
Mi rifiuto di credere che Paesi come Francia, Inghilterra, Italia e compagnia cantante non sappiano perfettamente che un riconoscimento unilaterale dello “Stato di Palestina” non è altro che una mossa teatrale, una boutade diplomatica che non ha alcun fondamento reale. Non esistono confini definiti, non esistono istituzioni statali degne di questo nome, non esiste un esercito regolare né un sistema fiscale centralizzato, non esiste una moneta né tantomeno un sistema giudiziario unificato. Non esiste nemmeno una minima parvenza di autodeterminazione, ma solo due entità che si odiano a vicenda: da una parte una macchina clientelare logora e corrotta fino all’osso, e dall’altra una milizia paramilitare islamista che usa i civili come scudi umani e si rifiuta categoricamente di riconoscere chiunque al di fuori della propria ideologia.
E allora cosa si intende davvero con questo continuo, farsesco parlare di “riconoscimento dello Stato di Palestina”? Perché Paesi che dovrebbero avere strumenti diplomatici e analitici più che sufficienti per capire che uno Stato, per esistere, deve almeno esistere, continuano a spingere su questa narrativa?
Due ipotesi. Nessuna particolarmente lusinghiera.
La prima è che sia una mossa cinica per lavarsene le mani. Creare uno Stato-fantoccio sulla carta, così da poter dire: “Ecco, adesso tocca a loro comportarsi da Stato. Noi il nostro lo abbiamo fatto”. Una specie di Pilato contemporaneo, che si scrolla la polvere del conflitto di dosso lasciando il palcoscenico a due attori tragici senza copione, senza regia e senza pubblico che li prenda più sul serio. Una strategia che funziona alla perfezione nei salotti progressisti, dove le etichette contano più dei contenuti. Basta la parola “Stato” per sentirsi in pace con la coscienza, poco importa se lo Stato in questione è una finzione.
La seconda ipotesi, più sottile ma altrettanto ipocrita, è che si tratti di un modo per stanare le due fazioni in lotta intestina. Una specie di bluff diplomatico. “Ecco lo Stato che avete sempre chiesto, adesso vediamo cosa ne fate”. Un invito a uscire allo scoperto, a mettere finalmente la faccia su un progetto statale che, nel migliore dei casi, è una fragile chimera. Ma anche qui, la domanda resta: a che pro? Per scoprire l’acqua calda? Per certificare ufficialmente che non c’è nulla dietro quella bandiera, se non lotte di potere, corruzione endemica, estremismo religioso e un popolo ostaggio di due leadership criminali?
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: nessuna soluzione, nessun passo avanti, solo una colossale presa in giro ai danni di chi abita quella terra. Gli uni costretti a trattare con un’ombra che non si assume alcuna responsabilità; gli altri illusi da un riconoscimento che somiglia più a una beffa che a una conquista.
E allora diciamolo chiaramente: se il riconoscimento serve solo a scaricare il barile o a provocare una reazione, allora non stiamo facendo diplomazia. Stiamo giocando con la vita delle persone, con i destini di intere generazioni. E questo non è né virtuoso né giusto. È solo profondamente irresponsabile.
Piero Terracina

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