
Il libro si apre con un vetrino nascosto sotto un materasso: il carcinoma di una madre, portato a Milano come una reliquia, tirato fuori ogni notte per anni prima di crollare del tutto. Da lì in poi Pierantozzi non concede più niente al lettore che voglia mettersi comodo. Racconta di essere il primo di tre figli, di cui il secondo è morto. Non lo dice subito per intero. Lo lascia trapelare, poi lo scava fino in fondo: un fratello nato morto o morto appena nato, deforme secondo la parola di sua madre, e la madre che per mesi lo porta al cimitero ogni sera prima della chiusura dei cancelli, e sotto la lapide le viene la montata di latte, e il bambino vivo, lui, quattordici mesi, viene sollevato a dare un bacio alla foto, e si sporca del latte destinato al morto. È una delle pagine più insostenibili che siano state scritte in Italia negli ultimi anni, e non ha bisogno di nessun aggettivo: la cronaca clinica del corpo di una madre che allatta una tomba basta da sola.
Questo è il libro: non una metafora della malattia mentale, ma il referto clinico di chi ci vive dentro, scritto con il lessico esatto delle cartelle psichiatriche, “paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido”, perché quella lingua è l’unica che gli è rimasta per dire quello che la lingua comune non sa contenere. Un uomo di quarant’anni che dorme ancora con la madre in un paese dell’Abruzzo senza cinema. Un padre chiamato “il Negazionista” perché nega la malattia del figlio come si nega un debito. Un fratello minore che gli fa da badante da vent’anni e che un giorno, davanti ai gatti feriti di un rifugio per animali, gli dice in faccia che non è mai stato forte, che tutto quello che ha combinato nella vita l’ha combinato dopo le medicine, non prima.
Non c’è arco di redenzione. C’è la palestra dove si allena tre ore al giorno per riguadagnare in muscoli quello che perde in lucidità. C’è la guerra quotidiana coi gestori di quella stessa palestra, gente che tratta un malato psichiatrico come un cliente scomodo. C’è la spiaggia di famiglia dal 1988, il lettino, i romanzi scritti a mano su fogli protocollo, e un gestore che indica il lido per disabili come punizione per aver chiesto di abbassare la musica. C’è l’ossessione delle parole cercate nei dizionari come ultimo argine contro il collasso del pensiero, e insieme le allucinazioni: serpenti infilati negli occhielli delle scarpe, un grillo con lo sterco umano sulle antenne, madonnine acquatiche che nuotano in una fontana. C’è un corpo che smette quasi del tutto di funzionare sessualmente per colpa degli psicofarmaci, e la masturbazione fatta leggendo Magrelli con l’orgasmo che arriva con cinque minuti di ritardo sull’eiaculazione, mentre la madre chiede da dietro la porta cosa vuole domani per pranzo.
E poi, alla fine, il libro dei fogli scritti a mano che l’autore vuole portare fisicamente in un istituto romano che cura i manoscritti malati, non per farli restaurare ma per farli mangiare dalle termiti, perché tra il verme e la farfalla, dice, suo fratello morto potrà tornare per un istante in vita, come già gli tornava da bambino sotto forma di farfallina sul muro del bagno, quando la madre lo chiamava a quattro zampe per fargli vedere il saluto del fratellino.
Ecco perché non vincerà lo Strega. Non perché sia scritto peggio degli altri undici libri in dozzina, è scritto meglio della maggior parte. Ma perché lo Strega, come ogni premio che si vota a tavola con l’amico editore, ha bisogno di libri che restituiscano al lettore un dolore già digerito, già trasformato in stile, già reso presentabile in mezz’ora di dibattito in tivù. Questo libro non collabora. Non offre un padre che alla fine capisce, non offre una madre che si salva, non offre un narratore che guarisce. Offre un uomo che scrive perché scrivere è l’unica forma di terapia che gli resta oltre alle sette pasticche al giorno, e che chiede esplicitamente, senza vergogna, che il suo manoscritto venga divorato dagli insetti pur di far rivivere per un attimo un fratello mai conosciuto.
Non è un libro sulla sofferenza. È la sofferenza stessa, messa sulla pagina senza filtro estetico che la renda sopportabile a chi non ci è mai passato dentro. Per questo, tra qualche settimana, perderà. E per questo, tra vent’anni, sarà l’unico libro di questa dozzina che qualcuno ricorderà ancora.
Nico Kir

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