Breve sintesi delle tre relazioni che hanno caratterizzato il convegno promosso a Firenze dalla Fondazione Turati: necessità di una riforma che non può essere ulteriormente rinviata.

Gli interventi, appunto. Senza la pretesa di essere esaustivi ci limitiamo ad un resoconto dei passaggi più significativi delle relazioni.
Esordisce Alessandro Petretto (Università di Firenze, “Per un welfare equo, ma compatibile con la crescita”) con la definizione di welfare state: l’insieme di previdenza, sanità, ammortizzatori sociali, assistenza ed istruzione, pari a circa il trentaquattro percento del PIL nazionale. In linea con la media europea, ma eccedente nella quota dedicata alla previdenza. I suoi punti di debolezza possono essere identificati nel fare riferimento allo stato lavorativo che, di conseguenza, esclude frazioni sempre più ampie della popolazione – quindi, non riflette più la società -, nella deresponsabilizzazione individuale al sostegno dei costi e nella autoreferenzialità degli erogatori pubblici. Da qui la ricerca di meccanismi di valutazione dei risultati che coinvolga anche l’operato pubblico. Infatti, l’assenza di verifica della qualità dei servizi limita la libertà di scelta del cittadino.
Altri limiti del welfare attuale si riscontrano nell’inefficienza della burocrazia pubblica e nella definizione dei livelli essenziali di assistenza, dove si finisce per comprendere tutto con il risultato che il finanziamento pubblico deve costantemente ampliarsi fino all’insostenibilità sul lungo periodo.
I punti di riferimento per una riforma del welfare partono dalla constatazione che sussiste una linea diretta fra crescita economica ed una condizione di maggior salute ed istruzione, che una redistribuzione verticale più efficace favorisce l’iniziativa economica ed investimenti da parte di chi di solito ne è escluso. La riforma del welfare passa anche da una rivalutazione del confine dell’essenzialità dell’assistenza e dei costi delle inefficienze. L’obiettivo, infatti, dovrebbe essere quello di garantire, da una parte, l’uguaglianza delle opportunità e dall’altra, la prestazione dei servizi non solo formalmente, dove i diritti restano universali, ma legati alla responsabilità individuale al fine di evitare quell’azzardo morale, quell’opportunismo che porta agli sprechi in assenza di una compartecipazione alla spesa: il ticket, per esempio, oltre a contribuire alla sostenibilità dei costi, è la responsabilizzazione dei beneficiari e la percezione del valore del servizio. In quest’ottica il miglioramento dello strumento dell’ISEE diventa indispensabile per differenziare la gratuità dei servizi e per evitare spreco di risorse.
Rimanendo nell’ambito dei sistemi salutari, si è verificato che, paradossalmente, aumentando il livello di quello pubblico essenziale si finisce per far crescere anche quello privato che supplisce in quei casi dove il pubblico resta carente.
Franca Maino (Università di Milano, “Un nuovo welfare fra vincoli e prospettive”) , invece, sposta l’attenzione sugli attori che, se adeguatamente valorizzati, potrebbero contribuire ad un’integrazione del welfare in risposta ai nuovi bisogni: una mobilitazione del risparmio privato più efficiente, dei pagatori non pubblici – fondazioni, sindacati, assicurazioni, fondi di categoria ed imprese -, degli erogatori non pubblici – imprese sociali, cooperative, enti religiosi – e del pubblico come regolatore. In quanto i privati si sono dimostrati più dinamici nel cercare di dare risposte alle nuove necessità.
Il welfare aziendale, oggetto di contrattazione soprattutto nelle realtà di grandi dimensioni, si sta estendendo anche al resto dei lavoratori. Le risorse alle quali attingere sono le agevolazioni fiscali e gli sgravi contributivi per le aziende.
Infine, Andrea Simoncini (Università di Firenze, “Il nuovo welfare fra Costituzione e legislazione nazionale e regionale”) si sofferma sugli aspetti costituzionali che caratterizzano la natura del welfare italiano: i diritti sociali non sono solo disciplina di legge, ma sono sanciti da un modello costituzionale. Ne consegue che la legge ordinaria non basta per cambiarlo.
La Costituzione definisce il modello, ma lascia aperta la via per implementarlo, fermo restando la garanzia dell’erogazione del servizio. La ripartizione delle competenze non è fissata una volta per tutte. E solo una lettura parziale porta ad associare l’universalismo allo statalismo nelle sue varie forme.
Constatato che il mercato da solo non eroga bene questi servizi, occorre l’intervento legislativo.
Ma – e qui, vista la situazione attuale, viene sollevato l’aspetto più significativo della giornata – se fallisce anche la legge, come se ne esce?
Con due strumenti:
– il divieto del mandato imperativo;
– il costituzionalismo per tutelarsi dalle maggioranze parlamentari temporanee.
Al di là dei giudizi di merito sulle singole proposte, è chiaro che la risorsa alla quale fare
riferimento resta comunque invariata: la ricchezza nazionale. Che si intervenga sulla tassazione o sugli sgravi contributivi, si tratta sempre di operazioni sul medesimo valore assoluto. La partita si gioca, pertanto, nell’ambito ristretto della scelta fra quegli interventi capaci di avere anche effetti positivi sul PIL – avviando così un circolo virtuoso – . Ma l’esito non è scontato.
Emerge chiaramente anche che una sfida di queste proporzioni richiederebbe un coinvolgimento ed un senso di responsabilità dei quali, non solo la classe dirigente, ma anche la società nelle sue componenti non sembrano essere sufficientemente muniti.
Una riforma che vada in questa direzione richiederebbe profondo senso civico, impegno, moralità e più ampia partecipazione. Ma una società sempre più smarrita e più povera (non solo) culturalmente è pronta per questa rivoluzione di paradigma?
Dovrei confidare sul fatto che i tempi di distruzione sono quelli più propizi, ma sono ormai
vent’anni che non vediamo altro che distruzione su distruzione.
Quelle che dovevano essere liberalizzazioni ed aperture al mercato si sono rivelate beffe per il cittadino e costi per il consumatore.
Non si può restare fermi. Ma per progetti tanto ambiziosi, quanto necessari, mi pare manchino quelle figure di garanzia che nel Dopoguerra assicurarono i presupposti costituzionali per una rinascita e che oggi dovrebbero aiutarci ad uscire dalla palude.
Il discuterne, come si è fatto oggi, lascia ancora aperto qualche spiraglio.
I video di tutti gli interventi del convegno sono disponibili alla pagina http://www.fondazioneturati.it/wp/per-un-nuovo-welfare-crescita-equita-sussidiarieta/

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