
l’annessione formale dell’intera regione da parte della Russia.
Fin dai primi giorni dell’invasione russa, ho sostenuto che l’Ucraina avrebbe vinto questa guerra. Non per ottimismo o tifo, ma per un’analisi dei dati e delle dinamiche sul campo.
E oggi, più di due anni dopo, quella previsione si conferma giorno dopo giorno.
Non è una questione di risorse sulla carta, ma di come quelle risorse vengono mobilitate. In questo, la Russia ha mostrato un’unica reale superiorità: nella disinformazione.
Un apparato che affonda le radici nel sistema zarista, si è consolidato sotto il regime sovietico, e oggi si perfeziona in una forma postmoderna, dove il fine non è convincere, ma generare caos informativo.
Come ha scritto Peter Pomerantsev, esperto di media russi, “non si tratta più di imporre una verità, ma di rendere impossibile distinguere tra vero e falso”. Si pensi alla martellante ripetizione dello slogan “Ucraina Nazista”, ripetuto anche di recente da Lavrov, quando si sa, su base storica, che a scatenare la seconda guerra mondiale fu il duo Stalin-Hitler, alleati dall’agosto del ’39 tramite il cosiddetto “Patto Molotov-Ribbentrop”, che non era soltanto un trattato di non aggressione: le sue clausole segrete (rese note solo dopo la guerra) stabilivano la spartizione dell’Europa orientale, con la Polonia divisa in due zone di occupazione. Era, di fatto, un patto di collaborazione tra due totalitarismi antagonisti solo in apparenza. E, aspetto non secondario -il che spiega l’insistenza attuale russa sull’Ucraina “nazista”- a rompere questo patto non fu la Russia [Urss] ma Hitler, che una volta sistemate le cose in Occidente, con la copertura russa, rivolse nel giugno del ’41 le sue armate ad est.
Nel contesto occidentale, questo schema trova terreno fertile: una parte del dibattito amplifica tesi false in chiave “alternativa” o “anti-establishment”, mentre altri reagiscono con eguale superficialità in direzione opposta. Il risultato? Analisi serie e lungimiranti diventano sempre più rare.
Ma al di là delle narrazioni, ci sono i fatti. E i fatti dicono che la Russia voleva prendersi l’Ucraina in tre giorni. Anche negli Stati Uniti si temeva un rapido crollo. Zelens’kyj, invece, rifiutò l’evacuazione proposta da Biden con parole che hanno fatto storia: “A me servono armi, non un passaggio aereo”.
La controffensiva ucraina ha respinto l’assalto a Kiev. Le colonne corazzate e i reparti aerotrasportati sono stati fermati. Da lì Mosca ha cambiato obiettivo: consolidarsi a est, con il fiume Dnipro come linea strategica.
Pokrovsk simbolo della sconfitta della Russia
Nel frattempo, il Cremlino ha cercato di dare una veste giuridica all’invasione, modificando la Costituzione per includere alcune oblast ucraine nei confini russi. Non secondo l’effettivo controllo militare, ma secondo i confini amministrativi.Un paradosso ben visibile oggi: Pokrovsk, città strategica dell’oblast di Donetsk, resta sotto controllo ucraino. I ripetuti tentativi russi di conquistarla — anche nell’aprile 2025 — sono falliti. Eppure, secondo la legge russa, quella città sarebbe già “Russia”.
Mosca non ha la forza per completare nemmeno i propri obiettivi formali. Al contrario, Kiev ha sviluppato un’industria bellica autonoma: oggi produce droni, munizioni e missili a lungo raggio in grado di colpire Mosca e molte altre aree a oltre mille chilometri dal fronte.
Un recente rapporto del RUSI (Royal United Services Institute) sottolinea che “la resilienza logistica e la capacità industriale interna dell’Ucraina sono un fattore decisivo nella prosecuzione del conflitto”.

L’esercito russo, intanto, è logorato. Impiega sempre più spesso reclute inesperte, spesso provenienti da regioni periferiche dell’immenso territorio russo. Alcune unità sono inviate al fronte su motociclette o veicoli elettrici improvvisati. È accaduto anche a Pokrovsk. Ed è carne da macello.
Questo è, ormai, uno scontro tra un esercito demotivato e una guerra di popolo. E le guerre di popolo sono storicamente difficili da vincere, anche per superpotenze ben più organizzate della Russia attuale. Basti pensare all’Afghanistan.
Certo, Mosca ha già mostrato in passato come sa “vincere”: radendo al suolo le città, come fece a Groznyj durante la guerra in Cecenia. Ma oggi l’Ucraina non è Groznyj. Non solo perché la capacità difensiva è diversa, ma perché il contesto internazionale impone un limite. L’opinione pubblica globale osserva, reagisce, si mobilita. E per quanto relativa possa sembrare, questa pressione costringe il Cremlino a rallentare le sue strategie più brutali.
La verità è che Putin ha già perso: sul piano politico, simbolico, strategico. E se la guerra continuerà, è probabile che la sconfitta diventi anche militare.
Il suo “nuovo impero” è fatto di frontiere incerte, territori non conquistati, soldati che non vogliono combattere, e popoli che, se messi alla prova, potrebbero un giorno reclamare una propria indipendenza.
Luciano Priori Friggi
Fonti:
- Pomerantsev, P. (2019). This Is Not Propaganda: Adventures in the War Against Reality. Faber & Faber.
- Royal United Services Institute (RUSI). (2024). The Ukrainian Defence Industry: Capacity, Innovation, and Strategic Autonomy.
- Rasanayagam, A. (2005). Afghanistan: A Modern History. I.B. Tauris.
- Evangelista, M. (2002). The Chechen Wars: Will Russia Go the Way of the Soviet Union? Brookings Institution Press.

Lascia un commento