
Quello accaduto all’ITIS “Leonardo da Vinci” di Parma non è soltanto un episodio di violenza scolastica. È qualcosa di più profondo e inquietante. Due professori aggrediti brutalmente in un parco pubblico da un gruppo di studenti o giovanissimi orbitanti attorno all’ambiente scolastico, colpiti con pugni, minacce e persino con un bastone, mentre attorno altri ragazzi filmavano tutto con i cellulari. Non intervenivano. Non cercavano di fermare il pestaggio. Non mostravano paura o indignazione. Al contrario: sembravano partecipare emotivamente alla scena attraverso la ripresa video, quasi che il gesto violento acquistasse valore soltanto nel momento in cui diventava contenuto da condividere, prova di forza da esibire, trofeo digitale da far circolare online. È forse questo l’aspetto più sconvolgente della vicenda di Parma. Non solo la ferocia dell’aggressione, ma la totale anestesia morale di chi assiste. La violenza diventa spettacolo, il branco cerca il consenso della rete, il cellulare sostituisce la coscienza. E paradossalmente quei ragazzi non si rendono nemmeno conto di stare offrendo alle forze dell’ordine il principale strumento probatorio per identificarli, incriminarli e perseguirli penalmente. La generazione cresciuta dentro i social sembra aver perso persino l’istinto elementare dell’autotutela.
Colpisce anche il luogo dove tutto è accaduto: il parco Ex Eridania dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Due simboli dello Stato, della legalità e del rispetto delle istituzioni. E invece proprio lì due insegnanti vengono umiliati e massacrati da ragazzi che sembrano non riconoscere più alcuna autorità morale, educativa o civile. Perché questo è il vero tema che emerge da Parma: il progressivo svuotamento del ruolo educativo della scuola e degli adulti. Un tempo il professore rappresentava, nel bene o nel male, una figura di autorevolezza. Oggi troppo spesso viene percepito come bersaglio, ostacolo, presenza debole da sfidare pubblicamente. E la cosa più drammatica è che questa perdita di rispetto non nasce improvvisamente dentro le scuole. Nasce dentro una società che da anni delegittima sistematicamente ogni forma di autorità: genitori contro insegnanti, studenti contro regole, cittadini contro istituzioni. Il risultato è una generazione che spesso non distingue più il confine tra libertà e arbitrio, tra ribellione e violenza gratuita.
Naturalmente sarebbe sbagliato liquidare tutto semplicemente come fenomeno delle “baby gang” o dei “maranza”, etichette spesso usate superficialmente dalla politica e dai social. Qui il problema è più ampio e riguarda la cultura stessa della violenza spettacolarizzata. I ragazzi che filmano non sono spettatori neutrali: partecipano psicologicamente al pestaggio, lo legittimano, lo amplificano. La ripresa video diventa parte integrante dell’azione aggressiva. Eppure colpisce la loro inconsapevolezza giuridica. Inseguendo il desiderio di visibilità immediata finiscono col produrre prove schiaccianti contro se stessi e contro i propri compagni. È il paradosso della società digitale: si cerca la notorietà istantanea senza comprendere le conseguenze permanenti delle proprie azioni. Le immagini diffuse online oggi permetteranno quasi certamente agli investigatori di ricostruire responsabilità individuali, ruoli, partecipazioni attive e omissioni. Ed è difficile comprendere perché, davanti a una aggressione così violenta, nessuno abbia pensato di fermare il branco invece di impugnare un telefono. Forse perché la logica dei social ha ormai sostituito quella della responsabilità personale. Prima si registra, poi eventualmente si riflette.
Infine resta un altro elemento che lascia sgomenti: la scelta iniziale dei due professori di non sporgere denuncia. Una decisione umanamente comprensibile forse per stanchezza, paura o desiderio di evitare ulteriore esposizione mediatica, ma che rischia di trasmettere un messaggio devastante. Lo Stato non può arretrare davanti alla violenza contro chi educa. La scuola non può diventare territorio neutrale dove tutto si assorbe e tutto si perdona. Al contrario, proprio casi come quello di Parma dovrebbero aprire una riflessione nazionale sulla crisi educativa, sul rapporto tra adolescenti e violenza, sul ruolo distruttivo di certi modelli digitali e sul progressivo smarrimento del senso del limite. Perché qui non siamo più soltanto davanti a un problema disciplinare scolastico. Qui siamo davanti a una generazione che rischia di confondere il coraggio con la brutalità, la leadership con la prepotenza e la ripresa di un crimine con una forma di protagonismo sociale. E quando accade questo, il problema non riguarda più soltanto una scuola o una città. Riguarda il futuro culturale di un intero Paese.
Cesare Mannucci

Dice bene il Direttore Mannucci, “Qui siamo davanti a una generazione che rischia di confondere il coraggio con la brutalità, la leadership con la prepotenza e la ripresa di un crimine con una forma di protagonismo sociale”. Mi permetto solo una lieve correzione: in luogo di “rischia di confondere” direi soltanto “confonde”. La società in cui accadono quotidianamente fatti come questi è una società che ha perso il senso della realtà, il senso del limite, il senso di responsabilità. Una società fallita. La causa del fallimento va individuata soprattutto in due fattori. L’abdicazione delle Pubbliche istituzioni al proprio compito di educare i cittadini al rispetto dei principi dettati dalla Costituzione. L’impiego dei grandi media nella promozione del consumismo senza limiti e della conseguente distruzione del pensiero critico e del senso di umanità.