
Nei palazzi della politica l’ipotesi di elezioni anticipate nella primavera del prossimo anno non è più soltanto materia di indiscrezioni. Nulla è deciso e molto dipenderà dall’andamento dell’economia, dagli equilibri internazionali e dalla tenuta della maggioranza.
Eppure il tema è ormai stabilmente sul tavolo. Non sarebbe una scelta casuale, ma un calcolo politico. Giorgia Meloni sa di attraversare una fase ancora favorevole. La sua leadership continua a dominare il centrodestra e, in un sistema politico sempre più personalizzato, la tentazione di trasformare il consenso attuale in un nuovo mandato parlamentare è tutt’altro che remota. Anticipare il voto significherebbe consolidare i rapporti di forza prima che il logoramento dell’azione di governo produca effetti più evidenti. C’è poi un’altra ragione, meno dichiarata ma altrettanto rilevante.
L’indebolimento della Lega rischia di diventare un problema per tutta la coalizione. Se il declino del partito di Matteo Salvini dovesse accentuarsi, gli equilibri interni del centrodestra potrebbero entrare in una fase di competizione permanente. Meglio, allora, andare alle urne finché la leadership di Meloni appare indiscutibile. Ma sullo sfondo si intravede già la partita più importante.
La prossima legislatura potrebbe essere quella chiamata a eleggere il successore di Sergio Mattarella. Ecco perché il voto anticipato assumerebbe un significato che va ben oltre la durata del governo: significherebbe provare a costruire i numeri necessari per orientare anche il futuro del Quirinale, completando quel processo di occupazione delle istituzioni che la destra conduce con crescente determinazione. Non è una prospettiva da sottovalutare. La Presidenza della Repubblica rappresenta il principale presidio dell’equilibrio costituzionale. Pensare di affrontare quella scadenza con una maggioranza ancora più ampia significa immaginare una concentrazione di potere che dovrebbe interrogare chiunque abbia a cuore il pluralismo democratico, indipendentemente dall’appartenenza politica.
E mentre la destra sembra avere una strategia, l’opposizione continua a discutere soprattutto di se stessa. Leadership, alleanze, perimetri del campo largo, rapporti con il centro: il dibattito resta spesso confinato nella geometria delle coalizioni, senza riuscire a tradursi in una proposta politica capace di parlare al Paese reale. Il punto non è trovare una formula organizzativa perfetta. Il punto è costruire un progetto riconoscibile. Perché gli elettori non chiedono semplicemente un’alternativa a Meloni; chiedono un’idea diversa di Italia. Nel frattempo riaffiora periodicamente il tema del centro politico. Esiste certamente un’area moderata che non si riconosce né nella destra sovranista né nelle incertezze del campo progressista. Ma da anni ogni tentativo di darle una rappresentanza autonoma si arena davanti allo stesso ostacolo: trasformare un potenziale elettorato in una forza politica dotata di identità, radicamento e credibilità. Se davvero si voterà nella prossima primavera, la campagna elettorale è già iniziata. Eppure il Paese sembra vivere altrove.
Le famiglie fanno i conti con salari che non recuperano il potere d’acquisto perduto, con una sanità pubblica sempre più in affanno, con un lavoro spesso precario e sottopagato, con giovani costretti a scegliere tra emigrazione e rinuncia. Sono queste le emergenze che dovrebbero occupare il centro del confronto politico. Per l’opposizione non basterà denunciare gli errori del governo. Servirà la capacità di offrire un orizzonte credibile di giustizia sociale, crescita sostenibile, diritti e qualità della democrazia. Se continuerà a rincorrere gli equilibri interni invece delle domande del Paese, lascerà a Giorgia Meloni il vantaggio più prezioso: quello di apparire, agli occhi di una parte significativa dell’elettorato, come l’unica leader capace di indicare una direzione. Ed è proprio questo, oggi, il vero problema della sinistra italiana.
Angelo Santoro

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