
di Antonio Giustozzi*
Il 27 febbraio 2026 la guerra strisciante tra Pakistan e Afghanistan è diventata guerra a pieno titolo, con il ministro della difesa pakistano che ha annunciato ‘guerra aperta’, dopo una serie di attacchi aerei pakistani contro obiettivi in territorio afghano il 22 febbraio e la successiva ritorsione afghana. I militari pakistani, frustrati dal fatto che le loro tattiche di pressione sull’Emirato afghano non stavano ottenendo l’effetto desiderato, hanno deciso di alzare la posta in gioco. Il fatto che la decisione pakistana abbia preceduto di pochissimo l’inizio dell’attacco israelo-americano contro l’Iran ha fatto pensare che i Pakistani ne fossero consapevoli e abbiano deciso di sfruttarlo a proprio vantaggio. La situazione in Iran ha non solo permesso ai Pakistani di inserirsi nel cono d’ombra mediatico-diplomatico di un evento geopolitico di importanza molto maggiore, ma ha anche permesso di rafforzare l’effetto del loro blocco economico contro l’Afghanistan, grazie alla riduzione del traffico commerciale via l’Iran.
I Pakistani non hanno mai fatto mistero del fatto che hanno due motivi di risentimento verso I Taliban afghani: il ‘flirt’ dell’Emirato con l’India e la tolleranza ed anche appoggio materiale che i Taliban afghani hanno offerto ai gruppi armati pakistani d’opposizione, specie i cosiddetti Taliban pakistani, ma anche, in misura minore, almeno uno dei gruppi insurrezionali baluchi, la Baluchistan Liberation Army (BLA), come confermano anche fonti tra i Taliban a Kabul.
Nonostante l’“effetto Iran”, vari governi hanno tentato di negoziare tra Pakistan ed Afghanistan: Cina, Turchia, Qatar, Arabia Saudita. Mentre questi negoziati hanno fatto pochi progressi pratici, hanno nondimeno chiarito quali sono le priorità e le linee rosse dei due paesi. Secondo fonti diplomatiche, per il Pakistan, la questione dell’influenza indiana appare di secondaria importanza rispetto alla questione dei Taliban pakistani, la cui guerriglia sta causando seri grattacapi ai militari pakistani nel nord-ovest del paese. Per l’Afghanistan, fonti all’interno del governo dell’Emirato ammettono che è ormai chiaro che il Pakistan è disposto a continuare indefinitamente la sua campagna, che combina blocco economico e bombardamenti aerei, e che un qualche compromesso è necessario. I Taliban afghani hanno a lungo sperato di poter convincere Islamabad a qualche concessione ai Taliban pakistani, ma è evidente che le autorità pakistane si sentono in una posizione di forza e preferiscono aspettare che l’Emirato sia costretto a cedere.
Senz’altro, l’Emirato si sente sotto pressione, per due motivi principali. Il primo è che il blocco economico, aggravato dalla situazione in Iran, ha dapprima compresso le entrate a causa del forte calo del gettito dei dazi, e poi anche a causa del calo delle entrate fiscali, man mano che l’impatto del blocco sulle aziende si è fatto sentire. Il risultato è che a Kabul i fondi, mai abbondanti, scarseggiano più che mai. I salari governativi vengono pagati in ritardo, anche al Ministero della Difesa, che indubbiamente ha priorità a questo punto, dicono funzionari dell’Emirato. Il secondo, come confessano funzionari dell’Emirato, è il timore che i Pakistani possano, ad un certo punto, cominciare a prendere di mira i leader dell’Emirato. L’attacco originale pakistano a Kabul del 9 ottobre 2025, che ha segnato l’inizio della discesa dei due paesi verso la guerra, per quanto abbia fallito nell’obiettivo di uccidere Noor Wali Mehsud, il leader della principale fazione dei Taliban Pakistani (il TTP), ha nondimeno dimostrato la capacità dei pakistani di colpire con i loro droni bersagli mobili e molto specifici, come il veicolo di Noor Wali. Le due decapitazioni di leader iraniani (2025 e 2026) sicuramente aiutano I leader dell’Emirato a tenere presente questo rischio.
I segnali che vengono da Kabul sono che i capi dell’Emirato sono tutt’altro che autocompiaciuti della situazione attuale. Si rendono conto che la crisi persistente col Pakistan scuote le fondamenta dell’Emirato e che l’Afghanistan non può continuare in questa situazione indefinitamente, contrariamente al Pakistan, per il quale i costi dello scontro sono molto più contenuti. Ci sono tra i Taliban afghani dei sostenitori della linea dura, che propongono un’escalation contro il Pakistan, che prenderebbe la forma di aumento degli aiuti ai Taliban pakistani e ai ribelli baluchi. In realtà, questa linea è già stata perseguita da Kabul nei primi mesi del confronto. Fonti Taliban nei ministeri della difesa e dell’interno ammettono che la BLA si è vista per la prima volta concedere l’uso di campi nel sud dell’Afghanistan, mentre, sempre per la prima volta, l’Emiro dei Taliban, Haibatullah, ha autorizzato aiuti diretti ai Taliban pakistani. Una ulteriore escalation potrebbe consistere nel dispiegare in Pakistan squadre di terroristi suicidi, che ancora esistono delle forze armate dei Taliban, per attaccare obiettivi militari pakistani. In realtà, l’intera leadership dell’Emirato sembra rendersi conto che il Pakistan potrebbe facilmente rispondere ad un’ulteriore escalation, per cui questa strada non sembra percorribile. Ma esiste spazio per un compromesso?
L’idea di abbandonare al loro destino i Taliban pakistani divide profondamente i Taliban afghani. Al sud, c’è poca simpatia per gli omologhi pakistani, ma all’est le cose stanno in modo diverso. Per i Taliban afghani dell’est e del sud-est, i Taliban pakistani sono compagni d’armi che hanno combattuto al loro fianco durante la jihad conclusasi nel 2021. Tra loro ci sono spesso anche legami tribali e di parentela acquisita, in virtù di matrimoni misti. La causa dei Taliban pakistani è molto popolare tra questi Taliban afghani, un sentimento rafforzato dall’astio per il Pakistan, assai diffuso anche tra la popolazione.
Fin dal ritorno dei Taliban al potere a Kabul nel 2021, fonti sia tra i Taliban afghani che quelli pakistani confermano che molti dei leader locali nell’est e nel sud-est hanno cominciato a mandare armi e munizioni ai Taliban pakistani, grazie anche alle vaste quantità di entrambi, catturate nei mesi finali della ‘jihad’. Le stesse fonti confermano anche che è anche cominciato un flusso di volontari afghani, spinti sia dal desiderio di avventura ed azione e dal rigetto per la mediocre realtà del post-jihad, che dall’astio verso il Pakistan. La partecipazione di Afghani alla ‘jihad’ pakistana è subito diventata molto controversa ed ha risultato in una fatwa dell’Emiro nell’agosto del 2023, che ha espressamente proibito ai cittadini afghani di prendere parte ad attività jihadiste all’estero. Haibatullah ha cercato di mettere in atto la fatwa e periodicamente si sono registrate detenzioni di Afghani e di Pakistani che tornavano dal Pakistan per un turno di riposo, ma in realtà la fatwa non è stata mai rispettata. L’autorità dell’Emiro ma anche degli altri leader all’est è debole; i comandanti Taliban locali dicono che, considerato come sono stati marginalizzati dall’Emirato, sono indifferenti a qualsiasi ordine che arrivi sia da Kabul che da Kandahar. Da diversi anni i Taliban dell’est sono molto frammentati in una miriade di piccoli network, e questo si traduce in una debole rappresentanza al centro del potere, ma anche nella loro deresponsabilizzazione.
Ad aprile, la crescente pressione a cui si trovava sottoposto l’Emirato ha cominciato almeno a produrre segni di un ricompattamento della leadership dei Taliban, che dopo la riconquista del potere sono stati attraversati da permanenti lotte per il potere e diatribe. A metà aprile, secondo fonti interne all’Emirato, Haibatullah ha discusso l’improrogabile da farsi riguardo al Pakistan e ai Taliban pakistani con gli altri leader, incluso il suo principale rivale all’interno dei Taliban, il ministro dell’interno Serajuddin Haqqani, che raramente visita Kandahar. Pochi giorni dopo, una riunione operativa di alti funzionari delle autorità talibane ha deciso di reiterare la fatwa dell’emiro, che proibisce agli Afghani di impegnarsi in jihad all’estero, a cui ha fatto seguito una nuova raffica di arresti di membri dei Taliban pakistani in Afghanistan, tutti di basso livello. Nulla di tutto questo è stato pubblicizzato, presumibilmente al fine di evitare di eccitare il sentimento nazionalista ed anti-pakistano in Afghanistan. L’intento di segnalare buona volontà ai Pakistani era evidente, ma era anche altrettanto evidente che sarebbe servito a poco. A marzo, l’Emirato aveva anche cercato di mobilitare la mediazione del clero deobandi pakistano, ottenendo che una delegazione guidata da Maulana Fazlur Rehman, capo della Jamiat Ulema-e-Islam, visitasse Kabul per sondare gli spazi di un compromesso. Nonostante l’ottimismo dei Taliban, la manovra non ha prodotto alcun risultato, visto che i militari pakistani non hanno nessuna intenzione di concedere un qualche spazio ai Taliban pakistani, nemmeno nella forma di un qualche controllo sulle ex aree tribali. L’impasse, dunque, permane e l’Emirato non sembra riuscire ad immaginare una via d’uscita, che non provochi la sua stessa destabilizzazione.
Antonio Giustozzi
*Istituto Ispi

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