Evitate il saluto romano perché il fascismo ha perso la guerra. Ma non abbandonatevi nemmeno al pugno chiuso, perché il comunismo ha perso la pace.

Eppure, nell’ottobre del 1946, avevo sei anni e frequentavo la prima elementare, anche io feci il mio bravo saluto romano. Ero piuttosto alto e non sedevo al primo banco. Durante l’appello, quando la maestra pronunciò il mio cognome, scattai in piedi e alzai il braccio destro per essere visto. La maestra, santa donna, non fece una piega. Mi disse che bastava che mi alzassi in piedi senza bisogno di muovere in alto il braccio. E tutto finì lì.
Non si può dire la stessa cosa per quel moccioso di anni quattro che in un asilo della scombiccherata Repubblica era solito salutare romanamente compagni di scuola, maestri e bidelli. Apriti cielo. La cosa fu segnalata a quello che una volta si chiamava provveditore agli studi. I genitori furono convocati e rimbrottati. E l’incolpevole fanciullino rischiò di essere addirittura espulso dall’asilo con la risibile motivazione che il suo braccino alzato sarebbe vietato dalla Costituzione. Ma che cosa dice la nostra Legge fondamentale? Dice che è vietata sotto qualsiasi forma la ricostituzione del disciolto partito fascista. Ne consegue che i sullodati insegnanti credono sul serio che il comportamento nostalgico del moccioso, di anni quattro e solo soletto, sia la premessa per la ricostituzione del suddetto partito fascista. La stessa legge Scelba, del resto, vieta in pubbliche riunioni “manifestazioni usuali del disciolto partito fascista”. Perciò il braccio levato in solitudine può essere liberamente praticato dagli igienisti. La morale della favola è presto detta. Gl’insegnanti di quell’asilo non sanno che il ridicolo può uccidere. E noi, gente di buon cuore, siamo seriamente preoccupati per loro.

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