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PADRI E MADRI

Come tutte le vittorie, anche il titolo di campioni del mondo di calcio ha molti padri. Una sola la madre: quella di Zidane. MAMMA HO PERSO LA COPPA di Chi.Bo.

di pungiglione | 12 Luglio 2006

Come tutte le vittorie, anche il titolo di campioni del mondo di calcio ha molti padri.
Una sola la madre: quella di Zidane.

Mamma ho perso la coppa
La Commedia dell’arte è invenzione italiana ma, dai tempi in cui le compagnie di guitti italiani la fecero conoscere alla Corte dei re di Francia, possiamo dire che gli allievi hanno finalmente e definitivamente superato i maestri. Supremamente sprezzanti del ridicolo, e anche del fatto che tutto il mondo sta sghignazzando alle loro spalle, i galletti hanno semplicemente sovvertito l’ordine delle cose: il colpevole è il provocatore, dunque annulliamo la partita, togliamo la coppa all’Italia che l’ha vinta con l’inganno, e ghigliottiniamo Materazzi in Place de la Bastille, con Chirac e Domenecq a fare le tricoteuses sotto il palco. Ammettiamolo, neanche il Goldoni più ispirato, avrebbe potuto scrivere un copione del genere. Dunque, chapeau all’inventiva: come si dice dalle parti di Totti, “ce stanno a provà”.
La mamma di Zidane, presunto oggetto delle offese di Materazzi, ha reagito con finezza e sobrietà, come si conviene ad una vera signora, chiedendo che le siano portati i testicoli del calciatore, con ciò fornendoci indicazioni precise sul genere di educazione ricevuta da Zizou: occhio per occhio, testata per insulto, testicolo per…couscous?!

Chi.Bo.

Pubblicato in : Primo piano

Info pungiglione

Interazioni del lettore

Commenti

  1. franchini

    24 Luglio 2006 alle 19:45

    Gentilissimo Bigozzi,
    Lei pone una domanda. Rispondo per me, senza spirito polemico e con il piacere – perso, ormai- delle amicali discussioni.
    Come Lei potrà leggere, sono napoletano. Un giorno una turista dell’alta Italia mi rilevò che a Napoli “avevamo Maradona”. Come se il lustro e la storia di una città, la vita di un popolo –dalla biblioteca di Alfonso d’Aragona all’illuminisimo, dall’essere cità greca all’aver –unica in Europa- impedita l’inquisizione, dai codici napoleonici alle quattro giornate- si riassumesse, anzi si nobilitasse, nelle pedate di un “lavoratore” dello spettacolo, eccelso nel suo genere ma di “utilità” sociale reputo non superiore a tal De Nicola o, dimenticati, Caianiello o Gigante (per dire di alcuni dei contemporanei recenti; il primo costitutore del CNR e il secondo studioso dei papiri ercolanesi).
    La cosa mi offese.
    In verità cerco di osservare gli eventi nel loro valore etico/sociale. Non dando più peso di quel che contano. Ed è qui il problema. Trovo legittima l’osservazione e la risoluzione che Lei pone nella domanda “a sventolare la bandiera italiana ad una partita di calcio, o ad un concerto, o qualsivoglia altro futile accadimento, che male si fa?” . Ma, non potrà sottrarsi dall’osservazione e dalla riflessione che ponevo a seguito delle argomentazioni della gentile Signora Ferraresso.
    Si sventola il tricolore, chiedo e umilmente mi attendo risposta, ricordando il rogo di Giordano Bruno? Qui è la tragedia e la libertà.
    Si sventola, osservo, per “giocatori di calcio, lavoratori dello spettacolo” remunerati oltre ogni ipotesi plausibile. Qui è il “futile accadimento” e il “tempo per ridere”.
    Questa indole italiota, questa differenza privilegiata, confesso, mi spaventa.
    Con cordialità.
    franchini

    ps: il discorso moralistico mi obbliga a concludere che sono “tifoso viscerale” del Napoli, con forti simpatie per il Siena, il Parma e il Treviso (strano?). Mi spiace, poi. Forse per la mia infanzia legata all’immagine di Vavà, Pelè, Didì, ai mondiali tifo per il Brasile. Ma credo, alfine, che la “squadra del cuore” sia cosa diversa dall’orgoglio e dal sentimento locale o nazionale.

    Rispondi
  2. Daniele Bigozzi

    24 Luglio 2006 alle 14:32

    Mentre il dibattito “impegnato” su chi sia titolato ad agitare il tricolore cresce di spessore, qualcuno mi tolga una curiosità: a sventolare la bandiera italiana ad una partita di calcio, o ad un concerto, o qualsivoglia altro futile accadimento, che male si fa?
    Inoltre: non c’è un tempo per ridere ed uno per soffrire, uno per la commedia e uno per la tragedia?

    Rispondi
  3. franchini

    22 Luglio 2006 alle 20:27

    L’intervento della gentile Giovanna Ferraresso è la porta di accesso al canale sociale indicato dalla sottille arguzia della Dott.ssa Boriosi, oltre ogni proposta di lettura satirico-ironica.

    Non amo il teatro di Dario Fo –cui riconosco, si deve riconoscere- una ineguagliabile capacità di “presenza scenica”. E, per riflessioni esistenziali proprie, non credo nei premi, nei riconoscimenti, nei titoli. Ma ben mi è a mente che l’uso sociale, odierno, ai premi, ai riconoscimenti assegna ruolo di riferimento morale erga omnes. Valenza di straordinario valore è attribuito al “premio Nobel.
    Orbene, Dario Fo è un “Nobel”.
    Non ricordo –forse sbaglio- che alla notizia dell’attribuzione del “Nobel” a Dario Fo si sia assistito ad adunanze oceaniche; a sveltolii di tricolore, ad un orgia esaltativa dell’identificazione.
    Nessuna –per fortuna- levata al cielo e adorazione del nuovo “vitello d’oro”.
    Triste paese! Laddove si ascolta sorridenti –persi tra le veglie dei nuovi eroi e delle vestali-, in diretta televisiva, la giovanile proposta di sostituire la statua di Giordano Bruno con quella di Fabio Cannavaro.
    Certo, il prestigio sportivo –più ancora, la dedizione al superamento del proprio limite umano- era festeggiata nella consuetudine umana alla rivalità. Ma erano, all’epoca, ascoltati ad esempio i poeti e i filosofi, i tragedi. O gli scrutatori del cielo. I curiosi. La cui vita consente oggi di possedere titoli sociali (diplomi, lauree) ed accedere al benessere ed ad una personale fortuna. Ed alla libertà.
    Mi unisco alla riflessione gioiosa ed un tempo dolente della cortese Giovanna.
    Con lei, con altri cento, mille dei cittadini che vincono ogni giorno, non la vita, ma la sopravvivenza, con i giovani del volontariato, con i diseredati e gli emarginati, con i non occupati, con i lavoratori che lasciano scie di vedove e di orfani, con quelli, silenziosi, che rendono degno di rispetto, di ammirazione e di stima l’essere “italiano”, io sarò onorato e orgoglioso di sventolare il tricolore.
    franchini

    Rispondi
  4. Giovanna Ferraresso

    21 Luglio 2006 alle 10:46

    Materazzi è, notoriamente, un “enfant terrible” del calcio italiano. Ciò nondimeno, Zidane si è macchiato del reato di eccesso di difesa. Questo, a mio parere, è quanto.

    Ben altro spazio meriterebbero i nostri connazionali ammantati di tricolore SOLO ED ESCLUSIVAMENTE quando undici strapagati ragazzi in maglia azzurra tirano calci ad un pallone. Che tristezza…

    Rispondi
  5. Pio Borri

    18 Luglio 2006 alle 18:42

    Chi.Bo, notoriamente, non ha bisogno di difensori, essendo provvista di artigli adeguati, ma lo stesso vorrei chiosare il commento di Franchini. Non le sembra di esagerare? A parte una prosa un po’ contorta, più da azzeccagarbugli che da moralista del secolo dei lumi, mi pare che anche lei contribuisca non poco ad ingigantire un episodio che dovrebbe restare appunto tale. La canea che ci è stata costruita intorno dai francesi merita solo gli sfottò che ne sono seguiti e che da sempre sono parte integrante del mondo del calcio.
    Non ci si può neanche riferire ad un costume prettamente italico, quello dei riferimenti alle sorelle, in quanto è lo stesso in uso oltralpe, dove “ta soeur” è un modo alquanto comune di altercare. Delle mamme, poi, non ne parliamo nemmeno; credo che la loro onestà venga messa in dubbio ogni giorno in ogni più piccolo angolo del mondo.
    Comunque Zidane, che resta un grandissimo calciatore, forse ha reagito in quel modo perché ha giocato a Torino. Fosse stato a Firenze avrebbe risposto: “Te la mi mamma tu la lasci fare, ha’ capito!”

    Rispondi
  6. franchini

    16 Luglio 2006 alle 20:22

    Non gradivo. Ma avverto il dovere etico di intervenire.
    Ad altre pagine affido la mia valutazione sull’effervescente “vittoria” della squadra italiana.
    Qui pongo una riflessione. Che -superando la mia esprienza giovanile di atleta del basket (quando le magliette di squadra erano lacere, il premio partita era una coca cola pagata di tasca dall’allenatore, il trasporto, autonomo, con il bus o il tram, senza assistenza medica per il “dolorino”)- s rivolge al duplice concetto (di diritto penale e, quindi, di civiltà giuridica e , quindi, ancora, sociale) tra “vittima attiva” e “vittima passiva”.
    Alla sincerità della Dott.ssa Boriosi (non me ne voglia per questa considerazione) è venuto a sfuggire che l’eludere la responsabilità del “provocatore”, addossando il ridicolo e la commiserazione, l’ironia, per l’atto del provocato, può indurre ad una valutazione di impunità morale -non oso dire “etica”- (poi civile e penale) su tutti gli impropri atteggiamenti che quotidianamente infestano la cronaca della nostra vita sociale. Creando una sofferenza di identità.
    Significa, a mio avviso, rendere impuni, innocenti, i protagonisti del “branco”, gli aggressori delle forze di Polizia, la mafia e la camorra.
    Insinuando un principio di “leggerezza dell’essere” nei confronti di tutti i protagonisti, al negativo, della vita comunitaria e civile.
    Certo, le reazioni non possono essere abenormi, spropositate e violente. Io, personalmente, non ho mai reagito a qualsivoglia provocazione perchè tale ritenevo il significante di differenza, di diversità, di insegnamento, tra me e gli “altri”.
    Aggiungo, in margine e fuori commento,: l’esperienza umana , di vita sportiva, mi ha insegnato, ancora, che superato il momento sensibile dello scontro, più forte diventano i legami di amicizia e di solidarietà umana. Se non vi sono censori e cantori esterni che alterano o istigano ad un perpetuo dissidio. Inutile e superato dallo stile e dalla sensibilità di ciascuno.
    E il “francese” Zidane, checchè se ne dica, ha stile e capacità (l’autocritica è impensabile, per gli omuncoli!) di giocatore del calcio e di uomo.
    E, poi, un evviva per le “tricoteuses” (sempre meglio delle “veline” e “letterine” e “schedine” e “miss” italiote)!

    Rispondi

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