobbiamo capire che la demografia conta. Dobbiamo perciò chiedere al governo di rivedere la normativa sull’associazionismo e quanto ruota intorno ai processi di unione e fusione tra Comuni che così come sono oggi non funzionano e sono insufficienti. La legislazione è debole, non prevedendo dimensioni d’ambito e soprattutto meccanismi premiali. Unirsi deve portare un valore aggiunto, non togliere qualcosa agli enti che decidono di mettersi insieme”. Fassino ha quindi annunciato che “nella prossima legge di stabilità porteremo la nostra proposta sull’associazionismo” proposta che nei lavori di Cagliari “troverà i suoi punti cardine”.
Il presidente Associazione nazionale comuni italiani ha poi rimarcato come “i problemi che toccano i piccoli Comuni si inseriscono in un quadro di riforme che coinvolge tutti i Comuni. E’ quindi importante che Anci continui la battaglia per avere un quadro normativo migliore di quello vigente e i primi passi sono arrivati dall’ultima legge di stabilità e dal decreto enti locali ora in conversione alle Camere, che qualche piccolo miglioramento hanno portato. Certo – ha aggiunto – proprio nel passaggio di conversione, chiederemo ulteriori miglioramento anche per i piccoli Comuni, penso alla questione dell’Imu agricola, ad una quota risorse che riduca per i piccoli enti il peso dei tagli o lo sblocco degli avanzi di bilancio che determinerebbe più flessibilità finanziaria”.
“Veniamo da anni di sofferenza – ha continuato Fassino – e capisco bene lo stato d’animo e le difficoltà che oggi qui denunciate. Le fatiche che tutti i sindaci patiscono da anni sono le stesse anche se in un piccolo municipio pesano di più. Lo ripeto anche in questa sede: serve una stagione nuova, un patto con il governo per governare insieme. Non vogliamo arroccarci solo nella denuncia ma ci mettano nelle condizioni di poter rispondere ai cittadini”. Come? “Partendo dall’autonomia: finanziaria, normativa e istituzionale. Noi vogliamo fare la nostra parte nel risanamento dei conti pubblici ma non può dirci come fare chi non ha mai visto e non conosce come si amministra un Comune”.
Le conclusioni il presidente dell’Anci le ha dedicate alla local tax, che, secondo quanto annunciato dal governo, partirà nel 2016. “Siamo, come sempre, pronti a discuterne ma due cose devono essere chiare e non ci stancheremo mai di ricordarle: la local tax non deve portare ad un minor gettito per i Comuni e deve essere un tributo esclusivo con la titolarità in capo ai Comuni stessi, senza compartecipazione da parte dello Stato”.

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