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Patrimoniale e vendita di beni pubblici unica via per iniziare il risanamento

di Enrico Cisnetto | 13 Novembre 2011

E devono essere non solo perseguite entrambe, ma integrate in modo tale che l’operazione diventi una sola. 

Quale che sia lo sbocco della crisi politica in corso, ma a maggior ragione se fosse quello di un governo Monti con una base parlamentare larga ma priva (finalmente) degli estremisti (giustizialisti, secessionisti, ex fascisti), il drammatico pericolo di fallimento che l’Italia corre, segnalato dai livelli raggiunti dagli spread, richiede una risposta all’altezza della gravità della situazione. Risposta che, è certo, non verrà dal maxi-emendamento in corso di frettolosa definizione e votazione, con le stesse modalità e (purtroppo) gli stessi “non contenuti” delle manovra di luglio e agosto, e dunque con il medesimo risultato di efficacia zero. Per questo occorre mettere in campo, come chi scrive ha segnalato (inascoltato) in tempi non sospetti, un intervento di natura straordinaria sul debito, unica risposta “strutturale” che in questa fase di totale perdita di credibilità da parte dell’Italia, i mercati potrebbero davvero ascoltare. Sto parlando di un abbattimento di almeno il 20% dell’attuale stock di debito, cioè di 380 sui 1900 miliardi complessivi, che porterebbe il rapporto debito-pil di qualche punto sotto il 100%. Ma si tratta di un plafond minimo, considerato che l’esigenza di contemperare tanto la manovra sui conti pubblici quanto quella per lo sviluppo, richiede che l’intervento sia più ampio in modo da creare un “tesoro” da spendere per investimenti in conto capitale. Dunque, se l’intervento fosse del 30%, cioè di 570 miliardi, 380 potrebbero essere utilizzati per ridurre il debito e 190 per sostenere la crescita secondo un progetto di sviluppo di stampo liberal-keynesiano (l’importante è che non sia spesa corrente).

Ma come si possono incassare tanti soldi così? Le strade sono due: vendita di beni pubblici e “patrimoniale”. E devono essere non solo perseguite entrambe, ma integrate in modo tale che l’operazione diventi una sola. Non vendo merce mia: basta consultare le proposte a suo tempo e più recentemente avanzate da esperti del calibro di Guarino, Capaldo, Monorchio e Salerno Aletta, per trarne la conclusione che non ci sarebbe neppure bisogno di studiarci troppo sopra. Allora, ecco la mia versione shakerata delle idee in circolazione.

Primo: costituire una società veicolo cui conferire beni mobili e immobili di proprietà pubblica. Di recente il Tesoro ha contabilizzato attivi per 1.815 miliardi, un ammontare quasi pari al debito, stimando però che il “patrimonio fruttifero” sia solo di 675 miliardi. Bene, cominciano da questi. Se non tutti, una buona parte vi siano conferiti. La società andrà quotata in Borsa, attraverso un programma di progressivo classamento di azioni. Dalla prima tranche si potrà ricavare solo una quota parte, ma se al momento della quotazione verrà specificato il calendario delle successive operazioni, il mercato potrà fin dall’inizio scontare il presumibile ricavato futuro. Dunque la riduzione del debito, pur progressiva nel tempo, può essere con facilità calcolata dai mercati. Ovviamente la società potrà emettere anche obbligazioni, e dovrà valorizzare al meglio i suoi asset, specie quelli immobiliari e demaniali. Il vantaggio è chiaro: anziché (s)vendere direttamente i beni, si avrà il tempo e la capacità professionale di piazzarli sul mercato in modo da massimizzarne il valore. Secondo: siccome il ricavato non sarà sufficiente, non fosse altro per la tempistica non breve dell’operazione, occorrerà chiedere anche agli italiani un “sacrificio patrimoniale” (molto più logico ed efficace di interventi sul reddito). Come? Obbligandoli, oltre certe soglie di patrimonio, e con modalità progressive, a sottoscrivere azioni e/o obbligazioni della società veicolo di cui sopra. Un’azione coercitiva, certo, ma pur sempre meno sgradevole – e ai fini dell’abbattimento del debito egualmente utile – che pagare una tassa. Facciano al Tesoro i calcoli per sapere a quale platea, con che criteri e in che misura applicare questa manovra, ma credo che “dare oro alla patria” in cambio di un titolo sia meglio che farlo senza niente in cambio.

Terzo: e a proposito di “niente in cambio”, azioni e/o obbligazioni della società “anti-debito” potrebbero essere usate anche per regolare finalmente i crediti che le imprese vantano dallo Stato. Si tratta di 70 miliardi che se arrivassero a destinazione andrebbero a rialimentare la liquidità ormai prosciugata del sistema economico. Qualcuno aveva suggerito che lo Stato pagasse i suoi debiti in Bot e Cct. Il principio è lo stesso, ma sia per il debitore che per il creditore mi pare sia molto meglio usare i titoli della nuova società quotata in Borsa. Naturalmente, questo piano è un canovaccio di lavoro, e molte variazioni possono essere apportate al tema, ma sono sicuro che incontrerebbe il gradimento della “troika” Ue-Bce-Fmi, sotto la cui tutela siamo finiti per nostra fallimentare incapacità. Non entrerà mai nell’inutile ennesima manovra che il parlamento si accinge a votare. Ma nel programma dell’eventuale governo Monti sì.

Pubblicato in : Primo pianoTag: conti pubblici, conto capitale, dismissioni, patrimoniale, sviluppo

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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