
Piantedosi ieri ha affermato che è complice delle violenze chi partecipa a cortei in cui si trovano dei violenti che poi si scontrano con le forza dell’ordine.
Queste parole sono semplicemente inaccettabili e pericolose quando sono dette da un ministro che ha il compito di tutelare l’ordine pubblico e il diritto dei cittadini a manifestare.
Ma se vogliamo metterla su questo piano bisogna purtroppo dire la verità: denunciare la gestione disastrosa che è stata fatta della pacifica manifestazione di Torino consentendo ai violenti organizzati di entrate nel corteo, non isolandoli, come doveva essere fatto, e non fermando alla frontiera i black block che numerosi sono accorsi con l’intento di scatenare gli scontri.
Il direttore di Report, Sigfrido Ranucci, ha detto una cosa molto precisa e politicamente pesante: lo Stato conosce bene i gruppi e le persone che praticano la violenza organizzata nelle piazze.
Se lo Stato li conosce, allora due domande sono inevitabili:
-perché non si interviene in modo mirato sui gruppi violenti, invece di colpire indistintamente manifestazioni e diritti?
– perché si usano gli scontri come leva per restringere libertà costituzionali, se i responsabili sono già noti?
Se è così – e lo è – allora cade tutta la retorica dell’allarme e dell’emergenza perché siamo di fronte a una scelta politica del governo di colpire diritti, manifestazioni e dissenso invece che intervenire in modo mirato sui violenti noti.
Non si sta difendendo la sicurezza ma si sta costruendo una deriva autoritaria
.
E infine se tutto questo è vero, si impone una lettura di quanto è avvenuto e sta avvenendo con la destra al governo: si è costruita una vera e propria strategia della tensione per preparare una svolta repressiva.
Io ho partecipato nella mia vita a centinaia di manifestazioni pacifiche nelle quali i violenti sono stati isolati e le forze dell’ordine si sono comportate in modo intelligente garantendo lo svolgimento pacifico dei cortei.
Questo non è piu scontato da quando governa la destra, incapace di accettare e gestire il conflitto che è fisiologico in una società democratica avanzata.
Noi non sappiamo se nell’accrescimento delle tensioni e degli scontri ci sia stato un disegno preciso e perseguito consapevolmente dal governo Meloni; vediamo però il risultato fallimentare delle sue politiche di ordine pubblico, l’arretramento della sicurezza nelle città e gli scontri; e assistiamo infine alla loro strumentalizzazione per fini politici che ledono fondamentali diritti costituzionali.
Nell’informativa alla Camera, Matteo Piantedosi usa il termine antagonisti non come categoria politica legittima, ma come categoria pericolosa.
In sostanza sostiene che gli antagonisti non esprimerebbero dissenso, ma ostilità strutturale allo Stato e che chi manifesta “accanto” a questi ambienti concorre oggettivamente al disordine.
Il passaggio chiave è questo: l’antagonismo non è descritto come opinione, ma come minaccia.
Piantedosi insiste su questa parola -antagonisti- per motivi politici molto chiari: vuole spostare il conflitto dal piano dei fatti al piano delle identità, costruire un “nemico politico interno” e colpire non cosa fai ma chi sei.
Ma in uno Stato di diritto si puniscono condotte, non appartenenze.
La violenza è un reato. L’antagonismo è un’opinione politica.
Forse il ministro non sa che nel nostro Paese si ha il pieno diritto ad essere antagonisti , ad essere radicalmente critici verso il potere, a contestare l’ordine economico, sociale, politico e proporre un’alternativa anche conflittuale purché pacifica e nel rispetto delle regole democratiche.
Lo sancisce la Costituzione quando afferma libertà di pensiero (art. 21 Cost.), la libertà di associazione (art. 18), il diritto di manifestazione (art. 17).
Il ministro e il suo governo si impegnino a perseguire i reati e lasciano intatti i diritti democratici.
Enrico Rossi

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