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PD IN STATO DI CONFUSIONE. ASPETTANDO LA SINISTRA

Per misurare quanto sia lontano questo PD dalla sensibilità storica di una sinistra legata al mondo del lavoro e ai ceti popolari, basta guardare alle reazioni o, meglio, alle mancate reazioni al piano Marchionne.
di Lanfranco Turci

di Lanfranco Turci | 13 Giugno 2010

L’assemblea di Area Democratica di Cortona ha confermato lo stato di confusione del PD e l’impasse in cui si trova la gestione Bersani. I temi forti dell’assemblea sono stati l’orgoglio esistenziale del PD(la cosiddetta vocazione maggioritaria) e la pretesa autosufficienza di una formazione di centro sinistra moderata e moderna. Autosufficienza basata sul presupposto di occupare in proprio il centro dello schieramento politico e di tenere sotto controllo l’area tradizionale della sinistra, data per socialmente dispersa e culturalmente irrilevante.
In questo modo Area Democratica intende presentarsi come l’ala marciante e neocentrista del PD. La novità è che questa ala non è più solo cattolica o di derivazione ex DC e Margherita,ma comprende organicamente oltre a Veltroni, anche parte degli ex miglioristi del PCI e degli ex liberal dei DS. Anzi, sono proprio queste componenti, a contribuire in modo essenziale con alcuni dei loro migliori esponenti, quali Salvati e Morando, sul terreno della cultura economico-sociale e Tonini e Ceccanti su quello istituzionale. Il loro contributo, infatti, rappresenta il nerbo dell’opposizione interna al PD e le fornisce un impianto di pensiero difficilmente rintracciabile, al di là del legame con la Chiesa, nelle schermaglie tattiche e di potere degli ex Popolari.
In sé la cosa potrebbe avere una sua logica. Non si può ignorare, infatti, che questa sia stata una delle ispirazioni del PD. Che l’andare oltre le ”ideologie novecentesche”, l’abbandono di ogni analisi della dinamica e delle trasformazioni delle classi sociali, anzi, la teorizzazione della scomparsa delle classi sociali, il consumatore sostituito al lavoratore, l’esclusione di ogni approccio critico al capitalismo contemporaneo e l’adesione a un “blairismo” sempre più esangue in nome di una generica modernizzazione, fossero scelte già presenti nell’atto di nascita del PD. Scelte che hanno trovato un loro sbocco e una loro sistemazione nell’idea del Partito Democratico così come rappresentato a Cortona.
E’ una impostazione che non condivido,ma che può effettivamente giustificare una formazione centrista moderna. D’altro lato non sono queste anche le idee di Rutelli?
Il guaio sta nel fatto che Bersani e la sua maggioranza non danno affatto l’impressione di rappresentare un altro punto di vista, una lettura diversa della società, l’idea di un partito di sinistra di ispirazione socialista (pur nel più vasto e variegato significato del termine) capace di tenere al suo interno anche queste posizioni moderate senza però restarne subalterni.
Bersani lascia intendere, a differenza di Area Democratica, che il PD ha bisogno di alleanze. Ma ciò avrebbe un significato chiaramente alternativo al progetto di Veltroni solo attraverso una netta qualificazione di sinistra del PD, solo attraverso la proposizione di una alternativa che ambisca a costruire un altro modello di sviluppo, capace di contrastare, a cominciare dalla dimensione europea, le dinamiche finora imposte dal capitalismo finanziario. Una alternativa che si proponga l’obiettivo di ricostruire l’unità del mondo del lavoro che la globalizzazione ha traumatizzato (Bernanke) e che è anche la condizione di quelle più vaste alleanze sociali che la sinistra italiana non ha mai escluso dal suo orizzonte.
Penso, infatti, che la storica indicazione dell’alleanza fra la classe operaia e i ceti medi sia ancora valida, se aggiornata nella comprensione delle nuove sfaccettature del lavoro dipendente e parasubordinato e di un ceto medio che va ricostruito nella sua fisionomia politica e sociale.
Al riguardo si avverte, ogni tanto, nel PD qualche segnale di ripresa di riflessione, come quella esposta nei mesi scorsi da D’Alema alla “London School of Economics”. Riflessione che ha fatto commentare ironicamente al Foglio che D’Alema aveva riscoperto la lotta di classe. Oppure ancora il seminario, organizzato qualche settimana fa da Stefano Fassina, con gli economisti critici che hanno firmato il manifesto dell’Associazione Sylos Labini.
Poi però tutto rientra nella routine. Non se ne vede la ricaduta politica. Anzi, si avvertono nuove contraddizioni,come quella in cui è incorso Fassina che, dopo aver criticato la subalternità della sinistra ai paradigmi neoliberisti, ha concesso una troppo facile benedizione alle ricette di Carlo De Benedetti su tasse e fisco!
D’altra parte per misurare quanto sia lontana questo PD dalla sensibilità storica di una sinistra legata al mondo del lavoro e ai ceti popolari, basta guardare alle reazioni o, meglio, alle mancate reazioni al piano Marchionne. La Fiat dice:”Dovete prendere atto che il mondo è fatto così: noi possiamo accettare di produrre più auto in Italia, se voi accettate ,oltre alla chiusura di Termini Imerese, le condizioni di lavoro polacche”
Negli anni ’70 ( mi rendo conto che stiamo parlando di prima della globalizzazione) questo problema, che poi non riguarda solo la condizione dei lavoratori Fiat ma anche quelli dell’indotto e degli stessi piccoli e medi imprenditori che lavorano in condizioni jugulatorie per la Fiat, sarebbe stato oggetto di grandi discussioni non solo nel sindacato,ma anche ai vertici dei partiti di sinistra, Pci e Psi in testa. Potrei perfino immaginare l’irruenza con cui il capo ante litteram dei miglioristi, Giorgio Amendola, avrebbe proposto questa discussione.
Oggi invece tutto tace ,mentre la Lega scorazza con la sua demagogia populista anche fra la classe operaia. Non si riesce neppure a immaginare che si potrebbe spostare la lotta sul piano europeo. Che un’Europa che finalmente reagisce con un colpo di reni alla speculazione contro l’Euro, potrebbe anche essere investita dalle sinistre dei temi del rilancio della domanda, della lotta alla concorrenza fiscale, della fissazione di una soglia minima e decente di comuni diritti e trattamenti salariali dei lavoratori, dell’esigenza di un governo pluralista e antioligarchico dell’economia.
Guardando questo desolante scenario,verrebbe da dire con Tacito:” Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato…PD”.
Emanuele Macaluso ripropone quasi quotidianamente anche dal sito di questa rivista una considerazione sconsolata,ma non priva di un filo di speranza:” Il PD non può andare avanti così. Qualcosa deve pure succedere”. Invece siamo di fronte a una crisi che si avvita giorno dopo giorno,anche nel modo di essere di quel partito, senza lasciare intravvedere un punto di rottura e di svolta. En attendant Godot…
D’altro lato fuori dal PD non c’è nessun punto d’appoggio sufficientemente affidabile. Non lo è l’ombra residua del Psi, non lo è l’ossificata Federazione della sinistra. Nemmeno Vendola che ha messo SeL in frigorifero puntando su una scommessa tutta personale e mediatica.
Occorrerebbe che Bersani trovasse il coraggio politico e la forza intellettuale di sfidare il suo partito con una netta opzione socialista. Temo purtroppo che non lo farà, perché non è nelle sue corde, perché pensa all’insediamento sociale residuo del PD più come a un’eredità da non sprecare che come a un nucleo su cui ricostruire. Non a caso Salvati gli rimprovera i rapporti con la Cgil e il pubblico impiego come un fardello di cui dovrebbe liberarsi con più determinazione. Non lo farà anche perché lui stesso si sente garante del veto antisocialista implicito nel patto fondativo del PD.
In queste condizioni quanti non vogliono rassegnarsi a nuove sconfitte e a nuove delusioni, quanti,come questa rivista pensano che ci sono ancora le ragioni per la sinistra in Italia e in Europa, a cominciare da tanti all’interno del PD stesso, devono prepararsi a pensare ad altri schemi operativi. Ad esempio, perché intanto non pensare a costruire una rete di ispirazione di sinistra e socialista che colleghi persone e circoli dentro e fuori il Pd, comprese aree della sinistra critica, associazioni socialiste e laiche, senza pagare tributi a partitini o aspiranti tali, ma animata unicamente da comuni battaglie anche simboliche e dalla ricerca di nuove risposte alla crisi? Un’associazione che, qualora se ne creassero le condizioni, possa anche sostenere un’eventuale area che nascesse con questi intenti dentro allo stesso PD,o uno specifico candidato nelle primarie del centro sinistra. Penso ad un’associazione che, comunque, aiuti a giungere a una valutazione, il più possibile condivisa e in tempi non storici, circa la praticabilità di una battaglia interna al Partito Democratico o alla necessità di puntare alla sua disarticolazione. Tutto ciò ben sapendo che, quando e chi giungesse a questa ultima conclusione, dovrebbe immediatamente porsi la domanda su quale soggetto politico promuovere per non rassegnarsi alla recriminazione e alla irrilevanza.

Lanfranco Turci (da Le nuove ragioni del socialismo, giugno 2010 )

Pubblicato in : Primo piano

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