Ci sembra opportuno, direi quasi indispensabile, citare in premessa ciò che la casa editrice che pubblica questo epistolario, la Leo S. Olschki di Firenze, dice di sé:
«Il campo degli Olschki, fino dal primo, Leone Samuele, è stato l’amore per la produzione umana, per la ‘parola’ degli uomini, ossia per la storia degli uomini, che si costruisce attraverso i loro linguaggi, quali ch’essi siano, che si mantengono nella storia in quanto divengono ‘scrittura’, ‘memoria’ da ricostruire». Così, nel 1985, il filosofo Francesco Adorno individuava ciò che per oltre un secolo aveva mosso l’impresa editoriale avviata da Leo Samuele Olschki: l’Umanesimo, nella sua accezione più sconfinata e universale. Forse, infatti, era proprio in quel “cuore crociato e diviso” (come Gabriele d’Annunzio definì il marchio Olschki), stampato sulla carta e impresso nello spirito del bibliofilo, che si coagulava il suo più intimo amore: quello per il libro, poiché il libro è l’uomo, e l’uomo è il libro. Per tutta la sua storia, la Casa Editrice Leo S. Olschki si è impegnata a preservare questo prezioso sentimento. Attraverso i primi grandi successi editoriali, i difficili anni tra le due guerre mondiali e i radicali cambiamenti a cavallo tra il Novecento e gli anni Duemila, per cinque generazioni gli Olschki hanno fatto della qualità del libro il proprio marchio distintivo. Olschki intravede nel libro stampato uno strumento cruciale per il mantenimento dell’“umanità” della cultura, motivo per il quale si impegna ad assicurare la disponibilità cartacea di tutti i suoi titoli.
Perché questa premessa? Perché riteniamo che solo un editore che abbia quella storia personale, quella scelta di campo decisamente coraggiosa, quel rispetto e valore per la memoria come strumento di trasmissione di valori e di radici che uniscono, poteva accettare la sfida della pubblicazione dei 13 volumi in programma per questo progetto di ricerca intrapreso dal Centro Studi Giacomo Puccini nel 1998.
10.500 documenti attualmente noti che “racconteranno” ciò che di Giacomo Puccini ancora non conoscevamo, ma anche della società del suo tempo, dei personaggi coevi con i quali si è relazionato, dei cambiamenti che i due secoli nei quali il compositore lucchese è vissuto, il XIX e il XX, hanno vissuto.

Il gruppo di lavoro che si è fatto carico di questo lavoro, coordinato da Gabriella Biagi Ravenni, è composto da Giulio Battelli, Michele Girardi, Arthur Groos, Jürgen Maehder, Peter Ross, Dieter Schickling che ne è stato parte attiva fino al 2023.
Dal 2007 l’edizione dell’Epistolario rientra nei compiti dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giacomo Puccini, istituita dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e il gruppo di lavoro del CSGP funge da funge da comitato editoriale.
L’epistolario pucciniano è pertanto lo strumento più completo per seguire nel dettaglio lo snodarsi delle vicende biografiche e dei processi compositivi lungo il filo della voce scritta dello stesso Puccini.
In queste settimane sono usciti il IV e V volume, rispettivamente legati ai bienni 1905-1906 e
1906 – 1907.
Ricordiamo brevemente i contenuti dei volumi precedenti prima di soffermarci su questi ultimi.
Il primo volume, 1877-1896, curato da Gabriella Biagi Ravenni e Dieter Schickling, contiene 784 lettere, delle quali più di 150 sono pubblicate per la prima volta. Il volume presenta il ventennio più ricco di cambiamenti radicali della vita e della carriera di Giacomo Puccini. Sul piano umano documenta gli intrecci degli affetti familiari e delle amicizie giovanili, le ambizioni e le difficoltà nel sostenerle, le scelte esistenziali coraggiose. Sul piano professionale illustra la fase finale degli studi e quella della maturazione artistica, da Le Villi e dall’Edgar al primo successo indiscusso di Manon Lescaut e alla consacrazione definitiva de La bohème.

Gabriella Biagi Ravenni e Dieter Schickling
Il secondo, 1897-1901, sempre curato da Gabriella Biagi Ravenni e Dieter Schickling, contiene 863 lettere, delle quali 296 sono pubblicate per la prima volta. Un quinquennio densissimo in cui Puccini consolida la sua posizione, coltiva gli affetti familiari e le amicizie già consolidate, amplia considerevolmente la rete dei rapporti. Un periodo intensissimo soprattutto sul piano professionale in cui Puccini porta a compimento Tosca e ne prepara la prima assoluta il 14 gennaio 1900. Avvia con grande entusiasmo la composizione di Madama Butterfly e contemporaneamente prende in considerazione molti altri progetti, si occupa della promozione delle proprie opere assicurandosi della qualità di direttori, cantanti e messe in scena e assiste alle loro rappresentazioni in Italia e in Europa prende atto delle recensioni e cerca di intrattenere rapporti personali con i critici e giornalisti.
Il terzo, 902-1904, a cura di Francesco Cesari e Matteo Giuggioli, contiene 890 lettere la metà delle quali sono pubblicate per la prima volta. Forte di una posizione artistica consolidata, Puccini è intento ad ampliare la rete delle proprie relazioni senza smettere di coltivare con assiduità le amicizie più profonde. Sul piano professionale siamo nel mezzo del cantiere artistico di Madama Butterfly, dalle aspettative all’insuccesso della prima scaligera, fino alla rivincita con il trionfo del 28 maggio 1904 a Brescia.

Ma veniamo ai due ultimi volumi: il quarto, nuovamente curato da Gabriella Biagi Ravenni con Francesco Cesari ci racconta, attraverso
706 lettere di cui 294 pubblicate per la prima volta, il biennio 1905-1906. Un periodo densissimo, caratterizzato dalla ricerca assidua di nuovi soggetti, dall’affermazione internazionale di
Madama Butterfly alla prima trasferta intercontinentale per l’inedito “festival Puccini” a Buenos Aires, da altri viaggi promozionali in Italia e all’estero, dal tentativo di collaborazione con Gabriele d’Annunzio. Il quinto,
a cura di Virgilio Bernardoni e Aldo Berti,
1907-1908, consta di
654 lettere delle quali 311 pubblicate per la prima volta ci parlano di Giacomo Puccini in un biennio di transizione sul piano creativo e biografico.
La fanciulla del West, le nuove collaborazioni librettistiche, i giri per il mondo per turismo e per diffondere le proprie opere, l’acquisto di automobili di lusso. Ma è anche il delicatissimo e doloroso periodo del “caso Doria Manfredi” che segnerà per sempre il compositore lucchese.


Come si evince da queste brevissime considerazioni, l’opera riveste un valore davvero notevole e non solo per la preziosità del materiale inedito, di per sé fondamentale per una migliore conoscenza di Puccini, quanto sulla capacità di dar vita ad un affresco storico- sociologico – antropologico-culturale che affronta un lasso di tempo importantissimo per l’Italia e non solo mostrandone, anche se attraverso la soggettività dell’osservatore (Puccini), le diverse sfaccettature.
Ma per approfondire meglio questo lavoro e per conoscere colo ro che ne sono stati protagonisti, abbiamo intervistato Gabriella Biagi Ravenni.
Intervista a Gabriella Biagi Ravenni
Laureata in Lettere (tesi in Storia della musica) presso l’Università di Pisa, diplomata in pianoforte presso l’Istituto musicale «L. Boccherini», socio ordinario dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti. Professore associato di Musicologia presso l’Università di Pisa, ha sviluppato nel corso degli anni vari ambiti di ricerca, in particolare la musica vocale, con attenzione al rapporto testo-musica, e la storia delle istituzioni. Nel 1996 ha partecipato alla fondazione del Centro studi Giacomo Puccini, del quale è Presidente dal 2007, e membro del Comitato scientifico. Fa parte della Commissione scientifica dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giacomo Puccini, istituita dal Ministero per i beni e le attività culturali

Prof.ssa Biagi Ravenni perché questo Epistolario?
Il Progetto Epistolario è uno dei primi progetti ideati dal Centro studi Giacomo Puccini, poco dopo la nascita del Centro (1996), grazie soprattutto all’impulso di Dieter Schickling. Abbiamo impiegato tante risorse, umane e finanziarie, per portarlo avanti, potendo contare comunque sulla disponibilità e generosità di tutto il gruppo di lavoro (io, Giulio Battelli, Michele Girardi, Arthur Groos, Jürgen Maehder, Peter Ross) e dei curatori dei volumi, che non hanno mai ricevuto compensi. Il Progetto Epistolario è diventato sempre più il progetto centrale, quello da cui se ne diramano tanti altri. Anche da quando l’edizione dei volumi dell’Epistolario è compito dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giacomo Puccini (2007), il CSGP ha continuato a investire nel progetto e a organizzare la ricerca delle fonti e tutto il lavoro editoriale. Leggendo i 5 volumi pubblicati fino a ora, si può verificare l’intento che ci aveva mosso sin dall’inizio: seguire nel dettaglio le vicende biografiche e i processi compositivi affidandoci alla voce di Puccini.
Giacomo Puccini è un compositore eccelso ed un uomo problematico: rispetto a quanto già conoscevamo di lui, quali novità sono emerse attraverso queste lettere nei confronti degli epistolari precedenti?
Le pubblicazioni precedenti, mi riferisco in particolare all’Epistolario curato da Giuseppe Adami (1928) e ai Carteggi curati da Eugenio Gara (1958) usano i criteri che erano normali ai loro tempi, per esempio censurano passi compromettenti, omettono nomi di persone, tralasciano frasi o parole di difficile lettura, insomma ‘aggiustano’ in vario modo le lettere. La novità sta nella restituzione fedele della voce di Puccini e nel ritrovamento di tante altre fonti che vengono accostate a quelle già note e completano il ‘racconto’.
La scelta del materiale da inserire in questi volumi credo sia stata abbastanza difficile: cosa, se c’è stato, è stato omesso e perché?
Nulla si omette, almeno volontariamente. Siamo sempre alla ricerca di nuove fonti, in archivi e biblioteche, in collezioni private e sul mercato antiquario. Vorrei dare un’idea dell’incremento del numero delle lettere. All’inizio del progetto, avvalendoci del lavoro di Dieter Schickling – che aveva iniziato a schedare le lettere quando scriveva la sua biografia (anni ’80) – avevamo circa 4000 schede, ora 10.600 record nel database. Ma di completezza non si può mai parlare. Capita infatti sempre che, subito dopo l’uscita di un volume veniamo a conoscenza almeno di una lettera di cui non conoscevamo l’esistenza. Per esempio, quando è stato aperto al pubblico l’Archivio Puccini di Torre del Lago, io e Dieter Schickling, che abbiamo curato i primi due volumi (1877-1897 e 1898-1901) abbiamo ‘pianto’ quando ci siamo resi conto che mancavano quasi tutte le lettere che Puccini aveva scritto a Elvira dal 1885 in avanti… Tanto che abbiamo lavorato un bel po’ a un volume di Supplemento che riunisse quelle e altre mancanti.
Nel IV volume, curato da lei e dal prof. Francesco Cesari, attraversiamo il biennio 1905-1906: gli anni del riscatto di Madama Butterfly dopo la debacle del debutto scaligero ma anche dell’inizi della corrispondenza con Sybil Seligman. Cos’altro ci raccontano questi anni della vita e del lavoro di Puccini?
Oddio, tante cose, per esempio il primo viaggio intercontinentale – Argentina (Buenos Aires, Montevideo) con una breve sosta in Brasile (Rio de Janeiro) – durante il quale si fa tentare dalla pubblicità, e i tanti viaggi fatti per accompagnare Madama Butterfly. I riconoscimenti internazionali, come l’organizzazione di veri e propri ‘Festival Puccini’ (sono parole sue) a Buenos Aires, Budapest, Londra, o come la pubblicazione della monografia di Wakeling Dry a Londra. Poi c’è la ricerca spasmodica, e senza risultati, di un nuovo libretto, condotta anche con una certa spregiudicatezza – lavorava su più tavoli, per esempio con Illica e Soldani – ma tenendo sempre la barra dritta e non cedendo a nessun compromesso, neanche per accontentare Giulio Ricordi che voleva da lui un’operona.
In questo volume si affronta anche, per alcune vicende, il rapporto di Puccini con la sua città; molto si è scritto a proposito, ma qual è la sua opinione? E’ stata davvero ostile al suo concittadino oppure ha saputo dimenticate la scelta di Puccini di fuggire con Elvira considerando solo il suo ruolo artistico?
Sono tre le vicende di cui parlare al proposito. La progettata apertura di una nuova porta nelle mura cittadine (sarà poi porta Sant’Anna): Puccini si unisce alla veemente protesta di Pascoli, Carducci, d’Annunzio, senza pensare che si trattava di un progetto del Comune, quindi del Sindaco Massimo Del Carlo, suo cognato. Poi c’è la faccenda della strada per Chiatri, che il Comune non costruì, ma forse almeno nel 1906 Puccini ebbe le sue responsabilità. Ma la faccenda più scottante fu la guerra tra Madama Butterfly e Iris per la stagione di settembre 1906 (andò poi in scena Manon di Massenet): Puccini attribuì la responsabilità ancora a suo cognato Del Carlo che invece, almeno formalmente, aveva applicato le regole.
Si è appena concluso questo discusso “centenario puccininiano” portando con sé, come sempre, apprezzamenti e critiche. Cosa ritiene meriti essere salvato di ciò che è stato proposto e cosa, secondo lei, è mancato per rendere davvero omaggio a questo artista che il mondo ci invidia?
Parliamo del centenario in senso generale o del Comitato? Nel 2024 sono state molte le iniziative apprezzabili, faccio solo alcuni esempi: l’impegno del Teatro Regio di Torino che ha messo in cartellone tanti titoli pucciniani, la scelta del Teatro alla Scala di mettere in scena La rondine, opera meno frequentata, l’inaugurazione dell’Accademia di Santa Cecilia con Tosca. Mi permetto di segnalare anche la mostra Puccini fotografo prodotta dalla Fondazione Ragghianti con i materiali della Fondazione Simonetta Puccini per Giacomo Puccini. Se si parla del Comitato, allora devo dire che sono molto contenta che abbia terminato i lavori col 31 dicembre 2024: la conduzione è stata molto criticabile e ci/mi ha creato non poche difficoltà. Se dovessi dire cosa ha fatto di buono direi senz’altro gli investimenti sui beni immobili, musei, case e simili, compreso l’organo di Mutigliano. Per rendere omaggio a Puccini bisogna prima di tutto smettere di ‘usarlo’.
Sempre in occasione di questo centenario, abbiamo visto crescere il numero di pubblicazioni a lui dedicate. Di quelle italiane sappiamo abbastanza e, se vuole, può darcene un giudizio anche generico; ma a livello internazionale, cosa è uscito di interessante? Come il mondo ha ricordato questo centenario?
Sì, in Italia è stato un fiorire di pubblicazioni nuove e di ristampe di vecchie pubblicazioni. Il livello è molto variabile, da lavori buoni a lavori di cui non si sentiva la necessità. Dispiace che in molti casi si ripetono i soliti clichè, anche i soliti errori. Però, volendo essere positiva, posso dire che la proliferazione potrebbe essere interpretata anche come un forte interesse per Puccini! Cambridge University Press ha pubblicato nel 2023 Puccini in context, a cura di Alexandra Wilson. Ne sono rimasta molto delusa in generale, soprattutto perché la maggior parte degli studiosi coinvolti ignorano la bibliografia italiana. Il mondo non ha ricordato il centenario in modo particolare (almeno per quanto mi risulta) e il motivo è abbastanza chiaro: Puccini è sempre presente nei teatri, forse nel 2024 la presenza è stata un po’ maggiore.
Senza “spoilerare”, cosa ci riserveranno le prossime pubblicazioni? Il prossimo anno sarà quello del centenario dell’ultima opera di Puccini, l’incompiuta Turandot: avremo su quella qualche anticipazione?
Intanto sono al lavoro i curatori dei volumi VI (1909-1910) e VII (1911-1912), poi il CSGP nel 2025 pubblicherà Studi pucciniani 8 e curerà la redazione di un volume di atti dei convegni Puccini24 (Lucca-Torre del Lago e Venezia). Su Turandot è allo studio un progetto.
Da sempre il suo nome è legato a quello di Giacomo Puccini: quando e come lo ha “conosciuto” e perché ha deciso di dedicarsi a lui e alle sue opere?
Oddio, da sempre no, solo da trent’anni! Come lo ho conosciuto? La prima opera che ho sentito è stata Tosca, ero alle scuole elementari, mi è rimasto sempre il ricordo di quella prima volta. Poi a un certo punto ho cominciato a studiare gli antenati di Puccini, Giacomo mi intimoriva un po’. Nel 1994, 70° anniversario della morte, organizzai con Carolyn Gianturco e Jacopo Pellegrini un convegno, su richiesta di Maurizio Pera. Da quel momento mi sono sentita ‘arruolata’. Conobbi di persona tanti studiosi che poi sono diventati amici e collaboratori.

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