La discussione sulle retribuzioni dei manager pubblici, seguita all’ipotesi di tagli prospettata dal governo, com’era immaginabile, si è polarizzata ideologicamente tra le voci del sentimento anticasta, che plaudono all’idea di dare finalmente un taglio ai burocrati nominati dagli amici degli amici e i bastian contrari, che pur di non apparire demagogici, si arrampicano sugli specchi a difendere l’indifendibile.

Dai manager ai politici il passo è breve ed ecco, ad esempio, Luca Telese su linkiesta, paventare l’ascesa dei mediocri qualora ci permettessimo di pagare troppo poco gli eletti dal popolo.
Quanto è giusto pagare un sindaco o un deputato?
Si tratta di una domanda alla quale è quasi impossibile rispondere, poiché è estremamente complicato quantificare il contributo che queste persone danno alla collettività e, di conseguenza, il compenso adeguato per questo contributo non è certo determinabile da un sistema di mercato.
O forse si?
Facciamo un passo indietro. La difficoltà nel determinare il compenso adeguato per l’attività politica deriva dall’assimilazione dello stesso a un lavoro vero e proprio. In quest’ottica, non esiste un motivo valido per sostenere che un deputato debba essere pagato quanto un medico o un ingegnere piuttosto che quanto un operaio o un netturbino.
Se proviamo invece a partire da un presupposto differente tutto diventa più semplice e lineare. Se intendiamo la politica come un servizio temporaneo per la collettività e fin troppo banale determinare qual è il compenso equo che consenta di evitare la selezione avversa dei migliori: è sufficiente retribuire chi fa politica in misura proporzionale a quando ha dichiarato negli ultimi anni prima di candidarsi.
Se per un certo periodo un agricoltore, un avvocato o un idraulico decidono di servire la comunità, verranno compensati con un importo pari alla media dei redditi dichiarati negli anni precedenti alla loro elezione. Una persona che, con le proprie capacità, riusciva a guadagnare 30 o 50 o 100mila euro l’anno prima di fare politica, guadagnerà altrettanto nel limitato periodo di tempo in cui decide di servire la collettività.
I vantaggi più evidenti di questa soluzione sono che:
- nessuno potrebbe guadagnare dall’attività politica più di quanto ottiene dal suo lavoro ordinario
- chi percepisce redditi non dichiarati dovrebbe rinunciarvi per fare politica
- il limite al tempo consentito all’attività politica favorirebbe un utile ricambio
- si abolisce o ridimensiona la figura del politico di mestiere che spesso non riesce a comprendere le esigenze dei cittadini che devono lavorare per vivere
- il peso dell’ultima retribuzione verrebbe mediato con gli anni precedenti limitando la convenienza di “aumentarlo ad arte”
Onde evitare gli inconvenienti,che potrebbero verificarsi agli estremi, si può immaginare di prevedere un minimo e un massimo alle retribuzioni parametrandole, ad esempio, al pil pro capite oppure ad altre soglie derivanti dalla distribuzione per reddito della popolazione.
Insomma, se la politica venisse considerata un servizio piuttosto che un mestiere esiste un compenso equo per chi vi si dedica a e coinciderebbe con il costo opportunità del tempo dedicato a questa attività che, per definizione, dovrebbe essere limitato (es due mandati).

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