Per qualche settimana si è svolta su Pensalibero una discussione su “Riforme e ruolo dei laici” alla quale hanno partecipato in molti con i loro articoli.
E’ stata utile: ha dimostrato che in giro c’è ancora passione politica e voglia di partecipare; ha messo in rilievo che siamo più o meno tutti d’accordo nel valutare insostenibile per il Paese l’attuale situazione politica; che alcune riforme, anche costituzionali, sono indispensabili e che per realizzarle occorre dare vita ad una Assemblea Costituente.
C’è alla base di questa analisi e di queste proposte un giudizio severo verso l’attuale classe politica che, per comodità, potremmo fare coincidere con la classe politica della seconda repubblica. E direttamente di questo giudizio è corollario lo strumento individuato per le Riforme, cioè l’Assemblea Costituente.
Sono convinto che i ragionamenti svolti nella discussione su Pensalibero siano di estrema attualità.
Il PD non ce la fa ad uscire dalle sue difficoltà e c’è da dubitare che possa sopravvivere ad un risultato elettorale, fra pochi mesi, che potrebbe essere deludente. Le candidature in varie regioni mettono in rilievo divisioni e scricchiolii allarmanti ( Puglia ) o, nella migliore delle ipotesi, rinuncia a definire una precisa identità nella speranza che siano personalità esterne a compiere il miracolo di evitare la sconfitta.
Ma anche il PDL è atteso da una duplice resa dei conti: all’esterno, con la Lega, nella lotta per l’egemonia nel Nord; all’interno per stabilire dove collocare le sfere di influenza dei due co-fondatori, Berlusconi e Fini. Al riguardo è assai improbabile che non si arrivi ad una resa dei conti: se il PDL vince, sarà Berlusconi a lanciare la sua offensiva per ridimensionare Fini; viceversa se perde.
Dunque, ci saranno sommovimenti a trecentosessanta gradi dopo le elezioni regionali, che riguarderanno entrambi gli schieramenti. E da questi deriverà la spinta a riforme che diano un assetto meno precario al sistema.
Ed i laici, liberali, socialisti, repubblicani, radicali?
Potrebbero avere spazio e ruolo, ma difficilmente coglieranno l’occasione: già lo si capisce.
Per inserirsi credibilmente in questo processo dovrebbero fare il contrario di quello che stanno facendo con risultati mediocri in proporzione alla mediocrità dei disegni.
Ancora una volta li trovi tutti intenti a conservare, raramente rianimare, le piccole scialuppe di salvataggio che sono le sigle rese smilze e martorizzate dai movimenti tellurici degli anni ’90: PSI, PSDI, PRI, PLI. Oppure a presidiare altre sigle, associazioni, movimenti nati per la incessante diaspora del popolo laico-socialista.
Dovrebbero fare il contrario, ribadisco: affondare essi stessi quei vascelli, bruciarli.
Essi sono la moderna Araba Fenice e solo dalle proprie ceneri potrebbero rinascere. Fino ad oggi l’ostacolo maggiore è stato l’attaccamento alle sigle: cioè allo strumento più che alle idee. All’illusione che lo strumento garantisse rappresentanze istituzionali indispensabili per presidiare e tramandare i propri ideali.
Abbiamo avuto la prova che così non è: il risultato della Rosa nel Pugno alle politiche del 2006 ( 2,6%) fu ritenuto deludente; eppure si è poi visto che era di più di quanto poi presero, separati, socialisti e radicali che l’avevano fatta nascere. Noi stessi di Pensalibero, quando senza mezzi economici abbiamo dato vita a liste per le regionali in Toscana o per le comunali abbiamo raccolto più voti di quanti ne prendano ormai i partiti storici.
Significa che un’idea nuova, un progetto (come era la Rosa nel Pugno) può prendere voti; una semplice sigla, no.
Per partecipare alla nuova stagione che potrebbe aprirsi dopo le regionali, laici e socialisti hanno bisogno di atti di coraggio e generosità: sciolgano i loro piccoli partiti, senza eccezione alcuna. Azzerino le anacronistiche nomenclature prive di rappresentatività. Si incontrino e decidano tutti assieme, secondo il modello di Bertinoro, forme e contenuti di una rinnovata presenza laica liberale e socialista: che potrebbe essere organizzata in autonomia o come parte importante di una realtà più ampia.
Nicola Cariglia

Una riflessione sul destino dei laici e socialisti e un pensiero sul “caso Craxi”
L’analisi sviluppata nell’articolo di Cariglia ha un suo fascino ma per evitare il rischio della miopia dall’alto e della presbiopia dall’altro ha bisogno di attendere l’esito di queste Regionali 2010. Non si tratta di stare alla finestra, ma di cogliere bene quello che è il vero esito di queste Regionali: la continuazione o la fine del Bipolarismo.
Il peso e la determinanza politico del mondo laico, liberale e socialista continua ad essere quell’ossimoro che fa andare di stomaco i conservatori di ogni colore. Come avvenne anche negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso quando sortirono i saggi sul “Socialismo Liberale” e sul “Liberalsocialismo”. Queste Regionali sono anche un banco di prova della nuova leadership del Pd cone l’onesto e anche modesto Pierluigi Bersani che comunque rappresenta con chiarezza la matrice Pci-Pds-Ds e il risultato del Pdl che si sta rimescolando al suo interno: oltre alla corrente di Fini che non è affatto disarmata, la visibilità dei post-craxiani con tre ministri, più Cicchitto e Stefania Craxi ci devono fare riflettere che al di là degli inni a Silvio Berlusconi alla richiesta di una sua lunga vita politica alle spalle c’è chi si prepara ad ogni evenienza. Il ministro Tremonti è un superministro sulle quote di Lega Nord. L’Udc si barcamena fra il Centro che potrebbe nascere e la sopravvivenza.
Nell’Italia dei Valori il leader resta Di Pietro, ma anche lui non sarà eterno. La morale è che il pensiero di questa area di prima grandezza sul piano ideale a politico ma di molto modesta forza elettorale deve essere ben calibrata. Se alla riflessione di Cariglia si può attribuire il pregio della chiarezza ed anche della coerenza verso il progetto della “Rosa nel Pugno” che è stato l’unico che ha avuto un po’ di gloria nei primi dieci anni del Ventunesimo secolo sono invece contrariato dalla moltiplicazione, che temo inconcludente, di liste, micro movimenti e partiti minimi con ansie proporzionalistiche per ora mal riposte. Almeno fino a che comanderà Silvio Berlusconi. L’imprenditore capo per quanto flessibile non smonta un partito appena costituito. Non bisogna però pensare che la politica non possa fare il giro di vento. E allora=? Personalmente sono contrario alle “rifondazioni”. Non mi convince quella ipotizzata come Psi guidata dal pur apprezzabile Nencini, non mi convince il recupero dal passato senza tentare nuove sintesi. Proprio per questo, all’origine, il progetto politico del Pd mi ha detto qualcosa di nuovo: sulla carta era il tentativo di rimescolare le tradizioni senza a tutti i costi appuntare sull’egemonia del post-comunismo il suo destino. Temo invece che mentre il nome del partito mi convince i processi di deterioramente siano incominciati, ma in ogni caso bisognerà attendere se davvero il Pd sarà sopra il dato non certo entusiasmante delle Europee del 2009 che sono sempre sei-sette punti sotto il dato incoraggiante ma certo non clamoroso e comunque perdente delle politiche del 2008.
Nella natura inquieta dei laici c’è il coraggio di cambiare opinione, ma non ci deve essere quella di accomodarsi al tavolo dei restauratori di un passato che era più definito, non più limpido di quello che viviamo. E il recupero di Craxi? La sua statura di leader politico e di statista è fuori di discussione, ma mi permetto di dissentire cosa che dissi a viso aperto alla fine degli anni Ottanta quando ero iscritto e attivo militante del Psi nell’allora federazione riminese. Modestamente come giovane intellettuale (avevo una trentina di anni) che da 15 anni fra federazione giovanile e partito ero un convinto militante e dirigente provinciale e regionale del Psi la “puzza di tangentopoli” io la sentivo già. La sufficienza con la quale sono state trattate dal ceto politico dirigente le proposte di riforma del finanziamento pubblico dei partiti formulate da giovani politici di allora come Spini per il Psi, Battistuzzi nel Pli, per non parlare dei circoli vicini a Paolo Sylos Labini o ad alcuni temi che furono affrontati anche dal gruppo di Politeia di Milano vicino a Claudio Martelli furono allontanati come un fastidio. Anche da Bettino Craxi, in verità. Certo lui ha avuto il merito e la storia gliene già stando ragione in tempi anticipati di avere fatto una clamorosa pubblica denuncia di correità di tutto il sistema politico, ma non intraprese le cura anticipate. Oggi regna l’ipocrisia, come allora ma gli strumenti della contestazione e della mobilitazione della cosiddetta società civile sono più numerosi. La semplificazione con la quale il gruppo degli ex-socialisti oggi nel Pdl dice di continuare la propria azione come allora è in parte comprensibile, ma non giustificabile almeno dal mio punto di vista.
Spiego il perché: Berlusconi è un liberale di destra, mentre Craxi era un socialdemocratico autentico. La politica sociale di Craxi non è quella di Berlusconi e neppure le amicizie estere ed internazionali dei due. Le differenze erano tante, anche se la radice comune di un forte anticomunismo li ha accomunati. Non dobbiamo infatti dimenticare, cosa che affermo non di rado, che quasi tutta la generazione dei “ragazzi” nati negli anni Trenta, anche quella figlia di antifascisti, ha vissuto davvero il comunismo come pericolo imminente. L’acquiescenza al fascismo è stata figlia di questa paura. Una paura totalizzante e paralizzante e fino a che è rimasto in piedi il sistema totalitario del blocco sovietico anche per me è giustificato. Craxi è stato coraggioso e tenace ed anche per me che ho sempre militato nella sinistra di Riccardo Lombardi, ma ho anche avuto negli anni che vanno dal 1986 al 1989 una forte condivisione delle idee di Claudio Martelli e dell’esperienza del Club dei Club. Nelle belle ricostruzioni che ho letto e ho visto segnalo quella più lucida e attuale quella nel servizio di Giovanni Minoli e quella più commovente nella registrazione di Luca Iosi
Proprio in quella di Minoli, però, ho riascoltato la critica che anche io mi posi nel fatidico anno delle svolte dopo il 1987 quanto l’esperienza di Bettino Craxi si era conclusa ed era incominciata la pericolosa avventura del cosiddetto patto con Andreotti e Forlani. Dopo la caduta del muro di Berlino il Pci era in ginocchio ed era anche in ritardo storico e politico. Il movimentismo di Occhetto non riuscì a impedire il ritorno del vecchio partito “cossuttiano” ma rimase fermo al guado dell’ostilità antisocialista. Craxi aveva ragione, forse, a diffidare ma la sua offerta dell’unità socialista sotto il garofano era politicamente impraticabile. Era il tempo per rifondare il simbolo, non quello per dire che Craxi aveva vinto Occhetto. Il socialismo aveva battuto il comunismo e ora s’intraprendeva, velocemente, la via dell’alternativa socialdemocratica contro quella democristiana. La lentezza, il gioco di potere fra Craxi e Andreotti sull’alternanza fra presidenza del consiglio e presidenza della repubblica era una scelta datata e che non poteva provocare alcuna emozione. Il Psi era un apparato costosissimo e con capi e capetti tutti attenti a riformulare le proprie carriere in attesa della conquista piena del potere politico. La Dc era quello che sappiamo: dalla Sicilia al Trentino, una balena che non ha avuto la forza di Moby Dick e non ha trascinato tutti sotto. Anzi è rifiorita sotto mille coperture e vesti, ma anch’essa è tecnicamente finita. L’incapacità del resto dei partiti laici fu notoria e merita meno commenti. Una parte settaria della magistratura ha attaccato il sistema politico, nella sua maggioranza. Solo che il pentapartito prima e il quadripartito senza il Pri poi aveva perso l’anima, se mai l’aveva avuta. Quando la metà dei reati di Tangentopoli sono venuti dalla stessa inosservanza di una legge sul finanziamento senza controlli e del tutto inefficace c’è sempre da domandarsi quanto nella caduta di un Impero c’è nella forza dei “barbari” o nella irresponsabilità dei “romani”.
Per non dire di altro, più spiacevole e documentabile. Quindi se risorgerà una “terza forza” in Italia mai esistita è più facile che sia di matrice cattolica, che laica e socialista. La mia ragione dice questo, forse il mio cuore sente però quello che Cariglia ha cercato di evocare rispettando un percorso diverso dal mio ma che fin dal bello e sfortunato incontro di Bertinoro si è tentato di percorrere in questa Italia.
Pietro Caruso – Forlì
Il tenore e il significato dell’articolo di Cariglia sono condivisibili; più di una volta ho sostenuto, ad ogni incontro, che ciascuno di noi lasci fuori dalla porta delle nostre riunioni i distintivi che ci hanno accompagnato nel passato.
Lodevole è pure il lavoro del Gruppo dei 101 e di Pensalibero.
In concreto, però, il gruppo di laici, riformisti liberal socialisti e repubblicani nel quale operiamo deve compiere l’ultimo passo e provvedere ad organizzarsi decidendo cosa fare in comune e con quali risorse.
Con queste metodologie elettorali resta complicato esprimere rappresentanti istituzioonali ad ogni livello; suggerisco quindi di riproporre la vecchia “Concentrazione” dalla quale uscirono vincenti le strategie della militanza antifascista, dalla guerra di Spagna alla Lotta di Liberazione, che voleva la nuova Italia democratica e non comunista.
Insomma occorre, dalle radici illuministe della cultura europea, trarre di nuovo la forza per organizzare mazzinianamente di nuovo Lo Stato del Popolo, contro il potere delle classi sociali e delle tonache di ogni forma.
Renato Traquandi
io invece questo articolo lo approvo al 100×100!
vien proprio da gridare : AVANTI, AVANTI!!!!
Caro Nicola, io faccio una rivoluzione copernicana perchè non ritengo che lo strumento individuato per le Riforme sia l’Assemblea Costituente, tuttaltro.
E TI ANNUNCIO CHE SCRIVERO’ QUALCOSA CONTRO IL CENTRO/SINISTRA + EMMA BONINO.
ME LO CONSENTITE?
O è reato parlare contro la candidatura di Emma Bonino?