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Per la rivoluzione dell’individualismo etico e politico e per la fine dei tentennamenti: i liberali abbiano semplicemente coraggio.

di Paolo Marini | 9 Luglio 2012

Appunti da Sedizione Liberale (Firenze 7 luglio 2012).

Sono un quisque de populo e siccome forse per questo (lo affermo senza vis polemica) non è stato possibile prendere la parola all’appuntamento fiorentino organizzato da Marco Taradash e altri (cui hanno preso parte, tra gli altri, Mario Sechi, Fabrizio Rondolino, Davide Giacalone, Arturo Diaconale, Paolo Palleschi, Giorgio Stracquadanio, Guido Crosetto e Oscar Giannino), avendo nondimeno le idee chiare ho deciso di mettere su carta alcune riflessioni a margine dei tanti spunti sollevati dal dibattito

Rivoluzione e non sedizione, nonostante tutto!

Il termine ‘sedizione’ è sinonimo di ribellione, tumulto. Allude a un evento o a una serie di eventi, non ha tuttavia quella valenza, quel significato sistemico di cui è portatore il termine ‘rivoluzione’. La rivoluzione liberale è stata promessa troppe volte e troppe volte è stata tradita. Allora, ciò che bisogna fare non è rimuovere il termine, bensì buttare a mare coloro che hanno elargito false promesse. E’ Berlusconi che deve andare a casa, non la rivoluzione (liberale)! Sedizione, rispetto a rivoluzione, ha un significato regressivo. Suona quasi come la certificazione di una resa. Ebbene, io non sono d’accordo a fare passi indietro. In più, desidero con ciò rinnovare un omaggio non formale ma di testa, di cuore e di pancia a Piero Gobetti, che nella sua “Rivoluzione Liberale” ha chiaramente chiamato con nome e cognome la malattia più grave degli italiani: il conformismo. Dunque: viva la rivoluzione liberale!

Rivoluzione culturale e soggetto politico

Nessuno ha la ricetta in tasca ed è proprio qui il bello: occorre anzitutto provocare, con la realisitca gradualità, una grande partecipazione, il coinvolgimento di tutti coloro che sono stanchi e stufi di questa Italia: tartassati, outsiders e ‘senza rete’, individui in vario modo schiacciati dal sistema, che vogliono riappropriarsi fino in fondo della propria vita e diventarne padroni. La rivoluzione liberale non è faccenda da mammolette o da ‘moderati’, è una piena assunzione di responsabilità, è una rivoluzione anzitutto culturale, che deve interpellare le coscienze individuali; e certamente è cosa difficile e per nulla scontata, non solo negli esiti ma anche rispetto ai contenuti (malgrado le ottimistiche affermazioni udite nel corso dell’appuntamento fiorentino). Si debbono mettere in conto tempi lunghi, perché la cultura di un Paese e di una nazione non si cambiano in cinque minuti. Occorrono dunque un’azione più generalmente e insistentemente culturale e una più specificamente politica. Si, perché l’iniezione di contenuti liberali nel dibattito e tra la gente deve avere riscontro in un soggetto politico, dove si deve discutere e anche decidere. Il liberalismo deve anche poter essere visibile, riconoscibile, identificabile in qualcosa che abbia la capacità di trasformare le istanze in progetti immediatamente spendibili nel circuito decisionale.

Un nuovo partito e non un’Opa sul Pdl

La domanda che qualcuno ha fatto è la seguente: è meglio fare un (nuovo) partito o lanciare un’Opa sul Pdl? Poi al termine “Opa” si è aggiunto l’attributo “gentile”, con riferimento alle primarie. Molto opportunamente Oscar Giannino ha stroncato l’ipotesi. Perché il Pdl è un vecchio arnese con un chiaro imprinting leaderistico, ce le immaginiamo delle primarie (vere) in un partito come quello? Io stesso avrò poca immaginazione ma non ci riesco. Desidero circostanziare il mio “NO”: il Pdl è un partito padronale ed è congenitamente avulso da logiche di partecipazione dal basso. Questa, peraltro, è la ragione per cui non sono mai entrato in Forza Italia e tantomeno nel Pdl. Secondo: in termini sostanziali, la pancia del Pdl – vorrei sinceramente che qualcuno mi smentisse – non è liberale, bensì statalista e dunque non ha senso contendere un partito profondamente estraneo alle logiche liberali e individualiste.

I liberali debbono avere il coraggio e la forza di costruire un proprio partito. Punto e basta.

I liberali del Pdl stacchino la spina, oggi, adesso

Gli esponenti Pdl presenti al convegno fiorentino hanno detto – uno, in particolare, l’On. Stracquadanio – senza mezza termini che “non si lancia un’Opa su una Società che è morta”. Ha ragione da vendere ma la domanda che sorge spontanea, un secondo dopo, è questa: allora tu che ci fai (ancora) nel Pdl? La risposta è stata tutta politica, facendo perno su una opportuna scelta dei tempi, sulla necessità di portarsi dietro quante più persone possibile, sul rischio di perdere visibilità e accessi mediatici. Bene, allora bisogna dirsela fino in fondo: se ha da partire una nuova e autentica avventura liberale, non sono vieppiù sostenibili scelte di mezzo, soste in mezzo al guado. La chiarezza, la coerenza e il coraggio sono le tre “c” che debbono qualificare la nuova offerta politica. Di esponenti di partito neghittosi o incapaci di scegliere ‘hic et nunc‘, di personale politico che si perde (e ci fa perdere) nei labirinti delle sottigliezze, di uomini capaci di scegliere quando i fatti hanno già scelto per loro, ne abbiamo piene le tasche! Se i liberali del Pdl hanno voglia di riscattarsi da anni di sudditanza e assoluta marginalità politica, lo facciano ora, adesso, senza perdere un minuto di più, perché è già (oltremodo) tardi: lascino il Pdl per mettersi a totale disposizione del progetto liberale, pensando di più a ciò che possono guadagnare al Paese (e anche a se stessi) piuttosto che a quello che nell’immediato (senza dubbio) perderanno. Il rischio è insito in ogni decisione umana ed è – sempre – alla base di ogni intrapresa, che sia coronata o meno da successo.

Individualismo etico e politico: questa è la rivoluzione

La rivoluzione liberale è nient’altro che la riscoperta dell’individualismo etico e politico. E’ tornare alle radici di questa grande cultura per attingervi i motivi di un nuovo impegno, una solida e concreta filosofia al servizio di un progetto politico teso a scardinare il socialismo reale di cui – come affermato nella mattinata – è intriso nel profondo il nostro Paese. Occorrono realismo (la cultura liberale e liberista è minoritaria nel Paese, con buona pace di Taradash e degli altri che – mi è parso – non la vedono così) e un pizzico di ottimismo, ci vuole la generosità di gettare il cuore oltre l’ostacolo! E ci vuole una leadership (non necessariamente di una persona fisica, intendiamoci) che renda plasticamente evidente agli italiani il vantaggio di un grande salto, di una vera rivoluzione del pensiero e delle abitudini al confronto del presente meschino e fallimentare, della crisi di sfiducia in cui il Paese è sprofondato. A questo servono i leaders, a far accettare passaggi critici, molto difficili, in nome di sfide epocali, di obiettivi di grande momento, di strategie di largo respiro. Dunque, mettersi al lavoro per questa azione culturale di lungo termine e per la creazione di un nuovo soggetto politico diventa un imperativo categorico per i liberali. C’è un passato meschino alle spalle (lo dico con la vena critica e l’altrettale prontezza all’autocritica) ma c’è anche un futuro per cui vale la pena sviluppare e condividere idee nuove e lavorare a testa bassa: adesso, senza perdere più tempo, prima che un default sempre incombente e minaccioso spiani il terreno a ben altre ricette politiche.

Pubblicato in : Primo piano

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giorgio Stracquadanio

    10 Luglio 2012 alle 00:30

    P.S. Laici, liberali e socialisti potranno condividere lo “spirito libero”, ma non oltre…

    Rispondi
    • Paolo Marini

      10 Luglio 2012 alle 09:49

      Nella pari legittimità delle scuole di pensiero e delle teorie politiche non v’è alcun dubbio che liberali e socialisti – se si attribuiscono pulizia e coerenza concettuale alle parole – siano due realtà ALTERNATIVE.

      Rispondi
  2. Giorgio Stracquadanio

    10 Luglio 2012 alle 00:27

    Come ha detto Oscar Giannino, è più di un anno che dico pubblicamente al Pdl e all’allora governo che si stava andando a sbattere. Dunque non credo di essere stato mai in sudditanza. Anzi, in più di una occasione ho preso posizioni frontali nei confronti dell’oligarchia che guida il Pdl.
    Credo anche che esistano le condizioni per avviare un nuovo progetto politico e non sono affatto neghittoso, ne avanzo scuse per stare in mezzo al guado (e chissà quale sarebbe il vantaggio di stare in mezzo al guado).
    Se finora non ho lasciato quel partito – che da tempo considero pubblicamente essere cosa morta – è solo perché penso che siano in molti che come me hanno creduto possibile realizzare alcune idee attraverso quello strumento. E francamente è facile darci torto oggi. Lo stesso Oscar Giannino è stato a lungo un sostenitore di Giulio Tremonti, nella speranza che la sua azione sulla spesa pubblica diventasse più intensa e mirata e che avesse ancora in mente una fiscalità diversa, così come ci aveva fatto sperare negli anni scorsi.
    Anche lui ha cambiato registro proprio da agosto del 2011, quando iniziammo in pochi nel Pdl a mettere in discussione la politica economica del governo.
    Ora, anche se il pensiero liberista è minoritario (condivido) e nella società italiana ciascuno ha nicchie di spesa pubblica da difendere, io sono convinto che l’opzione liberista (abbattimento del debito attraverso la cessione di asset patrimoniali dello Stato, riduzione del 10% almeno della spesa pubblica per abbassare le tasse su imprese e lavoro) convenga alla maggioranza degli italiani.
    E che occorra un’organizzazione politica non elitaria, che non rappresenti solo la marginalità del pensiero.
    Dunque io cerco un passaggio non rinunciatario, dove quel poco o tanto di consenso che mi porto appresso – nell’organizzazione politica che fa capo al Pdl e nell’elettorato – non senta l’abbandono della battaglia, ma lo sprone a una nuova, coinvolgente e appassionante scommessa politica.
    Qualcuno può credere che io stia bene dove sto? Qualcuno può pensare che io possa avere qualche convenienza a rimanervi? Qualcuno crede che io possa avere una candidatura di successo in questo Pdl? E allora, io sono pronto a partire con un nuovo progetto (anzi ho già predisposto più di uno strumento da mettere a disposizione e ad altri sto lavorando in silenzio) nel momento in cui – ed è questione di settimane – il progetto parte. Non mei sembra questa neghittosità.

    Rispondi

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