Siamo francamente in ansia per il Pd. E non per una verginità morale mai perduta perché mai posseduta, ma piuttosto per una fragilità di propositi che lo porta a seguire, con zelo meritevole di miglior causa, tutte le mode demagogiche del momento; rimettendo così in discussione non solo le sue posizioni tradizionali, ma anche la sua capacità di costruire un’alternativa nel futuro.
Abbiamo ricordato, nelle ultime settimane il precipitoso sbracamento di fronte ai referendari e al loro progetto di ritorno al “mattarellum”; con il rischio di pregiudicare qualsiasi politica di alleanze. E, ancora, l’entusiastica adesione di Bersani alla canea antipolitica, con annessa proposta di dimezzamento dei parlamentari (se rappresentano un costo, perché non sopprimerli del tutto, come le province… ). Avremo, purtroppo, l’occasione di tornare su questi temi. Esaminiamo invece qui l’ultima, e più incomprensibile, resa in campo aperto, quella che ha portato il Pd a “mettere la firma”in calce alla proposta di dare dignità costituzionale all’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio. Una proposta che, se andasse a buon fine, rappresenterebbe un colpo mortale sia per quanto rimane della nostra sovranità sia per quella Costituzione di cui ci siamo proclamati, per questi ultimi anni, appassionati e intransigenti difensori.
La nostra linea del Piave è stata, come ben ricordiamo, la prima parte della Carta, quella che fissa i principi e gli orizzonti di fondo su cui si basa la nostra convivenza civile. Su cui si basa o meglio su cui dovrebbe basarsi perché, come stabilirono i giudici all’epoca, le norme, e particolarmente quelle in materia economico-sociale, non erano precettive ma programmatiche, insomma fissavano degli obbiettivi e degli indirizzi non degli obblighi e dei vincoli. In conseguenza di ciò il disoccupato, o il precario di ieri e di oggi, potrà sentirsi un tantino preso per i fondelli ricordando l’art. 1 della Costituzione, ma non si sognerà di “adire le vie legali”contro questo o quel politico o contro questa o quella legge, in nome del diritto alla piena occupazione. E, invece, il pareggio di bilancio sarà se costituzionalizzato non un impegno generico ma un obbligo preciso.
Di qui la condanna politica – e, se possibile anche giudiziaria (davanti alla Corte ma anche in sede penale) – per il “partito della spesa”, le sue leggi e i suoi sostenitori. E’ già sentiamo intorno a noi l’entusiasmo un po’ beota dei sostenitori del pensiero unico. Ma dovremmo, caro Pd, pensarci un attimino prima di mescolarci alla folla festante perché quella norma rappresenterebbe la “messa fuori legge” di Keynes e delle sue politiche e cioè della linea su cui la socialdemocrazia ha, nel corso di decenni, costruito le sue fortune e le sue conquiste.
Si dirà che “il pareggio di bilancio” (come, che so, la sicurezza o il controllo dell’immigrazione) “non è di destra né di sinistra”. E sarà pure vero anche perché, dall’America di Bush alla Grecia di “Nuova democrazia” la destra ha prodotto i deficit più colossali che la storia ricordi.
Ed è anche vero che l’entusiasmo della destra di oggi per l’ortodossia finanziaria è tutto strumentale, ma ciò non lo rende meno intenso. Perché si tratta, molto semplicemente, di stabilire chi pagherà i costi della crisi. E, allora, potrebbe essere interessante ricordare quello che è avvenuto in California, negli ultimi decenni del secolo scorso, quando una proposta di legge popolare sancì la pratica impossibilità di imporre nuove tasse (a meno di disporre del consenso del 75% dei parlamentari dello Stato…); scaricando quindi sulla spesa, leggi sulla spesa sociale qualsiasi strategia di riequilibrio di bilancio. E trasferendo, per inciso, dall’autorità politica, governo e parlamento, al “popolo” l’iniziativa legislativa.
Oggi, quello stesso popolo, leggi la sua rappresentanza attivistica rappresentata dal “tea party”, passa all’incasso; il pareggio di bilancio è diventato il suo totem, ma la liquidazione dello stato sociale e della spesa pubblica che lo sostiene è il suo obbiettivo reale.
Si dirà che i populisti nostrani hanno affidato più alle tasse che alle spese la loro manovra di rientro. E questo è vero. Ma è anche vero che per gran parte le nuove entrate sono ipotetiche se non aleatorie, mentre i tagli sono immediati e reali; come è anche vero che, data la completa chiusura del governo sul fronte delle misure patrimoniali, ogni manovra prossima ventura riguarderà fatalmente pensioni, costo del lavoro, sostituzione delle municipalizzate con monopoli privati e via discorrendo. Un terreno su cui è bene che la sinistra proceda con i piedi di piombo e comunque non ora e non con questa maggioranza e questo governo.
Se la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, nell’Italia di oggi è per la sinistra impensabile, l’ortodossia finanziaria è un dovere per tutti. Ma spetta ad una nuova leadership politica, nata da nuove elezioni decidere, assieme all’Europa ed ai suoi cittadini come procedere in tal senso ed in un’ottica molto diversa dall’attuale.
E, per favore, non ci si sbatta in faccia, come fa il governo, l’Europa e le nostre responsabilità, qui ed oggi, verso la medesima, e, per via transitiva, verso lo stesso Berlusconi.. Perché è la presenza di questo governo, e del suo capo, a determinare la sfiducia dell’Europa e, quindi, la richiesta all’Italia di sempre maggiori garanzie con i connessi nuovi sacrifici.
Insomma, paghiamo diecine e diecine di miliardi l’anno- e la voragine è sempre aperta- per il gusto di essere governati da un cialtrone. Chiudere questa voragine è dunque per il nostro paese una priorità assoluta. O, per usare un termine in voga, una responsabilità nazionale. Il resto, politica economico-finanziaria compresa, verrà dopo.
Alberto Benzoni (avantidelladomenica.it)

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