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Perché Marine convince e spaventa Dietelinde

di Giuseppe Mele | 27 Aprile 2014

Di solito ben composta, la Gruber ha finito per farsi prima tutto naso, avendo provato a ribadire il primato dei mercati sui popoli, poi cercando di condividere, da sinistra, l’anticapitalismo destro de la Le Pen, si è fatta ancora più piccola.

marinelepennSi guarda ormai distrattamente ai dibattiti politici televisivi. Appena maggiore attenzione ottiene il dibattito interattivo in rete. Sempre meno sono poi gli ultrà tifosi di destra, sinistra e sinistra estrema. L’Occidente in crisi, vincolato a doppia catena tra le due sponde atlantiche, guarda con preoccupazione agli elettorati, che non finiscono di deludere, dall’Ungheria alla Francia. Non solo in Italia, dunque, ci si avvicina alle elezioni europee con lo spirito di dover “passare a’ nuttata”; contando magari su più astensioni e meno voti contrari, per poi rimandare all’infinito nuove prove popolari. Il cosiddetto estremismo sinistro cerca di dimostrare la sua vitalità con manifestazioni violente e occupazioni della piazza ma viene sommerso e fuso nel più ampio mondo qualunquista populista, arbitro delle sorti elettorali ben più del mitico ceto medio. La spaccatura va tra difensori del sistema e tifosi del cataclisma, secondo schemi diversi: religiosità contro laicismo, politicamente corretto contro scorretto, legalità contro illegalità, euro contro nazioni. Sottostante la spaccatura, si apre la voragine della fine della stabilità globale postbellica. L’America, dissipatrice della ricchezza del mondo intende sempre fare la morale a tutti, ma è completamente nelle mani del credito asiatico. Da usbergo delle libertà occidentali, si è trasformata in un blocco asioamericano, per il quale l’Europa deve restare solo insieme di consumatori, anziani, passivi alleati militari, bloccati dal complesso di colpa per le passate atrocità. L’Asia, dopo tanto sviluppo, sente un revanscismo antioccidentale, che si coniuga per imperialismo russo, montante islamismo, urla indiane, nuove riflessioni cinesi. L’Europa rivive le fasi della Grecia dopo la conquista romana. Passata la fase del reciproco invaghimento, vive le disattenzioni dello sballottamento bizantino e teme il futuro oscuro decivilizzante del dominio ottomano. La camicia di forza della globalizzazione condotta oltreatlantico e delle alleanze militari si tende allo spasimo sulla carne europea, mostrando ampie lacerazioni qua e là. Il massacro dei cristiani oltremediterraneo e mediorientale risuona silente nelle orecchie della muta sudeuropa. L’esempio del disastro libico, cui segue in misura minore quello totale nordafricano, è imputabile alla stessa suicida e disordinata politica estera europea. Il grosso dell’Europa centrale, guidato da un ex ministro DDR, evita il più possibile l’atlantismo rifuggendo sottotraccia nell’espansionismo economico storico verso balcani, nordest italiano e fusione produttiva con la Russia. L’Europa però nel mondo di oggi non è la Grecia capta: ha una popolazione quasi doppia rispetto all’americana ed all’araba, tripla rispetto alla slava e la quota più grande della finanza e dell’economia mondiale. Anche al passo dell’attuale non crescita, ha davanti un secolo e più per consumare il suo declino ed impazzire del tutto. Ciò che la fa impazzire di più è un loop quasi secolare di scontro attorno ai toni parossistici contro i traditori del popolo e contro i colpevoli, intrisi di senso di colpa, della Shoah. Uno dei fondamenti del politicamente corretto è la colpevolezza europea. L’Europa ha la colpa delle crociate, delle guerre civili, degli sterminii. A fare la morale sono i guerrafondai extraeuropei che possono non vergognarsi delle liste ancora più numerose di massacrati. A confondere le cose, proprio gli epigoni dell’antinazismo, hanno abusato dei toni terroristici e criminalizzanti stile Beobachter, agitando l’icona di nemici fantasmi farabutti: evasori fiscali, distruttori ambientali, socialdemocratici, cattolici pedofili, affamatori, finanzieri, mafiosi. Tutti gruppi, che nell’immaginario collettivo dell’Europa centrale e orientale ebbero ed hanno il nome materiale e simbolico di ebrei. La didattica comunicazione mediatica sulle colpe passate, promulgata e diffusa oltre ogni limite storico non ha più effetto. Ogni morfina oltre un certo limite non ha più effetto. Non deve perciò meravigliare il successo che soprattutto in Europa sta avendo la figura della francese Marine Le Pen, figlia del fondatore del Fronte Nazionale transalpino. Il vecchio, Jean Marie, al contrario di quanto si crede, non fu un collaborazionista della Repubblica filonazista di Vichy; ma entrò in politica come poujadista, l’equivalente di un qualunquista di Giannini. Poujadisti e qualunquisti in Italia come in Francia erano sicuramente parenti dei fascisti e dei franchistes; nostalgici di un certo clima conservatore, anche della protezione sindacale dei ceto mediobassi ed al tempo stesso contrari al peso fiscale che grandeur e impero imponevano. Poujade più che politico fu sindacalista degli artigiani, oggi si direbbe delle partite Iva, negli anni in cui Buozzi teneva in Italia in vita un centro sindacale. Ciò che è più importante è quanto di gollista e non gollista portano con sé i Le Pen. Filocolonialista, avverso all’indipendenza algerina e a De Gaulle che la permise, papà JeanMarie di De Gaulle però sostenne i tentativi di indipendenza latina, le uscite dalla Nato, l’opposizione all’entrata dell’Uk in Europa e le aperture alla Russia. La Stampa, organo ormai di una multinazionale Usa, si preoccupa del venir meno del cordone sanitario attorno alla destra europea, che tracima in Francia, Austria, Norvegia, Grecia, Uk. Più si batte sulla memoria della Shoa, più si va a vuoto perché, come ricordava Le Pen senior: “Non si può dire che il partito nazista fosse un partito di destra e nemmeno quello fascista.” I fondatori di questi partiti ed i collaborazionisti furono Strasser, Mussolini, Doriot, Deat, Tasca tutti ex segretari di partiti socialisti. Ecco perché i Le Pen non hanno mai pensato di dover fare una Fiuggi; perché sono convinti di sostenere in chiave europea le tesi dei repubblicani Gop americani, fondamentalmente con il populismo conservatore della sua componente TP. Ciò che paventa la Stampa è che l’Europa si faccia nazionalista, militarista, colonialista quanto lo è l’America. Si accusa questa destra di essere antieuropea ed antiglobalizzazione. Nei fatti è vero il contrario: secondo una lezione gollista è proprio la globalizzazione che chiama l’Europa all’indipendenza finanziaria e militare. Nei fatti l’indipendenza europea che conta non è quella dei 28 stati, ma dei suoi principali contribuenti, soprattutto Francia, Italia e Spagna le nazioni cui soprattutto si rivolge la Le Pen. Tutto ciò è apparso a chiare lettere durante l’intervista Tv della giornalista italotedesca Lilli Gruber. Un confronto teoricamente senza storia, dato che almeno pubblicamente solo una cosa, l’antifascismo, unisce tutte le tifoserie politiche italiane. Invece l’unica donna e giornalista italiana, partecipe del ristretto conclave liberalfinanziario del Bilderberg, è apparsa nel seguirsi delle domande e delle risposte, una provinciale sprovveduta. Non hanno avuto effetto i soliti stopandgo, commenti negativi, ridicolerie, provocazioni piccole e no. Manca a questa figlia della tradizione nazionalista gallica la coda di paglia degli esponenti italiani dei diversi centri e destre che li fa quasi instintivamente giustificarsi della scelta politica “storta”. Alla Lilly, sorpresa che la francese, bionda ma non bella, non cedesse alla complicità femminile, che non indulgesse in esposizioni di curriculum; che non curasse le tante migliaia di euro sparse tra toilette, abiti, chirurgia e arredamento ma che si rivolgesse al pubblico, trapassandola come trasparente, è scomparso il terreno sotto i piedi. Di solito ben composta, la Gruber ha finito per farsi prima tutto naso, avendo provato a ribadire il primato dei mercati sui popoli, poi cercando di condividere, da sinistra, l’anticapitalismo destro de La Pen, si è fatta ancora più piccola, per quanto sia possibile, data l’altezza minima che condivide berlusconianamente con un Telese. Per finire sottoterra quando la postfranchiste su Renzi non ha voluto citare ” Le Monde” sul partito del presidente Hollande (“Un partito in “coma irreversibile”, un “campo di rovine”, benché abbia tutti i poteri non esiste piiù, è un astro morto.”), ma più correttamente ha accostato il fiorentino a Sarkò, evidenziandone sia la natura vuota comunicazione destra,“conformista”. Svelata la nudità del re, Lilli, spaventata da un serpente che l’ha avvolta fino a stritolarla, si è ritirata sempre più muta, inchinosa, sorridente a tutta bocca, nella muta preghiera che la malcapitata intervista finisse quanto prima. Purtroppo la Le Pen, incurante si prendeva tutto il tempo di salutare i telespettatori italiani a casa. Eppure Marine si era limitata a ripetere le tesi di Giordano e Lega sull’abbandono dell’euro mentre risulta evidente quanto il suo programma riprenda in toto il pensiero di Oriana Fallaci. Non manca carisma ed esperienza alla francese. Non queste qualità però hanno denudato la Dietlinde dal solito supercostume della Lilli. La Pen impressiona per un’idea complessiva coraggiosa di alternativa nazionalista europea, quella che manca a conservatori e moderati capaci di protesta, ma tentennanti nella proposta, soprattutto spaventati dal doverla pronunciare.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Federico Baldini

    28 Aprile 2014 alle 19:13

    Un po’ la stessa cosa sta succedendo con gli articoli un po’ pressapochisti e pasticciati che riguardano il leader britannico dell’UKIP Nigel Farage. L’unico articolo apparso in Italia degno di nota e veritiero sul leader politico inglese è stato quello scritto da Richard Newbury per il Foglio qualche settimana fa. Personalmente Marine Le Pen ha un qualcosa che a pelle non mi piace, anche se è stata molto brava e convincente nella trasmissione su La7 della Gruber mentre Farage con i suoi tratti libertari e tipicamente anglosassoni lo trovo più interessante. Certo che ad euroscettici stanno meglio in Francia e nel Regno Unito che noi in Italia con Grillo…

    Rispondi

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