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Perseverare diabolicum

Il malvezzo di vendere prodotti finanziari oscuri al “parco buoi” continua imperterrito senza che la CONSOB intervenga nella sostanza.

di GIanfilippo Cuneo | 31 Gennaio 2016

Non si è ancora spento l’eco delle obbligazioni bancarie subordinate vendute da Banca Etruria a investitori non qualificati (e certamente ignari sia di cosa vuol dire subordinato sia di cosa comporti essere non qualificati) che il malvezzo di vendere prodotti finanziari oscuri al “parco buoi” continua imperterrito senza che la CONSOB intervenga nella sostanza.

Il 25 Gennaio è apparsa su Corriere Economia una pubblicità a tutta pagina con l’offerta di obbligazioni Goldman Sachs a tasso misto in dollari USA con cedola lorda al 6% per i primi due anni e poi USD Libor a 3 mesi con una garanzia di tasso minimo al 1,25% e cap al 6% per il tasso massimo. Se un emittente fa pubblicità per vendere un prodotto finanziario vuol dire che si indirizza a potenziali investitori non qualificati, cioè incapaci di comprendere cosa stanno comprando; e infatti un piccolo risparmiatore direbbe “ è un affarone” perché vede soprattutto un mitico 6% come numero “civetta”. Un “magro affare”, direbbe invece un investitore qualificato capace di prezzare il rischio che a termine (10 anni) il dollaro USA si sia deprezzato rispetto all’euro. Un “buon affare” direbbe invece Goldman che nei mercati basati sul dollaro ha possibilità di impiegare i capitali a rendimenti molto più elevati del costo delle sue obbligazioni.

Si può inoltre osservare che il tasso del USD Libor a 3 mesi è oggi dello 0,62% ma è in crescita, così che l’offerta di tasso minimo all’1,25% non è poi così generosa, mentre ipotizzare che il tasso superi il cap al 6% è proprio per prendere in giro la gente seria e far sognare gli sprovveduti; certamente questi ragionamenti li può fare anche il pensionato che smanetta su internet o consulta il prospectus in inglese sul sito di Borsa Italiana, ma è evidente il tentativo di influenzare gli sprovveduti quando, in un annuncio pubblicitario diretto a loro, si mette in bella evidenza un 6% per ben due volte.

Quello che il prospetto dell’offerta non riporta è quanto costerebbe al compratore delle obbligazioni assicurarsi oggi per ottenere a termine un valore di euro pari a quello investito. Ovviamente il piccolo risparmiatore, al quale è indirizzata la pubblicità, non sa cosa voglia dire “coprirsi” o, se lo sa, non sa proprio come farlo su un periodo di 10 anni; conseguentemente “dimentica” che il rischio è una componente di costo, poco visibile direttamente (ma calcolabile indirettamente), e quindi tende a considerare il rendimento netto uguale a quello lordo-meno le tasse. Un investitore qualificato, che non avesse già debiti in dollari o obiettivi di diversificazione valutaria, saprebbe invece dare un valore al rischio, per esempio comprando una copertura del capitale o anche dei flussi annuali, copertura che, nel caso in oggetto, potrebbe costare fino al 20% del valore di emissione; il rendimento medio annuo netto è la media in dollari del 6% per due anni con quello che sarà il tasso Libor US a 3 mesi (con il floor e cap previsti dal regolamento) per 8 anni, meno il costo della copertura e le tasse. Alla fine il rendimento medio netto in euro sarebbe negativo; investendo in un BTP a 10 anni il rendimento lordo sarebbe invece del 1,59%, ma per esser precisi bisognerebbe prezzare anche il differenziale di rischio fra il default dello stato italiano e quello di Goldman Sachs.

Il paradosso fiscale, inoltre, è che per un piccolo risparmiatore sui rendimenti corrispondenti alle cedole annuali si applicano le tasse, ma non è possibile dedurre il costo del rischio, a meno dell’inserimento della copertura in una gestione patrimoniale un po’ complessa; conseguentemente, se poi si dovesse registrare una perdita nel valore capitale a termine, tale perdita non potrà esser compensata fiscalmente; la tassazione sul rendimento reale, cioè inclusivo del costo del rischio, diventa quindi enorme, e lo stato se ne compiace.

Ma perché la CONSOB non pretende che gli strumenti finanziari offerti ai piccoli risparmiatori riportino dei semplici calcoli come questi? Per salvarsi l’anima sembra che basti mettere un asterisco o un a postilla qui o là nel prospetto informativo, oltre alla solita avvertenza, in questo caso lodevolmente scritta in grassetto, che l’investitore è esposto al rischio di cambio (una ovvietà, ma quanto vale?). O forse la CONSOB pensa che i piccoli risparmiatori, che avranno magre pensioni in euro, dovrebbero diversificare il proprio patrimonio investendo in dollari e speculando sul valore del dollaro a 10 anni da oggi? Ma la CONSOB non potrebbe pretendere almeno che per fare un’offerta ai piccoli risparmiatori ci debba essere una sottoscrizione maggioritaria da parte di investitori qualificati della stessa area valutaria, che presumibilmente sanno prezzare il rischio? Per difendere i risparmiatori, da se stessi e da chi sa fare i conti giusti, ci vuole un approccio di sostanza, non di forma!

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, annuncio, borsa, btp, capitali, conti, euro, mercati, obbligazioni, patrimoniale, pensioni, tasse, usa

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PERSEVERARE DIABOLICUM

Telecom Argentina e le minacce di esproprio: un caso paradossale. Di Angelo De Mattia

di Angelo De Mattia | 31 Gennaio 2010

Sta per iniziare, in Argentina, una nuova (non affatto piacevole ) telenovela, quella che si potrebbe denominare “ Teletango bond”? Gli scopi dell’iniziativa del governo argentino e, in particolare, della presidente Cristina Kirchner, avviata alcuni mesi fa consistevano in una asserita determinazione a riconquistare la fiducia nei mercati internazionali dopo la prima parte della vicenda dei Tango bond che aveva lasciato moltissimi risparmiatori – soprattutto quelli che non avevano aderito al noto accordo per il molto parziale rimborso delle obbligazioni – a dir poco con l’amaro in bocca . Alla resa dei conti, finalità e premesse, purtroppo, confliggono , invece,duramente con le concrete realizzazioni.

Prima, è stata la volta dell’attacco alla Banca centrale, il cui governatore, Martin Redrado, si era opposto al trasferimento al governo di 6,5 miliardi di riserve in dollari (complessivamente pari a circa 50 miliardi ) che , secondo l’esecutivo, avrebbero dovuto essere destinate al raggiungimento di una intesa con i portatori dei bond che non avevano aderito al precedente accordo. La risposta della Kirchner è stata la destituzione di Redrado – sul conto del quale si era fatta diffondere la voce di avere mire politiche, alla base, dunque, del diniego opposto al governo – che, però, ha impugnato il provvedimento e, in sede giurisdizionale, ha ottenuto la reintegra , considerata l’illegittimità della decisione.

Si attende ora che si pronunci la Corte suprema, che il governo, sconfitto dai giudici di merito, ha interesse ad adire per giocare una ulteriore carta , dopo che anche il Congresso ha espresso un parere favorevole alla condotta di Redrado. Nel frattempo, come se si trattasse di agire nei confronti di un comune impiegato – ma anche in questo caso il comportamento sarebbe assolutamente censurabile – la Kirchner ha disposto che il governatore reintegrato non rientri nel suo ufficio e gli ha fatto trovare un cordone di poliziotti davanti alla sede della banca centrale per vietare l’ingresso.

Rappresentare al suo paese e, soprattutto,al mondo intero questo tipo di “politica”nei confronti della banca in questione – che definire muscolare è solo ricorrere a un iperbolico eufemismo – costituisce quanto di più lontano si possa fare per riguadagnare fiducia e credibilità sui mercati. Anzi, ci sarebbe da chiedersi cosa mai sarebbe stata fatta se non ci si fosse proposti questo recupero di credibilità.

Si può anche discutere sulla correttezza o no, alla luce dell’ordinamento argentino, del richiesto trasferimento delle riserve, anche se si dovrebbe avere presente che queste ultime sono, in qualsiasi Stato, a presidio della stabilità della moneta e sono garanzia dell’autonomia della banca centrale. D’altro canto, non è definibile “ a priori” se esse siano, in ipotesi, in eccesso, come qualche volta si pensa anche in Europa. Ma avere una concezione di tal fatta delle funzioni e del ruolo di una banca centrale, e del suo rapporto con il potere esecutivo, è indice della mancanza, nella visione del governo, dei principi della democrazia economica, anzi si potrebbe dire, della democrazia tout court.

Sono sacrosante le iniziative promosse da coordinamenti dei risparmiatori per giungere a un accordo equilibrato per il rimborso, in favore di coloro finora non aderenti alle note intese, delle obbligazioni argentine di cui essi sono tuttora portatori. Ma ciò deve avvenire con procedure corrette, senza strappi di sorta nelle relazioni istituzionali, soprattutto se si viene a involgere problemi di carattere internazionale.

Di recente, in alcune iniziative di risparmiatori è stato fatto presente che un certo ammontare di riserve argentine sarebbe stato depositato dal governo presso la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), anche per fruire del particolare status che la riguarda. Non si hanno elementi sulla fondatezza di tali segnalazioni, in specie sulla proprietà delle riserve che sarebbero depositate e, quindi, non si è in grado di esprimere un’opinione sulla correttezza di un tale operato. Sarebbe bene che, comunque, sulla questione fosse fatta luce, pur nel rispetto dei vincoli ai quali sono soggette istituzioni autorevoli come la Bri.

Ma la storia non finisce qui. Perseverare diabolicum. L’atteggiamento erculeo si estende alle telecomunicazioni. Avviata dalle autorità argentine una procedura per indurre Telecom Italia a dismettere la partecipazione nella società che controlla Telecom Argentina in considerazione dell’asserita posizione dominante sul mercato di quel Paese, tenuto conto della presenza anche di Telefonica partecipante di Telco, azionista di maggioranza relativa della società italiana, difronte alla reazione di quest’ultima e del gruppo spagnolo che sono riusciti ad ottenere la sospensiva del provvedimento sanzionatorio da parte del Tribunale, il governo ha minacciato la nazionalizzazione di Telecom Argentina.

Siamo, dunque, all’espropriazione e alla statizzazione, dopo essere partiti – è paradossale – per risalire la china a livello internazionale? Il fatto è così grave che non varrebbe a ridimensionarlo neppure l’eventualità che si sia voluto così esercitare solo una pressione sulle società interessate, senza avere intenzione di arrivare alle estreme conseguenze. Si tratterebbe, comunque, di pressioni gravissime, attuate prospettando eventualità che sembravano bandite dai paesi democratici. E’ aperta una vicenda giudiziaria affidata alle Corti argentine: non si può che far compiere il previsto corso a tale procedimento, nell’ambito del quale le società interessate faranno certamente valere le loro buone ragioni.

La miscela dell’attacco alla banca centrale e della minaccia di esproprio dovrebbe suscitare la ferma reazione sia degli organismi internazionali di cui l’Argentina è parte sia del Governo italiano. Non è il caso di temporeggiare. Principiis obsta. Prima che sia troppo tardi. E’ nell’interesse della stessa Nazione argentina – nella quale è quasi iniziata la campagna elettorale per le elezioni del 2011 – che non merita affatto che si imbocchi la strada del sicuro regresso, con indubbie conseguenze sulla situazione economica complessiva.

Angelo De Mattia (da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta)

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