Nel corso della 65 mostra del cinema di Venezia fu firmato un accordo tra la tv polacca "Telewizja Polka" e "Movimento Film" per distribuire in Italia il film di Andrzej Wajda Katyn e puntualmente quest’anno Marco Müller, l’eclettico direttore della Mostra, attento e sollecito come sempre, ha voluto riservare un omaggio speciale al grande regista e una sorpresa agli ospiti: la proiezione del film Katyn.
Ma perché far passare a Venezia , dove non si accettano film già usciti nelle sale, un film che, se non in Italia, nel resto d’ Europa è stato visto da milioni di spettatori? Cerchiamo una spiegazione mentre ci apprestiamo a vedere il film.
Si resta in silenzio quando finisce il film di Wajda. Gli occhi incollati sui titoli di coda, si resta seduti e quando ci si alza, il nostro sguardo è basso, guardiamo per terra, è difficile alzare gli occhi, cercare lo sguardo degli altri, cercare una parola di commento…
L’unico sentimento che ci scoppia dentro è la vergogna, una profonda vergogna non solo per quello che abbiamo visto, ma vergogna perché questo film, distribuito in sole 12 copie, è stato ovviamente poco pubblicizzato, e soprattutto poco visto anche in una città come Firenze, capoluogo di quella stessa Toscana che il Granduca aveva reso grande, abolendo, primo fra tutti, la pena capitale. Era il 30 novembre 1786.
Vergogna per le parole che Wajda ha pronunciato quando ha saputo l’accoglienza che abbiamo riservato a questa pagina di storia che lo ha coinvolto in prima persona.
«Mi hanno detto che il mio film in Italia non è stato visto quasi da nessuno, che circola in maniera pressoché clandestina. Mi fa paura che in un Paese democratico, che per noi polacchi è un simbolo di storia e civiltà, possa ritornare la censura. È una nuova sofferenza per questo lavoro così difficile. Mi dispiace molto».
In molti si sono stupiti del quasi assoluto silenzio che ha accolto in Italia l’uscita di questo film e hanno cercato di capire il perché; molti sono passati dallo stupore all’indignazione; è questo il caso dei Centouno che, insieme al Circolo dei liberi hanno richiesto, cercato, promosso la proiezione del film a Firenze. Non a caso su Pensa libero, il periodico di informazione diretto da Nicola Cariglia, sono usciti articoli e richiami al film. Mi piace pensare che fra le tante ragioni che hanno spinto Müller a inserire il film nel calendario della Mostra ci sia anche questo movimento…I Centouno che nel marzo/aprile dell’anno scorso hanno contribuito alla proiezione del film a Firenze.
Wajda, pluripremiato nella sua lunga carriera, non è certo uno sconosciuto: nel 1998 proprio a Venezia ha ritirato il Leone d’Oro alla carriera , nel 1999 si è guadagnato un Oscar alla carriera e l’ Orso d’oro alla carriera nel 2006. Ha dedicato questo film a suo padre e sua madre, entrambi ingannati dall’alleanza tra Hitler e Stalin. Il padre, ufficiale, prigioniero dei russi pensava di tornare presto sul fronte ma fu portato a Katyn, ucciso e gettato in una fossa comune; la madre continuò ad aspettare il ritorno del marito fino alla morte, e come lei tante donne polacche.
“Questo film non è uno strumento politico ma un obbligo morale verso i miei genitori”.
Il film era nella cinquina finalista agli Oscar 2008, come miglior film straniero.
Già sui titoli di testa nuvole scure, fumo grigio scuro, fanno sbiadire e poi sparire i nomi dei protagonisti, così come la propaganda comunista avrebbe voluto far sparire la memoria di questo eccidio: l’assassinio in massa di circa 22 mila polacchi, in parte ufficiali, dunque prigionieri di guerra, ordinato da Stalin su suggerimento di Berjia (marzo 1940).
Un lungo ponte di ferro…da un lato donne, vecchi, bambini,in fuga dai tedeschi, dall’altro coloro che scappano dai russi…nel mezzo il popolo polacco che si ritrova a combattere una guerra che non ha dichiarato.
“Tornate indietro, qui ci son i tedeschi” a questo grido di uno degli uomini in fuga risponde un altro grido “…ma qui ci sono i russi…”
Una strage. 22 mila polacchi: ufficiali, professori, artisti, giustiziati nel bosco di Katin con un colpo alla nuca. Un unico desiderio: annientare l’intellighenzia per annullare un popolo… “non ci sarà mai una Polonia libera, mettitelo bene in mente” questo dice la direttrice della scuola d’arte, alla fine della guerra, al giovane che vuole frequentare i corsi. Wajda ha dovuto aspettare la caduta del muro di Berlino per poter finalmente mettere mano al film che gli urgeva dentro e il fatto che non si voglia ancora fare i conti con il passato, anche nel nostro paese, fa sì che il film venga ignorato e che siano ancora in pochi a gridare allo scandalo.
Ad Andrzej Wajda è stato attribuito, dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, Il Nastro d’Argento Europeo del Ventennale, ritirato a Venezia da Danuta Stenka, l’attrice che nel film interpreta la parte della moglie di un generale polacco morto a Katin.
Nella lettera di scuse, per la sua assenza, dedicata agli spettatori, il regista ha ribadito:
… questo premio costituisce per me un ulteriore valore aggiunto e rafforza ancora di più il monito contenuto nel film e diretto al pubblico europeo… Facciamo sì che le sue parole non cadano nel vuoto.
Maria Rita Monaco

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